La pittrice che mise gli uomini nudi al posto delle odalische. Sylvia Sleigh a Ginevra

È una retrospettiva giusta quella che il MAMCO di Ginevra dedica a Sylvia Sleigh, pittrice gallese dalla carriera newyorkese che scelse la figurazione quando non era più di moda. Fino al 25 ottobre


Quando un museo scopre che soltanto il 21% delle opere presenti nelle proprie collezioni appartiene ad artiste, la questione smette di riguardare esclusivamente le politiche di acquisizione e finisce per investire, più in profondità, il modo stesso in cui la storia dell’arte è stata costruita nel tempo. Da questa consapevolezza nasce Refaire Collection, il progetto con cui il MAMCO di Ginevra rilegge il proprio patrimonio, affiancando alla mostra collettiva una retrospettiva dedicata a Sylvia Sleigh (Llandudno, 1916 – New York, 2010). La scelta appare particolarmente felice, poiché la pittura dell’artista gallese dimostra come il problema risieda, in altri termini, non tanto nell’assenza di figure femminili capaci di confrontarsi con la grande tradizione del ritratto, quanto piuttosto nella scarsa attenzione che quella tradizione ha riservato a esperienze rimaste ai margini del canone. L’esposizione ginevrina offre così l’occasione per osservare una ricerca che, pur essendo spesso ricondotta al dibattito femminista degli Anni Settanta, trova la propria forza nella pittura stessa e nella capacità di interrogare uno dei generi più longevi della storia dell’arte. Nei dipinti di Sylvia Sleigh il ritratto diventa infatti il luogo in cui si misura il rapporto tra chi guarda e chi viene guardato, tra la presenza del modello e quella dell’osservatore, e la superficie pittorica si trasforma, di conseguenza, in uno spazio di relazione prima ancora che di rappresentazione.

Sylvia Sleigh, Court of Pan (after Luca Signorelli), 1973, olio su tela, 198,1 × 292,1 cm. Photo Steven Probert
Sylvia Sleigh, Court of Pan (after Luca Signorelli), 1973, olio su tela, 198,1 × 292,1 cm. Photo Steven Probert

Chi era Sylvia Sleigh

Nata nel 1916 a Llandudno, nel Galles, e formatasi alla Brighton School of Art, Sylvia Sleigh si trasferisce a New York all’inizio degli Anni Sessanta insieme al marito Lawrence Alloway, critico d’arte, membro dell’Independent Group e protagonista di quella riflessione teorica che avrebbe accompagnato la nascita della Pop Art. L’approdo nella metropoli americana coincide con l’ingresso in una delle stagioni più fertili della cultura visiva del Novecento, portandola a intrecciare rapporti con artisti, scrittori e intellettuali che, nel tempo, diventeranno i soggetti privilegiati dei suoi ritratti. Mentre la pittura americana sembra orientarsi verso linguaggi sempre più astratti e concettuali, Sleigh sceglie ostinatamente la figurazione, coltivando una tecnica lenta, accurata, quasi fiamminga, capace di restituire la consistenza della pelle, dei tessuti, della luce e, soprattutto, della presenza umana.

Il “Bagno turco” di Sylvia Sleigh al MAMCO di Ginevra

Il nucleo della mostra è rappresentato da The Turkish Bath, del 1973, monumentale composizione che riprende esplicitamente Il bagno turco di Jean-Auguste-Dominique Ingres, sostituendo però alle figure femminili una comunità di artisti, curatori e amici ritratti completamente nudi. Tra loro compaiono, tra gli altri, lo stesso Lawrence Alloway, John Perreault e Carter Ratcliff, disposti secondo una costruzione circolare che richiama la celebre invenzione ingresiana e che, più in profondità, sembra recuperare anche la monumentalità compositiva degli affreschi di Luca Signorelli, nei quali il corpo diventa principio ordinatore dello spazio. Sarebbe tuttavia riduttivo leggere quest’opera esclusivamente come una semplice inversione dei ruoli tra uomo e donna, poiché la nudità maschile finisce per produrre un effetto ben diverso da quello di una rivalsa iconografica, e il corpo, lungi dal trasformarsi in un oggetto disponibile allo sguardo, conserva in ogni figura una propria individualità pienamente riconoscibile. Ogni volto continua, infatti, a esistere come centro espressivo dell’immagine, e ogni sguardo mantiene quella distanza psicologica che impedisce allo spettatore di ridurre quei corpi a pura esposizione visiva.

