Due mostre da non perdere se si vuole capire la scena artistica emergente di Venezia 

Dagli Atelier della Fondazione Bevilacqua La Masa all’Atelier F dell’Accademia di Belle Arti di Venezia. Due mostre-osservatorio sui giovani artisti attivi a Venezia, tra sperimentazioni sui materiali, pratiche collettive e l’inesorabile resistenza della pittura

Per individuare una direzione c’è bisogno di un punto di partenza. Per quanto riguarda la scena emergente che trova a Venezia – per formazione, lavoro e opportunità di esposizione – il proprio territorio di riferimento, trovare un unico punto da cui si diramano le pratiche che la compongono è cosa impossibile. O quantomeno la strada per farlo è tortuosa e piena di vicoli ciechi. La necessaria conseguenza è un labirinto di attitudini e visioni, tutt’altro che caotico, bensì coerente per chi cerca oltre la seconda dimensione. Solo così si può trovare una direzione che non si misura in destra o sinistra, che non si orienta sui punti cardinali, ma che sceglie invece di abbracciare il destino ultimo della città: quello di andare a fondo. La restituzione degli Atelier 2025/2026 della Fondazione Bevilacqua La Masa e la mostra dell’Atelier F dell’Accademia di Belle Arti di Venezia hanno inaugurato a ventiquattro ore di distanza l’una dall’altra, dimostrandosi ottimi esempi di un affondare nel senso della pratica artistica, anche ad un livello emergente e sperimentale – in una parola: giovane. La prima in isola (divisa tra la Galleria di Piazza San Marco e Palazzetto Tito), la seconda in terraferma (nel Padiglione Antares a Marghera) raccolgono insieme l’operato di diverse decine di artisti. Numeri che danno conto di una scena attiva sul luogo e nelle sue aree circostanti, senza neppure avvicinarsi all’esaurirla.

Da cosa nasce cosa, Bevilacqua La Masa, Venezia, foto Nico Covre
Da cosa nasce cosa, Bevilacqua La Masa, Venezia, foto Nico Covre. Artista: Ketty Gobbo

Gli studi della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia

Da due anni a questa parte, agli studi di Palazzo Carminati (Santa Croce) e del Chiostro dei Santi Cosma e Damiano (Giudecca) si sono aggiunti quelli dell’Ex Emeroteca dell’Arte a Mestre, frutto di una collaborazione tra l’istituzione e la Fondazione Musei Civici di Venezia. Tre sedi che per un anno si adattano alle pratiche più disparate, dalla pittura alla scultura, dal video all’installazione, dalla fotografia alla performance, e che in questa edizione hanno accolto 28 artisti e collettivi, di seguito elencati: Irene Mathilda Alaimo, Daniele Antoniazzi, Nina Baietta, Anna Benetti, Martina Biolo, bottega hospites, Nuvola Camera, C. A. Castro Lobato, Paola Cenati, Cecilia Cocco, Ilaria Costaglia, Giorgio Maria Crescentini, Barbara Koller D’Alessandro, Enzo e Barbara, Simone Fochesato, Giulia Gaffo, Ketty Gobbo, Federica Gottardello, Hetty Laycock, Besnik Lushtaku, Rovers Malaj, Carlotta Mazzariol, Sara Pacucci, Isabella Ponte, Lorenzo Seano, Irene Stellin, Tommaso Viccaro, Zeroscena. Entriamo ora nel merito della mostra, soffermandoci sui lavori che più hanno catturato la nostra attenzione.

Gli Atelier 2025/2026 della Fondazione Bevilacqua La Masa e lo studio dei materiali

