Marisa Merz a Torino: tre musei per raccontare un’artista che resiste alle definizioni

Fondazione Merz, GAM e Castello di Rivoli dedicano dal 29 ottobre 2026 al 4 aprile 2027 tre mostre a Marisa Merz nel centenario della nascita. La danza delle ore evita in buona parte la trappola celebrativa: più che ricostruire una carriera, prova a seguire un lavoro che ha continuamente cambiato materiali, scala e persino idea di opera

La danza delle ore distribuisce il racconto su Marisa Merz (Torino, 1926 – 2019) fra Fondazione Merz, GAM e Castello di Rivoli. Sei curatori, tre istituzioni, prospettive diverse: Beatrice Merz e Sébastien Delot alla Fondazione, Chiara Bertola e Chiara Parisi alla GAM, Francesco Manacorda e Marianna Vecellio al Castello. Non è una retrospettiva semplicemente tagliata in tre. Ogni sede prende un problema diverso e, quando il progetto funziona, le differenze impediscono alla figura dell’artista di ricomporsi troppo facilmente.
Beatrice Merz spiega di aver cercato, nella scelta delle opere, di immaginare che cosa avrebbe scelto sua madre: “Ho cercato di provare a scegliere le opere che lei avrebbe scelto, però ovviamente non essendo io lei sarà tutto diverso”.
Come parlare allora di un’artista che per tutta la vita ha continuato a spostare, modificare, accostare e rimettere in discussione ciò che faceva?

Marisa Merz, Foto Gianfranco Gorgoni
Marisa Merz, Foto Gianfranco Gorgoni

Marisa Merz: oltre “l’unica donna dell’Arte Povera”

La formula continua a inseguire Marisa Merz: unica donna dell’Arte Povera. È storicamente comprensibile, ma oggi rischia di raccontare soprattutto il sistema nel quale ha lavorato, non ciò che ha fatto. Le Living Sculptures in alluminio, le maglie di rame, la Scodella di sale, le Scarpette, le testine in argilla e cera mettono continuamente in crisi la gerarchia che stabilisce quali materiali, quali dimensioni e quali gesti abbiano diritto a diventare arte.
Non basta dire che porta il lavoro femminile dentro l’arte. Un filo di rame lavorato a maglia, una coperta o una scodella piena di sale possono avere la stessa intensità di una struttura monumentale. Sébastien Delot, che cura la sezione della Fondazione insieme a Beatrice Merz, durante la presentazione mi dice: “Il rischio fa parte del suo metodo”. Collega quel rischio all’alchimia, alla capacità di prendere una cosa e farla diventare altro.

Beatrice restituisce la stessa libertà da una prospettiva diversa. Quando le chiedo che cosa sua madre pensasse potesse ancora mancare al racconto della propria opera, risponde: “Secondo me non si poneva questo problema”. Era, aggiunge, “un’artista libera, un’artista indipendente”, capace di scegliere cosa fare o non fare secondo il momento e le situazioni. Più che costruire la propria posterità, Marisa Merz sembra aver difeso la libertà concreta del fare.

La mostra dedicata a Marisa Merz. “Noi estraiamo geometria dal sentimento”

Alla Fondazione Merz c’è un oggetto minimo che per me dice più di molte spiegazioni. È un bigliettino di carta del Boscolo Hotel di Padova, uno di quei supporti occasionali sui quali Marisa Merz annotava pensieri, frasi, appunti e che talvolta lasciava sulle opere, piegati o avvolti. Su questo ha scritto: “Noi estraiamo geometria dal sentimento (Caravaggio la Madonna dei mendicanti)”. La frase finisce per dare il titolo all’opera.
È difficile non fermarsi lì.

Quando Merz scrive “Noi estraiamo geometria dal sentimento”, non credo stia dicendo che prima esiste una forma razionale e poi l’artista vi inserisce un’emozione. Mi sembra dica quasi il contrario: la struttura nasce dall’esperienza emotiva, dal corpo, dalla memoria, dalla percezione. La geometria non è fredda, matematica, imposta dall’esterno. È qualcosa che viene estratto da una materia umana che precede la forma.
Quella piccola nota aiuta a capire anche l’apparente disordine dei materiali presenti alla Fondazione: fili di rame, cera, terra cruda, alluminio, grafite, cartoline, specchi, nastro adesivo, post-it, tappi di bottiglia, petali di rosa. Non c’è una gerarchia preventiva. Un tappo di plastica non viene nobilitato fino a smettere di essere un tappo. Resta lì, riconoscibile, ma entra in un rapporto diverso con ciò che lo circonda.

Anche i volti sembrano nascere così. Nei disegni affiorano da una linea che definisce il naso, la bocca o una palpebra, oppure si disperdono in segni frammentari. Le testine attraversano decenni di lavoro senza fissarsi in una tipologia stabile. La forma sembra continuamente sul punto di arrivare e contemporaneamente di sottrarsi.

