Lezioni di critica #28. La metafisica minimale dell’artista Francesco Gennari sale in cattedra
Quello di Francesco Gennari è un ottimo esempio di cosa dovrebbe voler dire essere un artista italiano. E del perché la strada per il riconoscimento internazionale è quella della mediazione tra locale e globale
Il corpo dell’opera di Francesco Gennari (Fano, 1973) ha raggiunto nel corso degli anni dimensioni degne del demiurgo che si diverte a incarnare con tragica ironia, così la letteratura critica a Lui dedicata. Il presente contributo, di conseguenza, non intende infoltire le ricognizioni molteplici ed esaustive intorno alla sua opera, mira piuttosto a sondarne il portato “strategico”, in particolare agli occhi degli artisti italiani in formazione. Non solo una lezione di critica, dunque, ma anche e soprattutto di poetica. Siccome Gennari è uno dei rari artisti italiani competitivi a livello internazionale ma, purtroppo per le nuove leve, alieno all’insegnamento, in cattedra ce lo portiamo noi.
Arte e geopolitica. Cos’è un artista italiano?
Che arte deve fare un artista italiano per essere appetibile oltre i confini nazionali? Prima di rispondere con il sostegno del Prof. Gennari, occorre fare piazza pulita di un paio di confusioni inerenti al concetto di “italianità” e più in generale di “identità nazionale” di un artista, entrambe frequenti nelle esternazioni di molti nostri addetti ai lavori. Per cominciare, un artista è “italiano” se è nato e si è formato in Italia, anche se nel frattempo ha preso spesso l’aereo; è “italianizzato” se è nato all’estero ma si è formato o ha subito l’influenza della temperie artistica italiana, altrimenti resta un artista straniero che semplicemente risiede sul nostro territorio. In tal senso Theo Eshetu non è affatto un artista italiano invitato alla Biennale di Venezia ed è dubbio che sia italianizzato. Tale distinzione è cruciale in vista della successiva: quella tra chi – italiano o italianizzato che sia – scimmiotta lo stile internazionale da un Paese di provincia quale l’Italia e chi, al contrario, tenta una difficile sintesi con gli abiti artistici nostrani, due opzioni che evidentemente non riguardano gli artisti di origine italiana naturalizzati altrove. All’operatore cosmopolita che storca il naso di fronte a questioni di stretta attinenza geopolitica, ricordiamo che esse sono alla base del successo di artisti fortemente identitari quali Ai Weiwei, Chris Ofili e Wangechi Mutu. Non si vede perché un artista internazionale possa essere identificato come cinese, anglo-nigeriano o keniota, ma non come italiano, tale è il nostro senso d’inferiorità interiorizzato.
L’Italia, d’altro canto, si pone a mezza via tra i Paesi non occidentali, guardati con grande attenzione dagli osservatori occidentali, e le aree del pianeta che detengono il copyright dell’arte contemporanea, ovvero USA e Nord Europa. Con possibilità ridotte rispetto ai detentori dei diritti d’autore ma anche nei confronti di attori periferici ritenuti “esotici”, un artista italiano ha due possibilità di farsi conoscere oltre i confini nazionali: 1) formarsi all’estero o emigrare a tempo debito, in questo secondo caso contaminando gli stilemi imperanti nel Paese d’adozione con elementi tratti dal proprio retroterra antropologico (valgano per l’Italia gli esempi rispettivamente di Rosa Barba e Maurizio Cattelan); 2) tentare la sintesi dal proprio Paese d’origine (è il caso di Gennari). Tertium non datur, l’opzione residua consistendo nell’assumere pedissequamente il linguaggio internazionale da una postazione periferica e dunque finendo per apparire come degli attardati di provincia. Non si sta affermando, beninteso, che non sia possibile rinnegare gli stilemi identitari legati al proprio territorio d’appartenenza, lo dimostrano gli innumerevoli artisti di successo senza un terroir riconoscibile; ma solo che risultare originali senza l’ausilio della stampella identitaria è un’opzione riservata ai Paesi nordamericani e nordeuropei, laddove lo stile cosiddetto internazionale ha il suo ancoraggio geografico specifico. La bontà di un artista, nel resto del mondo, va negoziata tra la necessaria adesione ai codici dominanti e l’identità territoriale che si rappresenta, secondo una forbice altamente variabile.