È Camilla Mozzato a curare gli artisti residenti di questa edizione degli Atelier della Fondazione Bevilacqua La Masa. Il titolo della mostra – Da cosa nasce cosa – cita la saggezza popolare (ma anche quella di Bruno Munari) che riesce a individuare il valore del processo, e non solo del risultato. Un’attitudine che, in mostra, emerge particolarmente nel lavoro di Martina Biolo (Padova, 1996): un tornio per ceramica completamente bianco, attivo pur senza nessuno a modellare l’argilla. Ambasciatrici del processo, la ripetizione e la perenne incompiutezza della forma esprimono un commento sulla possibilità di strappare il lavoro all’utilità, definendo ulteriormente la residenza come auspicabile spazio di sperimentazione scevra da logiche di mercato. Altamente processuale è anche la grande installazione che accoglie i visitatori al piano terra di Palazzetto Tito: su quella che sembra al tempo stesso la chiglia di una nave o la cassa toracica di una creatura marina, Ketty Gobbo (Treviso, 1999) ha disteso una pelle in lattice che reca le impressioni di zucche, pannocchie, foglie ed altri elementi provenienti dal suo orto. Sono le tracce visibili del “venire al mondo” di questo lavoro, che reca con sé un profondo studio del materiale, comune a diversi altri artisti presenti in mostra. Tra questi, Hetty Laycock (Cambridge, 1997) e Giorgio Maria Crescentini (Firenze, 1998) raggiungono alti livelli di raffinatezza formale, la prima con la ceramica, il secondo con il vetro. Su questa scia si inserisce anche il duo Enzo e Barbara (Riccardo Lodi, Padova, 1998; Greta Fabrizio, Padova, 2000): il loro Condensatore applica la ricerca tecnica sui biomateriali – tra cui polvere di gusci d’ostrica, cera d’api e alginato, in collaborazione con Emi BioLab – ad una riflessione sugli aspetti religiosi e trascendentali dell’acqua, che da elemento concreto viene trasmutato in immagine e successivamente in suono attraverso un processo di sintetizzazione ideato insieme a Basic Vision. L’opera, che assume la forma di due acquasantiere organico-tecnologiche, è stata inoltre attivata attraverso una performance sonora di Angelica Racco, ispirata alla tradizione musicale cristiana.

Video e pittura nella mostra degli Atelier di Bevilacqua La Masa 2025/2026

Più contenuta è la presenza dell’immagine in movimento: se nel lavoro di Giulia Gaffo (Cittadella, 1999) emerge soprattutto come supporto alla parola e al pensiero, il collettivo Zeroscena (Luka Bagnoli, Rimini, 1998; Elisa La Boria, Latisana, 1998) realizza con Nina Baietta (Camposampietro, 1997) una riflessione ecocritica – visiva tanto quanto musicale – sulla pratica del birdwatching, riscrivendone modalità e finalità di precisione. E infine il video come archivio che, per quanto riguarda il lavoro di Irene Mathilda Alaimo (Roma, 2000) affonda come un pugno nello stomaco: The Making Of raccoglie un’ora di found footage, documentari, backstage legati alle possessioni demoniache e agli esorcismi, esponendo le modalità in cui guardiamo, filmiamo e raccontiamo il corpo posseduto e le conseguenti difficoltà psichiche. C’è sicuramente qualcosa da dire anche sul versante pittorico, che costituisce circa un terzo dei residenti di quest’anno: a partire da chi ha deciso di superare i limiti della tela e sconfinare nell’installazione, come Isabella Ponte (Venezia, 2003), Tommaso Viccaro (Conegliano, 2001) e Ilaria Costaglia (Camposampietro, 2001), per poi passare a chi invece vede nella tela un abisso in gran parte ancora inesplorato: Nuvola Camera (Como, 1998) indossa lo scafandro e si tuffa nello stesso blu che torna sulla tela, per indagare i limiti dell’immagine, della sua percezione e della sua produzione. Da tenere d’occhio Cecilia Cocco (Palmanova, 2001): particolarmente figurativa, magica e surreale, la sua è una pittura inquieta, che si fa ancora più raffinata nella pratica del disegno. Non meno onirica, ma certamente più spettrale, la pittura di Sara Pacucci (Treviso, 1999) colpisce soprattutto nei paesaggi: cieli carichi di nuvole che, strato dopo strato, danno forma a vertigini. E che, accostate all’installazione site-specific di C.A. Castro Lobato (Città del Messico, 2003), costituiscono uno dei brani più riusciti dal punto di vista allestitivo. Non che il resto pecchi particolarmente, considerando le difficoltà di gestire uno spazio asettico quale la Galleria di Piazza San Marco e uno estremamente caratterizzato quale Palazzetto Tito. Alcuni lavori – va detto – risultano alquanto sacrificati, ma non c’è dubbio che la mostra si lascia apprezzare anche grazie ad un generale buon utilizzo degli spazi e alle felici giustapposizioni.

La mostra dell’Atelier F dell’Accademia di Belle Arti di Venezia

Parlare di allestimento appare necessario anche in merito a Extra Ordinario 2026, la mostra che dà conto del lavoro svolto durante l’estate da un centinaio di giovani pittori dell’Atelier F dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, sotto la guida dei docenti Carlo Di Raco e Martino Scavezzon. Rispetto ad altre annate, questa si distingue per la pulizia del setup, che evita il sovraffollamento pur senza sacrificare quell’atmosfera laboratoriale che contraddistingue il padiglione Antares: la mostra, infatti, trova luogo nel vasto ambiente in cui i pittori hanno lavorato a stretto contatto nel corso di diversi mesi. Uno spazio prezioso, che consente loro di confrontarsi con tele di grandi dimensioni. Anche qui, l’impossibilità di coniugare necessità di brevità e volontà di passare in rassegna ogni lavoro ci costringe a selezionare solamente i più rappresentativi.

