Riscoprire Angelo Morbelli, pittore divisionista e anticonformista

Il Fondo Angelo Morbelli a Tortona è un luogo di estrema curiosità: consente di rileggere l’opera di un pittore celebre per la sua adesione al Divisionismo ma anche singolare e impegnato. Ecco cosa abbiamo scoperto

Quando una lettera gli porta buone notizie, disegna sulla busta un fiasco di vino. Quando le notizie sono cattive, disegna un teschio. A dispetto della “sconcertante mestizia” (Corrado Maltese) dei suoi quadri più famosi – quelli che ritraggono i poveri vecchi ricoverati al Pio Albergo Trivulzio di Milano – Angelo Morbelli (Alessandria, 1854 – Milano, 1919) era un tipo scanzonato e ironico. Un collezionista, il conte Ottavio Galateri di Genola e Suniglia, gli domanda notizie di un quadro che il pittore gli ha chiesto in prestito per una mostra. È Credenti, del 1902, una delle sue prime prove divisioniste. Raffigura un gruppo di fedeli raccolto in preghiera nella penombra della chiesa milanese di San Celso. L’accordo era che fosse esposto proprio a Milano, alla Permanente. Per poi rientrare subito a casa, a Carasco, in Piemonte. Morbelli, senza avvertire, lo ha invece dirottato a Monaco, poi a Berlino. Il conte ne sollecita la restituzione. Morbelli gli propone intanto una maliziosa soluzione temporanea, per riempire il vuoto alla parete: “Potrei mandarle una Ballerina. Grande il vero. Ma dipinta...”.

Pinacoteca Divisionismo di Tortona
Pinacoteca Divisionismo di Tortona

Il Fondo Angelo Morbelli a Tortona

È una miniera di curiosità il Fondo Angelo Morbelli custodito alla Pinacoteca Divisionismo di Tortona, in provincia di Alessandria. Arrivato nel 2022 da un ramo della famiglia, comprende 740 documenti, 96 unità archivistiche, oltre 1200 fogli. Quaderni, cartoline, ritagli di giornale, appunti, e tante lettere scambiate con 48 corrispondenti: il più assiduo, l’amico pittore Pellizza da Volpedo. Schedato, inventariato, riordinato, il Fondo è stato presentato di recente in una giornata di studi curata da Giovanna Ginex, storica dell’arte e consulente scientifica della Pinacoteca, e Alessia Francone, archivista. Un’occasione per saperne di più sul grande pittore, e per (ri)vedere un museo non vasto ma sorprendente, aperto al pubblico, per iniziativa della Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona, venticinque anni fa, ma ancora poco noto. Intorno a un nucleo originario di tele di Pellizza (tra cui Il cammino dei lavoratori, progenitore del popolare Quarto stato), oggi sfilano 145 opere di 59 artisti: Segantini, Nomellini, Previati, Severini, Medardo Rosso, Balla e Boccioni tra gli altri. Otto sono di Morbelli. Due appartengono alla serie ambientata al Pio Albergo Trivulzio, splendida e malinconica per come combina virtuosismo tecnico e sensibilità sociale: Mi ricordo quando ero fanciulla, affettuoso omaggio alle “vecchierelle”, e Una partita di carte (tra anziani, in una sala dell’ospizio). Acquisizione recente, il quadro ha una storia nobile: esposto a Roma nel 1904, venne acquistato dal Re Vittorio Emanuele III in persona.

La formazione di Angelo Morbelli tra Milano e Firenze

Angelo Morbelli nasce ad Alessandria il 18 luglio del 1853, da “agiati (ma onesti) genitori”, dice lui. Da bambino dimostra una spiccata propensione per la musica. Ma un’infezione contratta in collegio gli causa una progressiva perdita dell’udito. I genitori, per assecondarne comunque la vocazione artistica, lo dirottano verso il disegno e la pittura. Un sussidio comunale gli consente di trasferirsi a Milano per studiare all’Accademia di Brera: segue corsi di figura, prospettiva, paesaggio, nudo e pittura. A 21 anni partecipa alla sua prima esposizione annuale di Brera, dove presenta Interno del coro del monastero maggiore e Goethe morente. Il Fondo Morbelli documenta anche un viaggio di studio a Firenze, nel 1881. In una lettera l’artista domanda il permesso di visitare il Giardino di Boboli, “per passeggiare e dipingere” all’aria aperta. In un’altra chiede la tessera per l’ingresso gratuito ai musei: “per farvi ricordi”, ossia copiare i capolavori antichi. C’è anche il carteggio con un accorto corniciaio che, intuite le sue potenzialità, anche commerciali, gli propone una “relazione di affari”: cornici gratis in cambio di quadri.