Sylvia Sleigh, Refaire Collection, MAMCO, Ginevra, 2026, installation view. Photo Annik Wetter - MAMCO Genève
Sylvia Sleigh, Refaire Collection, MAMCO, Ginevra, 2026, installation view. Photo Annik Wetter – MAMCO Genève

Sylvia Sleigh. Riscattare il ritratto

È proprio qui che la pittura di Sleigh rivela la sua originalità più profonda. Il ritratto, nella sua concezione, smette di essere una semplice registrazione fisiognomica per diventare piuttosto un incontro, e se la tradizione occidentale ha spesso concepito il volto come il luogo privilegiato della presenza umana, Sylvia Sleigh raccoglie questa eredità e la rinnova attraverso una pittura capace di costruire un dialogo silenzioso tra modello, pittrice e osservatore. Lo sguardo dipinto attraversa la tela, raggiunge chi osserva e restituisce alla figura ritratta una soggettività piena, trasformando l’immagine in uno spazio nel quale la distanza tra chi guarda e chi è guardato tende progressivamente a ridursi. In questo senso, i suoi dipinti sembrano confermare quella particolare natura dialogica del ritratto moderno, capace di instaurare una relazione reciproca tra immagine e osservatore. La lentezza con cui Sleigh costruisce ciascun dipinto contribuisce del resto a rafforzare questa impressione, giacché ogni volto appare studiato con un’attenzione quasi meditativa, come se il tempo della posa fosse soltanto il punto di partenza di un processo molto più lungo, destinato a sedimentarsi progressivamente nella memoria dell’artista. Il ritratto acquista allora la forma di una conoscenza progressiva, nella quale l’identità emerge attraverso una stratificazione di osservazioni, ricordi e prossimità emotive. John Berger osservava come il vero ritratto cominci spesso quando il modello ha ormai lasciato lo studio, mentre il pittore continua a lavorare sull’immagine che quel volto ha depositato dentro di sé, e questa riflessione sembra descrivere con sorprendente precisione la pittura di Sylvia Sleigh, costruita sulla durata della relazione assai più che sull’immediatezza della somiglianza.

Sylvia Sleigh, Imperial Nude. Paul Rosano, 1975, acquerello e matita su carta, 106,7 × 167,6 cm. Photo Steven Probert
Sylvia Sleigh, Imperial Nude. Paul Rosano, 1975, acquerello e matita su carta, 106,7 × 167,6 cm. Photo Steven Probert

Il nudo nell’opera di Sylvia Sleigh

Persino i numerosi nudi presenti in mostra partecipano, in altre parole, di questa stessa logica interpretativa. Il corpo perde qualsiasi funzione spettacolare per diventare un’estensione del volto, un territorio attraverso il quale affiorano carattere, fragilità, vulnerabilità e fiducia, e la pelle, descritta con minuzia quasi ossessiva, restituisce il tempo trascorso insieme ai modelli molto più di quanto racconti la loro anatomia. Ogni dipinto conserva così la memoria di una conversazione, di una lunga posa, di una reciproca disponibilità tra chi dipinge e chi si lascia dipingere.

Sylvia Sleigh, Refaire Collection, MAMCO, Ginevra, 2026, installation view. Photo Annik Wetter - MAMCO Genève
Sylvia Sleigh, Refaire Collection, MAMCO, Ginevra, 2026, installation view. Photo Annik Wetter – MAMCO Genève

La mostra di Sylvia Sleigh a Ginevra

All’interno di Refaire Collection la retrospettiva dedicata a Sylvia Sleigh assume perciò un significato che supera il necessario riequilibrio statistico delle collezioni. La mostra ricorda infatti che la storia dell’arte è fatta anche di opere rimaste in ombra, capaci tuttavia di offrire strumenti ancora attuali per interrogare il presente, e nel caso di Sleigh questi strumenti coincidono con una riflessione sul ritratto che conserva intatta la propria forza: ogni volto continua a guardarci, ogni immagine continua a chiedere una risposta, ogni incontro pittorico rinnova quella possibilità di riconoscimento reciproco che costituisce, forse, la forma più profonda dell’esperienza del vedere. Ritornando allora a quel 21% da cui prende avvio il progetto del MAMCO, il dato conserva tutta la sua importanza, poiché invita a interrogare le modalità attraverso cui il canone si è formato e consolidato nel tempo. Ciò che questa mostra dimostra con altrettanta chiarezza, tuttavia, è che ogni rilettura della storia dell’arte trova il proprio fondamento ultimo nella qualità delle opere, ed è proprio su questo terreno che Sylvia Sleigh convince pienamente. La solidità della costruzione compositiva, la sensibilità con cui affronta il ritratto, la padronanza della figura e la capacità di confrontarsi con la grande tradizione pittorica europea restituiscono infatti un’artista il cui lavoro sostiene senza difficoltà il paragone con quello di molti dei maggiori pittori della sua generazione. La retrospettiva ginevrina finisce così per ricordare che il canone può essere ampliato, corretto e riscritto, purché a guidarne la revisione rimanga sempre, in ultima analisi, la qualità dell’opera e la forza della pittura stessa, prima di ogni altra considerazione extra-artistica, che si tratti di genere, etnia, orientamento sessuale o appartenenza politica.

Nicola Bigliardi

Ginevra // fino al 25 ottobre
Sylvia Sleigh. Refaire Collection
MAMCO – Rue des Granges, 13
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