Antares e i suoi pittori

“È un Antares molto giovane”, mi racconta Jacopo Zambello (Rovigo, 1999), commentando la bassa percentuale di veterani dell’atelier rispetto agli anni passati. Lui stesso ha già collezionato diverse edizioni di Extra Ordinario, portando una figurazione sempre più decisa che culmina nello sposalizio tra luce e corpo. Rispetto alla tendenza, all’interno di questo atelier, di indagare il rapporto tra figurazione e astrazione senza eccedere in nessuna direzione, il suo è un “estremismo” che sicuramente si fa notare.
Nonostante la quota più giovane (under 25) sia rilevante, l’esperienza dei più veterani si fa sentire, come è giusto che sia. Tra gli immancabili, Thomas Braida (Gorizia, 1982) porta una pittura incupita, scheletri danzanti sotto un cielo sanguigno costellato di caccia. Particolarmente macabri i dipinti di Eric Pasino (Vercelli, 1997), ma la sorpresa sta nelle differenze tra i lavori presentati: uno è la classica “pasinata”, ovvero un processo che indaga se stesso prima che il soggetto e si struttura sulla continua stratificazione e ritrattazione del materiale pittorico; gli altri due, invece, sono raffigurazioni tanaterotiche in cui la riconoscibilità della figura si fa chiave imprescindibile, e che il pittore riconosce come “tentativi di pulizia”. Una pittura priva della texture a cui ci ha abituati Pasino (ben visibile nella mostra Ogni pittura è paesaggio alla Sala del Camino in Giudecca, a fianco di Jacopo Zambello e Chiara Peruch), ma che si lascia apprezzare per la solida iconografia e per la ricercata inquietudine. Tra gli esempi più riusciti di quella dissoluzione delle figure che contraddistingue molti dei pittori dell’Accademia di Belle Arti di Venezia c’è quello di Besnik Lushtaku (Mayen, 1999), che figura anche tra i residenti di Bevilacqua La Masa. Con un approccio particolarmente giocoso, Leonardo Furlan (Pordenone, 1998) riproduce su larga scala un televisore a tubo catodico, lasciando a noi il compito di scovare nuove immagini all’interno del suo disturbo. Chiudiamo con una menzione alla meticolosità di Sergio Gagliardo (Roma, 2000), che realizza minuziose scene di aristocratica e decadente lascivia.

Venezia come fucina

Non è necessario stilare l’identikit dell’artista veneziano: si rischierebbe di descrivere una creatura mitologica dall’aspetto chimerico. La crisi demografica della città lagunare fa sì che veneziano sia chi veneziano diventa, scegliendo di abitare questo luogo, di trasformarlo nel proprio studio e nella propria casa, con tutte le difficoltà annesse. La persistenza di una scena vasta e imperterrita, non solo nelle aule dell’Accademia o nelle istituzioni – come Bevilacqua La Masa – che si dedicano al panorama emergente, ma soprattutto negli studi d’artista condivisi e negli spazi indipendenti è la prova tangibile che il modello di una Venezia-vetrina non è l’unico percorribile. C’è voglia di fare, e soprattutto di fare insieme: un’attitudine direttamente promossa dalla geografia stessa della città, che purtroppo trova barriere spesso insormontabili nel caro affitti, nella precarietà del lavoro culturale e nell’ultra-capitalizzazione della città ai danni dei suoi cittadini. Se affondare è davvero il destino di Venezia, che significhi andare a fondo per mettere radici.

Alberto Villa

Venezia // fino al 22 novembre
Da cosa nasce cosa
PALAZZETTO TITO – Dorsoduro 2826
GALLERIA DI PIAZZA SAN MARCO – Piazza San Marco 71/C
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Venezia – Marghera // fino al 6 novembre
Extra Ordinario 2026
PADIGLIONE ANTARES – VEGA, Parco Scientifico Tecnologico, Via della Libertà, 420-746

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Alberto Villa

Alberto Villa

Nato a Sesto San Giovanni sul finire del 2000, è critico e curatore indipendente. Si laurea in Arti Visive all'Università IUAV di Venezia con una tesi sulle Crocifissioni nell'arte contemporanea (relatrice Angela Vettese), dopo aver ottenuto una laurea triennale in…

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