Sebbene non abbia conquistato il Leone d’Oro o menzioni speciali, secondo Ludovico Pratesi il Padiglione Italia di Gian Maria Tosatti è un fondamentale precedente per le future edizioni della Biennale di Venezia. Ecco perché

Chissà cosa penserebbe Adriano Olivetti se visitasse l’opera di Gian Maria Tosatti (Roma, 1980), Storia della notte e destino delle comete, che ha trasformato i duemila metri quadrati del Padiglione Italia, curato da Eugenio Viola, alla Biennale di Venezia, in un viaggio negli ultimi decenni di storia del nostro Paese, segnato dal fallimento della civiltà industriale. Eppure Olivetti aveva creduto in un progresso non solo economico ma soprattutto culturale, e insieme a lui figure come Raul Gardini ‒ protagonista del bel romanzo Il Tuffatore di Elena Stancanelli ‒ ed Enrico Mattei, che aveva voluto sfidare addirittura le compagnie petrolifere internazionali. Erano anni diversi, la forza del benessere diffuso aveva creato un clima di euforia intorno a un’idea positiva dell’industria come produttrice di valori culturali, che aveva trovato un nucleo teorico nella rivista Civiltà delle macchine, fondata da Leonardo Sinisgalli nel 1953 e sostenuta da Finmeccanica (ora ripresa dalla Fondazione Leonardo).
Una stagione che ha lasciato nel paesaggio italiano segni indelebili, come “quella distesa di capannoni diffusi tra Ragusa e Cremona”, suggerisce Viola, oltre ad avere avuto conseguenze disastrose a livello ambientale, come afferma Ermanno Rea nel suo libro La dismissione (2002). Tosatti ha interpretato i segni tangibili, fisici e visivi, di quel fallimento, e li ha trasformati in un paesaggio simbolico e fortemente evocativo utilizzando il proprio linguaggio, sempre in bilico tra installazione e messa in scena.

Eugenio Viola e Gian Maria Tosatti
Eugenio Viola e Gian Maria Tosatti

IL PADIGLIONE ITALIA DI GIAN MARIA TOSATTI

L’artista ha costruito qui una narrazione in due stazioni concepite in tempi diversi ma conseguenziali. Dopo aver eliminato l’ingresso dorato e monumentale del padiglione, lo ha sostituito con un ambiente scarno e povero: un casottino in lamiera dove gli operai timbravano il cartellino prima di entrare in fabbrica. Ora al loro posto ci sono i visitatori, che entrano uno per volta e distanziati, in un ampio ambiente abbandonato e spettrale illuminato da una grande vetrata, con montacarichi e macchinari inutilizzati, come carcasse di cadaveri metallici. Il secondo stanzone è occupato soltanto da alcuni tubi di aspiratori che pendono dal soffitto, mentre da una scaletta laterale si accede a un appartamento che poteva essere stato abitato dal custode o dal proprietario della fabbrica, caratterizzato da un  semplice decoro piccolo borghese, tra pavimenti in mattonelle, lampadari di vetro, un vecchio telefono e carte da parati fiorate, dove si staglia l’impronta lasciata da un crocefisso appeso alla parete di una camera nella quale sono rimaste solo le reti del letto. Da una vetrata l’occhio cade sulla visione dall’alto di un ulteriore ambiente scuro, occupato da decine di macchine da cucire inutilizzate e illuminate da una luce bassa: tra i rocchetti di filo e le postazioni da lavoro degli operai si conclude Storia della notte. Si prosegue poi attraverso un corridoio che conduce alla seconda parte dell’opera, Destino delle comete. Qui la frase finale dell’articolo Il vuoto del potere in Italia, pubblicato da Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera il 1° febbraio 1975, nove mesi prima di morire, ha suggerito a Tosatti il finale, poetico e catartico: un molo industriale immerso nell’oscurità, dal quale il visitatore scorge emergere dalle onde marine una serie di luci fioche in lontananza. Sono le lucciole delle quali il poeta lamenta la scomparsa, o flebili segnali di speranza dopo l’apocalisse della civiltà occidentale? Non lo sappiamo, ma all’uscita del padiglione, trasformato nella sua immensa ed eccessiva totalità (voluta dal curatore dell’edizione 2011, che vi ha aveva collocato le opere di più di 200 artisti) in uno “schermo pluridimensionale” (Viola), non possiamo negare la capacità di Tosatti di affrontare temi profondi e significativi come la decadenza della società italiana con un pathos e una capacità epica non comune tra gli artisti del nostro Paese, spesso riluttanti a fronteggiare tematiche sociali. L’opera è la visione di un archeologo del futuro, che ricompone i frammenti del passato per accostarli alle schegge del presente, al fine di immaginare un orizzonte dove l’assenza di consapevolezza non è più possibile, e l’artista diventa una figura profetica che Tosatti ha paragonato all’indovino Tiresia.

Gian Maria Tosatti. Storia della Notte e Destino delle Comete. Padiglione Italia, Biennale Arte, Venezia 2022. Courtesy DGCC – MiC
Gian Maria Tosatti. Storia della Notte e Destino delle Comete. Padiglione Italia, Biennale Arte, Venezia 2022. Courtesy DGCC – MiC

TOSATTI: UN ESEMPIO PER IL FUTURO?

In conclusione ci sembra di poter affermare che la sfida del primo Padiglione Italia della storia con un solo artista sia stata vinta in maniera significativa, e possa costituire un precedente per nuovi e altrettanto convincenti edizioni, all’insegna di una consapevolezza governativa della forza sociale e politica dell’arte contemporanea nell’Italia del Ventunesimo secolo. E in questi tempi difficili e incerti non è poco.

Ludovico Pratesi

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Ludovico Pratesi
Curatore e critico d'arte. Dal 2001 al 2017 è stato Direttore artistico del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro Direttore della Fondazione Guastalla per l'arte contemporanea. Direttore artistico dell’associazione Giovani Collezionisti. Professore di Didattica dell’arte all’Università IULM di Milano Direttore Artistico di Spazio Taverna Dal 2009 al 2011 è stato curatore scientifico di palazzo Fabroni di Pistoia. Dal 2006 al 2010 è stato Presidente dell’AICA. Dal 2012 al 2015 è stato Vice Presidente dell'AMACI (Associazione Musei Arte Contemporanea Italiana). Dal 1995 al 2010 è stato Consigliere di Amministrazione per la Quadriennale d’Arte di Roma. Critico del quotidiano La Repubblica.