Francesco Gennari, artista “glocal”
Agli artisti periferici, tra cui quelli italiani, non resta che mediare tra globalismo e localismo. L’italianità non solo può fornire un valore aggiuntivo alla poetica di un artista italiano o italianizzato, ma costituisce una premessa pressoché obbligata per il suo successo all’estero. In un Paese dove il classicismo è connaturato all’immaginazione, nessuno più di Francesco Gennari incarna oggi la perfetta sintesi tra internazionalismo e “genius loci”, che non ha a che vedere con qualità connaturate (sic) ma con i codici estetici e antropologici del proprio Paese d’origine (ovvero con un “genus loci”). In Italia spicca la grande tradizione metafisica, spalmata tra le avanguardie storiche del primo Novecento e il nostro artista-demiurgo, con in mezzo la stagione dei Burri, Fontana e Manzoni, quindi le avventure collettive di Arte Povera e Transavanguardia. Se Cattelan ha miscelato la teatralità tipica del popolo italiano e alcuni stilemi poveristi con l’iperrealismo scultoreo e il linguaggio transnazionale della pubblicità, nemmeno un apolide come lui sfuggendo alla mediazione tra localismo e globalismo, Gennari ha innestato la tradizione metafisica italiana sul minimalismo di matrice statunitense. De Chirico, Manzoni e Anselmo si sono dati appuntamento con Judd, Lewitt e Bob Morris. Il risultato è un cocktail riuscito e di sicuro valore, tanto che i riscontri internazionali hanno cominciato a palesarsi. Essi danno ragione alla bontà di una ricetta da molti connazionali guardata con sospetto, la quale, al pari della biologia, ha nella contaminazione il suo punto di forza. Commistione non significa emulazione, né arroccamento, a un osservatore straniero Gennari appare per quello che un artista italiano è o dovrebbe essere: un professionista con delle solide radici territoriali e nondimeno attento alle ricerche internazionali. Senza uno dei due ingredienti nessuna alchimia “glocal” è possibile. Essa è la via maestra praticabile dagli artisti di provincia, Italia compresa. Se nei Paesi emergenti sono il neo-primitivismo o le forti tensioni sociali a fornire l’ingrediente locale, chi si forma in un museo diffuso quale l’Italia non può che attingere alla nostra tradizione iconografica, rinverdendola in forme a un tempo stabili e mobili. La sudditanza critica e curatoriale del Bel Paese nei confronti dei Paesi dominanti certo non aiuta, ma chi fa da sé fa per tre.
La metafisica minimale di Francesco Gennari
Per quanto “fuori dal tempo”, Gennari si è dimostrato puntuale, nel suo appuntamento con l’arte contemporanea. Allorché ha optato di sondare le potenzialità inespresse dei codici minimalisti sull’esempio di Felix Gonzales-Torres e del coevo “Perverted Minimalism”, l’artista-demiurgo ha saputo calarsi nell’umano e finanche nello strategico. L’arte non è mai solo una faccenda d’ispirazione ma anche un business dove ne va dell’in/successo della propria impresa. Si prenda la serie di lavori intitolati Ascensione. Qui il quadrato minimalista diviene un cosmo metafisico, impossibile dire se micro o macro, abitato da umani sub specie di lumache imprigionate nei loro gusci. Opportunamente il critico Simone Menegoi, nel saggio in catalogo edito in occasione della personale dell’artista presso il Museo Marino Marini di Firenze, ha riconosciuto un’eco di queste sculture con i modelli cosmici medievali, e delle chiocciole con le colonne tortili proprie della tradizione classica, le quali come minuscoli Atlanti sostengono la volta celeste. Impossibile, aggiungiamo noi, non pensare al teatro da camera di De Chirico, alle quinte misteriose di Fontana, alla tela-plinto di Paolini. Dal quadrato al cerchio il passo è breve, tutte le centrature di sé del demiurgo ammiccando sia a Mario Merz ed Ettore Spalletti che a Richard Long e Bruce Nauman. Così per sculture ridotte a linee, memori di Luciano Fabro come di Richard Serra e Carl Andre. Quanto ai suggestivi autoritratti fotografici che vedono il demiurgo semicelato nella penombra e vestito di Loden e Clarks, i rimandi sono al travestitismo di De Chirico e Luigi Ontani e alle atmosfere misteriose di Magritte. Non c’è opera di Gennari che non sia un caleidoscopio iconografico, oltre che tecnico e materiale, dove l’elemento autoctono non manca mai.
