I magnetici lightbox di Jeff Wall in mostra alla Fondazione Beyeler 

Estetica pittorica e pubblicitaria si uniscono nelle opere del fotografo canadese Jeff Wall, in mostra alla Fondazione Beyeler di Riehen, alle porte di Basilea

Occorre attraversare il cancello e superare il muro costruito su indicazione di Renzo Piano nel 1997 per rendersi conto che qualcosa nel museo di Riehen, appena fuori Basilea, sta cambiando. Nel vasto terreno limitrofo al suo parco posto ai piedi della Foresta Nera sta per essere completato un nuovo edificio progettato dall’architetto svizzero Peter Zumthor. Un modo per espandere ulteriormente il legame tra arte e natura tipico della Fondazione Beyeler.  La nuova esposizione che inaugura la stagione 2024 sintetizza il lavoro di una vita del canadese Jeff Wall, 78 anni (anche se è impossibile assegnargli un’età del genere quando entra in scena). Da mezzo secolo, Wall fotografa muovendosi sul confine tra realtà e finzione, sovvertendo programmaticamente la funzione della fotografia narrativa. Al Beyeler in undici sale vengono esposti 55 lavori: le più recenti fotografie di grande formato in bianco e nero e le stampe a colori inkjet, ma soprattutto i celebri lightbox. Opere sempre imponenti, che siano singole, o accostate in dittici e persino in trittici: con qualche significativa eccezione, come nel caso di Diagonal Composition (1993), un intenso still life di 40×46 cm che ritrae oggetti sordidi quanto attrattivi. 

L’estetica e la fotografia di Jeff Wall 


Ma andiamo con ordine. La leggenda vuole che nel 1977 Wall raggiunga per la prima volta il Museo del Prado a Madrid. Con gli occhi ancora pieni delle composizioni di Velázquez e Tiziano, vede però una pubblicità illuminata alla fermata dell’autobus. E qualcosa accade. Il contrasto tra le tavole dei grandi maestri e la segnaletica commerciale coagula nell’idea di quello che diverrà il suo marchio di fabbrica: trasparenze fotografiche retroilluminate, che combinano la ricchezza della composizione della pittura a olio con la visualizzazione fluorescente della pubblicità. Wall però è un fotografo. Ha conseguito un dottorato in storia dell’arte a Londra interessandosi alla filosofia, alla teoria della critica e alla storia della pittura, della scultura e della fotografia; ma resta un fotografo che in precedenza si è cimentato in reportage di forte connotazione ideologica nelle periferie più degradate di Vancouver. Da quel momento, però, il ruolo del fotografo che come osservatore obiettivo documenta ciò che accade intorno a lui comincia ad andargli stretto. Insieme a pochi altri fotografi-artisti concettuali all’inizio degli Anni Ottanta, Wall sovverte la logica della street photography creando opere dove niente è lasciato al caso, in elaborati tableau di costruzione programmata. Per cui è prevista nel caso anche l’uso della post-elaborazione che sovrappone l’uno accanto all’altro elementi di immagini diverse. Per Wall, ogni fotografia diventa “una dichiarazione isolata, non narrativa” richiedente lo stesso impegno della creazione di un dipinto o di un film. 

La mostra di Jeff Wall alla Fondazione Beyeler 

È quanto accade ad esempio in Parent child, un lightbox del 2018 situato nella sala 10, dove l’interazione tra una bambina sdraiata sul cemento di una strada e quello che si presume sia il padre non ha alcuna narrativa evidente prima o dopo quest’attimo: il “racconto” è affidato a chi guarda non a chi raffigura. Nella sala 9 (e sulla copertina dell’indispensabile catalogo curato nei testi direttamente da Wall) nel lightbox In front of a night club (2006) la volontà dell’artista appare ancora diversa. Un gruppo di avventori attende all’entrata di un night club, ma ciò che vediamo rappresentato è il frutto di una numerosa serie di riprese separate nel tempo, poi ricomposte per portare l’attenzione su uno dei personaggi apparentemente meno visibili: un anziano venditore di fiori che offre in silenzio la sua merce ai festaioli distratti.  Wall ritiene che la fotografia possa essere utilizzata come strumento di trasposizione letteraria o pittorica, teatrale o cinematografica senza per questo rinunciare alle sue caratteristiche peculiari. Nella sala 7, il lightbox After ‹Invisible Man› by Ralph Ellison, the Prologue (1999/2000), ricostruisce una scena tratta dal romanzo di Ralph Ellison del1952): il giovane eroe nero del libro è impegnato a raccontare la storia nel segreto di uno scantinato illuminato da esattamente 1369 lampadine.  

Jeff Wall e Hokusai 

Nella sala 5 ci si imbatte in A Sudden Gust of Wind (after Hokusai) del 1993, tra i lightbox più grandi mai realizzati da Wall (229×377 cm) e certamente tra i più celebri. Un paesaggio, piatto e aperto, presenta figure in primo piano in balia di un vento tempestoso: la composizione si rifà a una delle xilografie composte da Katsushika Hokusai per la serie Trentasei visioni del Monte Fuji (1832 circa). Per realizzare questo lavoro, Wall ha impiegato cinque mesi fotografando attori in un paesaggio situato alla periferia di Vancouver. Grazie alla manipolazione digitale e a una tecnica minuziosa di collage, ha poi assemblato un centinaio di fotogrammi per ottenere la composizione desiderata. Come in Hokusai, due uomini si proteggono da una folata di vento portandosi una mano alla testa mentre un terzo fissa il cielo, dove il suo cappello viene portato via. All’estrema sinistra, il corpo di una donna ha la testa nascosta dalla sciarpa intorno al viso, il fascio di fogli che teneva in mano si disperde nell’aria: è la traiettoria delle carte verso il centro della composizione a creare un forte dinamismo.  

Aldo Premoli 

Riehen // fino al 21 aprile 2024 
Jeff Wall 
FONDAZIONE BEYELER 
Baselstrasse 77 
www.fondationbeyeler.ch  

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Aldo Premoli

Aldo Premoli

Milanese di nascita, dopo un lungo periodo trascorso in Sicilia ora risiede a Cernobbio. Lunghi periodi li trascorre a New York, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e…

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