Angelo Morbelli e il Divisionismo

Da Firenze rientra a Milano, dove resterà tutta la vita, dividendo il suo tempo tra la casa di città e quella di campagna, alla Colma di Rosignano, in Monferrato, buon ritiro famigliare e fonte di ispirazione per bellissimi paesaggi. La formazione di Brera, dove i professori sono perlopiù pittori romantici, comincia a stargli stretta. Gli paiono “insegnamenti appresi con poco profitto”. Vuole battere nuove strade. Aderisce al Divisionismo. La teoria è abbastanza semplice: “colori puri messi vicini”, ora a piccoli tocchi di pennello, ora a strisce sottili, con effetti speciali di sintesi e di luminosità riprodotti negli occhi di chi guarda. La pratica richiede molta pazienza: “L’affare dei punti è per me un esercizio, come le scale del pianoforte”. Un esercizio faticoso, come testimonierà il titolo del suo Diario, La Via Crucis del Divisionismo.Ho sempre quell’idea che mi perseguita, cioè la miglioria della tecnica pittorica”, confida a un amico.

Angelo Morbelli e l’arte per l’umanità

La carriera procede con crescente successo. Nel 1883 vince il primo premio a Brera con Giorni ultimi, malinconico interno del refettorio del Pio Albergo Trivulzio. Nel 1887 il suo mercante Vittore Grubicy gli procura un prestigioso ingaggio per l’Italian Exhibition di Londra. Nel 1895 partecipa alla prima Biennale di Venezia, con Per ottanta centesimi!, scritto così, col punto esclamativo. Denuncia la scandalosa paga giornaliera delle mondine, ritratte in una risaia del Vercellese, chine nell’acqua stagnante fino a 12 ore al giorno a ripulire le piantine di riso dalle erbe infestanti. Un “riso amaro”, anche per l’artista. Le carte del Fondo Morbelli rievocano la storia e la (s)fortuna critica del quadro. Oggi considerato un capolavoro, in principio non fu capito. Invenduto a Venezia, invenduto anche alla successiva esposizione in Germania, a Dresda, rimasto a lungo nello studio del pittore, riapparirà in pubblico nel 1912, in occasione della Mostra d’arte della campagna irrigua, organizzata a margine dell’Esposizione internazionale di Risicoltura a Vercelli, promossa per “riscattare le nostre campagne a torto calunniate come steppe paludose e focolai di malaria”. Il quadro piace all’imprenditore agricolo e collezionista Antonio Borgogna, che lo acquista per la sua raccolta privata, che poi diventerà museo. Ma suscita il disappunto dei benpensanti e il sarcasmo di una rivista satirica, che trovano “sconveniente” la postura delle mondine, ritratte di spalle rispetto all’osservatore, con l’abbondante fondo schiena in primo piano. “Sento che ora non è più l’epoca di fare dell’arte per l’arte, ma dell’arte per l’umanità” gli scrive l’amico Pellizza, con cui Morbelli condivide “quel sentire un po’ pauperistico e missionario che caratterizza l’avventura del Divisionismo italiano” (Gabriella Belli). “C’è assai da raccogliere in fatto di sentimento e pittoresco” riflette a proposito del Pio Albergo Trivulzio, dove lavora a lungo, in uno studio approntato apposta lui all’interno dell’ospizio. Tra gli esiti più emozionanti di questo lavoro, che procede con metodo preciso – dalla fotografia al disegno a carboncino, alla tela –, figurano i sei quadri della serie Il poema della vecchiaia esposti alla Biennale di Venezia nel 1903.

Pinacoteca Divisionismo di Tortona
Pinacoteca Divisionismo di Tortona

Angelo Morbelli. Qualche aneddoto

Spulciando tra le carte del Fondo Morbelli emergono tante altre curiosità. Bocciato a un premio, il pittore lamenta di essere stato “trombato” e contesta i giurati “codini”. Lo chiamano più spesso fuori dall’Italia che in patria, e perciò riflette: “All’estero mi trattano un po’ meno da cani che i compatrioti piemontesi”. Si lamenta con un fornitore perché i colori, una volta stesi sulla tela, “si gommificano”. Prima di una delle numerose mostre in Germania (dove la sua pittura riscuote particolare favore: Berlino, Dresda, Monaco, Dusseldorf) gli chiedono se sa il tedesco. Lui, che conosce solo un po’ di francese, appreso da autodidatta, risponde: “Il tedesco non se ne parla, è indecifrabile, lo imparerò se nasco un’altra volta”. C’è anche la lettera di un amico che gli raccomanda di rimettere mano a un quadro troppo triste. È un interno di ospizio, in primo piano alcuni anziani ricoverati, da una piccola finestra aperta sulla strada si indovina il passaggio di un corteo dolente: “Cancella allegramente quel carro funebre”, gli scrive Gerolamo Cairati, suo pragmatico promoter, “Molti non vogliono saperne della morte, neanche dipinta. È di ostacolo per la vendita”.

Armando Besio

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Armando Besio

Armando Besio

Nato a Genova nel 1957, si è laureato in Storia dell’arte con Corrado Maltese. Vincitore di una borsa di studio Fieg-Fnsi, ha esordito come cronista del “Secolo XIX”, è stato poi inviato speciale del “Lavoro”, capo servizio del Venerdì di…

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