Dentro il laboratorio dell’arte
È possibile estrapolare una “ricetta del successo” dall’esempio particolare di Gennari? Purtroppo no, ma alcune linee-guida si possono tentare. Restando ai codici minimalisti, si può immaginare un pittore che astragga differenti dettagli dalle decorazioni bicrome che ornano le facciate di molti edifici sacri della Penisola, producendo un’astrazione geometrica in bilico tra Arnolfo di Cambio e Frank Stella, Giotto e Sarah Morris, l’Alberti e Wade Guyton. Se da noi genererebbe diffidenza, all’estero sarebbe apprezzato. Un pittore figurativo, invece, potrebbe rendere psichedelico il misticismo medievale, unendo la potenza di un Richard Prince al mondo fiabesco delle miniature, o fare lo stesso con il bestiario romanico. Cambiando medium e registro, si può immaginare un artista-nomade armato di mezzi fotografici e video che girovaghi per lo Stivale documentandone il classicismo decadente, per esempio immortalando degli “zombie” in preda al fentanyl nei pressi della Piramide Cestia a Roma, quindi una scena di sesso consumata all’alba tra le colonne di San Lorenzo a Milano. Per quanto concerne la scultura, si può immaginare un autore che con l’aiuto dell’AI sappia mediare tra Thomas Schütte e Bernini, oppure tra Thomas Houseago e Antelami, o ancora tra Antony Gormley e la statuaria della Lunigiana, affidando i risultati ai tanti maestri-artigiani dello Stivale qualora non fosse in grado di operare in prima persona.
Il punto è comprendere che di spunti iconografici cui attingere il patrimonio artistico del Bel Paese è pieno. Occorre contaminare i codici internazionali con il proprio retroterra culturale, facendo dei primi un passaporto imprescindibile e del secondo un elemento identitario su cui puntare sull’esempio del Parmigiano Reggiano e della Ferrari, meglio se con il sostegno di una critica e curatela più consapevoli di quelle attuali. Un idioletto artistico ancorato al genus italicum, lungi dall’essere un’onta, può rivelarsi una mossa vincente, costituendo un vero e proprio “brand” in grado di sopperire allo status provinciale. All’ultimo Padiglione Italia, per esempio, Chiara Camoni ha declinato il neo-primitivismo attualmente in voga secondo uno stile neolitico d’impronta mediterranea. Ciò non la esenta dai limiti della moda neo-tribale, ma certamente la fa apparire come un caso nostrano di industria vernacolare. Fosse risultata inquadrabile in una koiné “mediterranea” declinata in molteplici modi e nota internazionalmente, ne avrebbe guadagnato. Ma per questo occorrerebbe quella che in altri contesti è stata definita “coscienza di classe”, niente di più lontano dall’esterofilia d’accatto degli operatori italiani e mediterranei in genere.
Cosa non fare
Restare in Italia, tradire il proprio retroterra artistico e aderire pedissequamente ai codici dominanti è un’opzione destinata a fallire, lo dimostra l’esercito di plagiari alieni alle scene internazionali ma osannati in patria. Chi “vuò fà l’americano” espatri da giovane o meglio ancora si formi all’estero, dopo è tardi. Quanto agli spiriti cosmopoliti residenti in Italia, dovrebbero comprendere che salire sull’aereo per collezionare mostre e residenze in giro per il mondo serve a poco, se l’immaginario che si trascinano dietro appare clonato. Gli eventuali consensi maturati, mai davvero sufficienti a internazionalizzarli, prima o poi si sgonfiano. Senza radici si spicca il volo solo in aeroporto, restando infine a terra per quanto concerne la carriera. All’opposto, disertare i codici internazionali e l’esuberanza che sovente li accompagna, limitandosi agli stilemi nostrani e alla timidezza che li contraddistingue, condanna all’isolamento del proprio orticello, da cui le nutrite fila di geni incompresi della Penisola.
Prendere esempio dai maestri
Anche la storia dell’arte è maestra di vita, a saperne comprendere il funzionamento. Se l’esempio di Gennari risultasse insufficiente e la lezione odierna sospetta, è bene ricordare che la grande arte italiana del Novecento altro non ha fatto che mediare tra locale e globale secondo le direttive qui suggerite. De Chirico innestando il modus surrealista, saggiamente riconvertito in “Metafisica”, sulle iconografie italiche e mediterranee; Fontana portando alle estreme conseguenze le istanze formali del Barocco; l’Arte Povera mescolando sapientemente il minimalismo e il poverismo internazionali con il proprio retroterra iconografico; la Transavanguardia declinando alla mediterranea l’ondata neo-espressionista; Pasolini e Ghirri ridestando il classico attraverso il cinema e la fotografia; Maurizio Cattelan esportando l’italica commedia dell’arte nel mondo delle mostre; Vanessa Beecroft fondendo il classicismo dell’alta moda con quello delle belle arti, le sue modelle costituendo dei doppi in carne e ossa dei manichini di De Chirico. Forse che i maestri italiani chiamati a testimone sono tutti dei nazionalisti retrogradi?
Roberto Ago
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