Alla GAM, la casa non basta

La GAM prende la casa come luogo originario della ricerca. Le sette stanze curate da Chiara Bertola e Chiara Parisi accostano lavori storici a opere inedite provenienti dalle case-studio di Torino e Milano. Al centro torna Living Sculpture del 1966, dopo il restauro del Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale.
Le sottili lamine di alluminio vengono tagliate, piegate e sovrapposte fino a perdere la rigidità che associamo al metallo. Sospese, reagiscono alla luce, all’aria, al movimento delle persone. Lo stesso accade con il rame: Merz prende la lavorazione a maglia, gesto legato alla memoria domestica, e al posto della lana utilizza un filo metallico. Il risultato non appartiene più chiaramente né al lavoro manuale né alla scultura tradizionale.

È qui che la lettura domestica rischia di diventare troppo comoda. Casa, donna, lavoro manuale, interiorità: la sequenza è fin troppo facile. La casa di Marisa Merz non era il contrario del museo, né un rifugio dal mondo. Era studio, laboratorio, deposito, luogo delle relazioni e spazio in cui un’opera poteva essere ripresa, spostata, modificata.
Lo raccontano perfino alcuni dettagli apparentemente marginali, come i peluche tenuti su una sedia in cucina che Merz indicava come il proprio pubblico. Il domestico, a quel punto, smette di essere una categoria rassicurante e diventa uno spazio nel quale le gerarchie dell’arte possono essere continuamente rinegoziate.

A Rivoli la scala cambia

Al Castello di Rivoli Francesco Manacorda e Marianna Vecellio costruiscono il percorso intorno alla ricostruzione di E il naufragar m’è dolce in questo mare, ambiente presentato nel 1980 alla galleria Tucci Russo e poi, in una nuova configurazione, alla Biennale di Venezia dello stesso anno. Intorno vengono raccolti oltre sessanta lavori tra dipinti, disegni, installazioni in rame e alluminio e sculture in argilla cruda.
Qui diventa difficile continuare a parlare di Marisa Merz soltanto come artista dell’intimità. Le opere entrano in relazione con distanze, vuoti, sospensioni, pareti. La leggerezza non coincide più con la fragilità: diventa un modo di occupare lo spazio.

Anche il dialogo con dieci artiste contemporanee, fra cui Miriam Cahn, Tacita Dean, Lara Favaretto, Micol Assaël e Leonor Antunes, contiene un rischio. Merz potrebbe facilmente trasformarsi nell’antenata ufficiale di una genealogia femminile contemporanea. Il confronto funziona meglio quando evita di dimostrare una discendenza e lascia emergere consonanze più incerte, legate ai materiali, alla durata e allo spazio.
Particolarmente insolito è lo scambio con la Collezione Cerruti: due opere di Merz entrano nella villa, mentre il Castello accoglie l’Angelo annunciante, Redentore, Vergine annunciata di Agnolo Gaddi del 1387-88. Il sacro, in questo contesto, non rende Merz più mistica. Riporta piuttosto la trascendenza dentro cose estremamente concrete: argilla, cera, rame, mani, ripetizione.

Che cosa manca ancora a Marisa Merz?

A Beatrice Merz ho chiesto che cosa mancasse ancora al racconto di sua madre. In un primo momento rinvia la risposta: “Lo vedremo alla fine”. Le interessa anche la reazione del pubblico e ricorda che a conclusione del progetto un convegno proverà a “tirare tutte le fila”.
Quando le chiedo più direttamente se qualcosa di Marisa manchi nelle tre mostre, risponde: “Non credo. Credo che fra tutti e tre l’abbiamo abbastanza completata”.
Quell’“abbastanza” mi sembra più interessante di una dichiarazione di completezza. Le tre mostre non risolvono Marisa Merz, e forse non potrebbero farlo. Rendono però più difficile continuare a raccontarla soltanto come la donna dell’Arte Povera, l’artista della casa o della fragilità.
Il piccolo foglio del Boscolo Hotel, in fondo, dice la stessa cosa in un altro modo. La geometria va estratta dal sentimento: anche qui la forma non arriva mai da sola.

Antonino La Vela

Torino e Rivoli// dal 29 ottobre 2026 fino al 4 aprile 2027
Marisa Merz. La danza delle ore
Fondazione Merz, Via Limone, 24
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GAM , Via Magenta 31
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Castello di Rivoli, Piazzale Mafalda di Savoia, 2
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Antonino La Vela

Antonino La Vela

Antonino La Vela (Marsala, 1971) è artista, scrittore e ricercatore indipendente. Vive e lavora a Torino. La sua ricerca attraversa arte contemporanea, politica, ecologia, genere, identità e tecnologie, con particolare attenzione ai rapporti tra visibilità, potere e responsabilità. Scrive di…

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