L’obsoleta separazione accademie-università. L’editoriale di Renato Barilli

Critico d’arte ed ex docente universitario, Renato Barilli riflette sull’insensata separazione che ancora divide, in Italia, accademie e atenei.

Accademia di Belle Arti di Brera, Cortile d'Onore, Milano. Photo Cosmo Laera. Courtesy Accademia di Brera
Accademia di Belle Arti di Brera, Cortile d'Onore, Milano. Photo Cosmo Laera. Courtesy Accademia di Brera

Il mio inguaribile pendolarismo tra arte e letteratura ha origini lontane, fin dalla mia prima giovinezza, negli Anni Cinquanta del secolo scorso, in cui mi sono trovato a frequentare in contemporanea l’Accademia di Belle Arti e la Facoltà di Lettere e Filosofia, entrambe a Bologna, la mia città, diplomandomi in entrambe. In seguito ho optato per l’Università, materie artistiche, in cui ho svolto un lungo servizio fino al pensionamento, ma seguendo sempre con attenzione quanto accadeva nell’altra istituzione, non mancando mai di farmi sostenitore della causa di una loro totale fusione, il che purtroppo non è ancora avvenuto.

LA NECESSITÀ DI UNIRE ACCADEMIE E UNIVERSITÀ

In questo momento si dà il caso favorevole che in due Accademie di prima forza, proprio quella bolognese e l’altra di Torino, siano alla direzione due persone di cui ho la massima stima, Cristina Francucci e Edoardo Di Mauro, quindi questo mio scritto è rivolto a loro in prima e prioritaria intenzione, al fine di stimolarne un efficace intervento su questo fronte.
Mi si potrebbe obiettare che la nobile causa di una simile identificazione è ormai raggiunta, ma purtroppo non è così, sussiste ancora una pur fragile e quasi invisibile parete di distinzione tra l’una e l’altra. È vero che le Accademie di Belle Arti si sono date gli stessi organismi degli Atenei, corsi di laurea, Dipartimenti, moltiplicazione degli insegnamenti, ma certe differenze purtroppo continuano a sussistere. Infatti, per esempio, non esiste l’intercambiabilità nei posti di insegnamento, ovvero un professore di ruolo nelle Accademie non può accedere con pari grado all’insegnamento nelle Università, e viceversa. In un caso e nell’altro, ciascuno di loro figura solo come esperto in materia, suscettibile di ricevere un incarico annuale, e nulla di più, con compensi molto esigui. Il che poi, altro grave fattore discriminante, si riproduce al livello generale delle retribuzioni. Quelle dei docenti delle Accademie restano ancorati a parametri corrispondenti a quelli degli insegnanti delle scuole medie, mentre gli universitari percepiscono stipendi maggiori di almeno un terzo. Non riesco a capire come ciò sia possibile, dato che un fermo principio costituzionale vuole che, a parità di ruoli, i compensi debbano essere di pari valore. Perché i sindacati non intervengono in materia, o come giustificano il sussistere di una simile sperequazione?

Università e Accademia. Retribuzioni a confronto. Grafica © Artribune Magazine
Università e Accademia. Retribuzioni a confronto. Grafica © Artribune Magazine

IL PROBLEMA DEI DOCENTI

Questo diaframma separante esiste per colpa dei docenti delle due parti: quelli delle Accademie temono di finire sotto la dittatura dei colleghi dell’altra sponda, più numerosi e meglio organizzati, e anche meglio retribuiti. Dall’altra parte si teme di imbarcare una schiera di docenti di scarso livello culturale, troppo impegolati nella pratica, nella manualità, ma si sa bene che questa dannosa separazione tra pratica e teoria è un male endemico che colpisce proprio i nostri Atenei, almeno nei rami umanistici, quelli che soffrono di più di una simile separazione. Per loro fortuna, nei Paesi anglosassoni queste brutali separazioni non esistono, là i Departments of Fine Arts amministrano sia gli insegnamenti di carattere operativo, pittura, fotografia eccetera, sia quelli storici e teorici, con ottima integrazione.
Pare che uno degli inciampi sulla via di giungere anche da noi a questa perfetta integrazione sia causato dai Conservatori musicali, collegati nel provvedimento legislativo alle Accademie di Belle Arti. In essi, si dice, sarebbe necessario annettere anche il cursus delle scuole medie, dato che chi vuole diventare pianista deve cominciare a esercitarsi fin da ragazzo. Ma questa, di una scelta obbligatoria già nella prima adolescenza, mi sembra un residuo barbarico, medievale, estraneo agli orizzonti che pure nella musica sono stati aperti dalle avanguardie del Novecento.
E dunque, cari amici, dateci dentro, adopratevi per far sparir questi residui separatismi che ancora gravano sui vostri corsi. Io naturalmente sono pronto a darvi tutto l’appoggio che posso, quanto meno a livello teorico.

Renato Barilli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #59

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Renato Barilli
Renato Barilli, nato nel 1935, professore emerito presso l’Università di Bologna, ha svolto una lunga carriera insegnando Fenomenologia degli stili al corso DAMS. I suoi interessi, muovendo dall’estetica, sono andati sia alla critica letteraria che alla critica d’arte. È autore di numerosi libri tra cui: "Scienza della cultura e fenomenologia degli stili" (1982, nuova ed. 2007), "L’arte contemporanea" (1984, nuova ed. 2005), "La neoavanguardia italiana" (1995, nuova ed. 2007), "L’alba del contemporaneo" (1995), "Dal Boccaccio al Verga. La narrativa italiana in età moderna" (2003), "Maniera moderna e Manierismo" (2004), "Prima e dopo il 2000. La ricerca artistica 1970-2005" (2006), "La narrativa europea in età moderna. Da Defoe a Tolstoj" (2010), "Autoritratto a stampa" (2010), "La narrativa europea in età contemporanea. Cechov, Joyce, Proust, Woolf, Musil" (2014). Presso Bollati Boringhieri ha pubblicato "Storia dell’arte contemporanea in Italia. Da Canova alle ultime tendenze" (2007) e "Arte e cultura matariale in Occidente" (2011). È stato organizzatore di molte mostre sull’arte italiana dell’Ottocento e del Novecento.