Tutt’Italia riscopre Bice Lazzari. Dopo la mostra a Brera, ecco la seconda tappa alla Galleria Nazionale di Roma
Dopo Milano, anche la Capitale ospita l’antologica di un’artista poco nota, ma che ha rivestito un ruolo centrale nel Novecento italiano. Con il suo coraggioso linguaggio pittorico mai uguale a se stesso, Lazzari è protagonista di una mostra intima e approfondita
Difficile scrivere di un’artista la cui prima monografia, pubblicata da Editalia nel 1957, in occasione della mostra alla Galleria La Salita di Roma, è uscita con un testo critico di Enrico Crispolti e la prefazione di Lionello Venturi. Eppure, è doveroso perché finalmente, dopo l’esordio di Palazzo Citterio a Milano, la grande antologica Bice Lazzari. I linguaggi del suo tempo, approda alla GNAMC di Roma, sede per cui, come rivela la nipote dell’artista Maria Isabella Barone, era stata originariamente pensata.
Le parole della nipote dell’artista Maria Isabella Barone
“La Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, è la location ideale per il lavoro di Bice Lazzari. Lei era veneziana, ma nella Capitale operò tantissimo, a partire dagli Anni 40 quando vi si trasferì dopo aver conosciuto il marito, iniziando a collaborare con gli architetti La Padula, autori peraltro del Palazzo della Civiltà. L’idea di questa mostra nasce da Roma”, spiega Barone. “Dopo l’omaggio a Ca’ Pesaro durante la Biennale del ‘22 e le esposizioni internazionali, era giunto il momento per una retrospettiva importante in Italia, alla Galleria Nazionale che già in vita l’aveva accolta. Poi con il cambio di direzione e gli altri eventi, dato che il nostro intento è far riscoprire l’opera della Lazzari, abbiamo colto la proposta della nuova direttrice Renata Cristina Mazzantini, che aveva voluto fortemente Bice Lazzari al Quirinale, di duplicare la mostra e portarla in anteprima a Palazzo Citterio di Milano – con cui la GNAMC collabora”.
1 / 4
2 / 4
3 / 4
4 / 4
Un’artista tra gli artisti: Bice Lazzari alla GNAMC di Roma
Una scelta senza dubbio felice dal momento che l’esposizione romana, sempre a cura di Renato Miracco e organizzata in collaborazione con l’Archivio, ulteriormente ampliata, stupisce, permettendo – con le 200 opere esposte – di avvicinarsi in maniera ancora più profonda al mondo di Bice Lazzari (Venezia, 1900 – Roma, 1981); che, nell’arte come nella vita, fu una persona libera, un’instancabile sperimentatrice, capace di stare nel proprio tempo (assai difficile) senza rinunciare mai alla creatività, ma declinandola nelle sue diverse sfaccettature – dipinti murali, stoffe, gioielli… – a seconda delle necessità; dedicando a ciascun medium il medesimo impegno, senza il bisogno di celarsi dietro categorie o sterili etichette, persino quelle di genere. Tanto che, in un’epoca in cui cominciavano le rivendicazioni, espose in ben pochi contesti femminili, come la Mostra delle pittrici italiane, organizzata dall’Unione Donne Italiane a Firenze nel 1949, preferendo non farsi scudo del suo essere donna, per essere considerata semplicemente un’artista tra gli artisti.

Bice Lazzari: una pittrice “nata” a cinquant’anni
Tuttavia, pur essendosi sempre dedicata all’arte, fu alla soglia dei cinquant’anni che conquistò l’autonomia economica e sociale per esprimente davvero se stessa attraverso la sua prima passione: la pittura. Genere in cui, pur conoscendo la scena italiana e internazionale, coniò un suo personalissimo linguaggio che, grazie alla certezza della linea, del ritmo e della propria identità – coltivati a partire dalla giovanile formazione musicale – non rimase mai uguale a se stesso. Una metamorfosi costante e possibile perché, come emerge lungo il percorso, l’arte per Bice Lazzari non fu mai un esercizio di stile; la stessa adesione all’astrattismo non fu per moda ma per necessità espressiva, l’unica strada possibile per costruire la propria grammatica visiva. Infatti, come ha scritto anche Miracco, la pittura di Lazzari non è semplicemente astratta è non oggettiva, dal momento che è totalmente emancipata dalla realtà privilegiando, in linea con Kandinskij, un legame con la musica nelle sue composizioni.
Il carattere autobiografico dell’opera di Bice Lazzari
Il carattere intimo, privato, autobiografico, dell’opera di Lazzari deriva dal suo essere trasposizione visiva della vita, un immaginario diario e, per questo, sempre nuovo, fresco, sorprendente. Così l’allergia all’olio sviluppata nel 1961 diventa la benedizione – come disse Bonami –, per passare all’acrilico e scoprire le potenzialità della pittura materica, intrisa di luce e vibrazioni, toccando una delle fasi più felici della sua parabola artistica.
1 / 8
2 / 8
3 / 8
4 / 8
5 / 8
6 / 8
7 / 8
8 / 8
La pittura secondo Bice Lazzari
Per proseguire poi la sua ricerca, dal momento che per Bice la stasi non fu mai un’opzione, verso una forma primordiale, essenziale che la portò, attraverso la progressiva riduzione dei mezzi espressivi, a una profonda introspezione. Lei stessa scrisse: “Dentro di noi c’è qualcosa di nascosto che dobbiamo scoprire […] e dovremmo cercare di capire che, al di là di queste cose un po’ inutili, un po’ superficiali, c’è dentro di noi qualcosa che ci porta fuori […]. È più importante penetrare, e magari sbagliare anche, ma cercare quello che è nascosto in noi: quello che non è visibile, che gli altri fanno fatica a vedere […]”.
I meriti della mostra alla GNAMC
Quindi siamo grati all’esposizione romana che ci dà la possibilità di approfondire l’incontro con quest’artista che ha vissuto per l’arte, trasformando le sue opere in un racconto emozionale in cui, una volta entrati, non si smette mai di perdersi e ritrovarsi.
Ludovica Palmieri
(Grazie all'affiliazione Amazon riconosce una piccola percentuale ad Artribune sui vostri acquisti)
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati