La scena sperimentale italiana nelle opere di Carpi e Melotti. A Lucca

Alla Fondazione Ragghianti di Lucca, due monografiche di studio, una retrospettiva e una ricerca archivistica con materiale inedito ‒ capitoli di una più ampia narrazione della scena sperimentale italiana degli Anni Settanta voluta dal direttore Paolo Bolpagni ‒, riscoprono altrettante figure centrali dell’arte contemporanea. Le sperimentazioni di Cioni Carpi e Gianni Melotti fra cinema, teatro, pittura e fotografia, specchio di un clima artistico improntato a una creatività libera da qualsiasi condizionamento, come “predicato” dal movimento Fluxus.

La paradossale Italia della metà degli Anni Settanta offriva il suo volto più truce con le cronache degli Anni di Piombo, i primi omicidi eccellenti di mafia e i primi casi di corruzione politica su larga scala. Ma l’altro volto di quella che era la sesta economia del mondo (all’epoca) era sì minoritario, ma improntato a una diversa contestazione, che non imbracciava armi, ma si sfogava a colpi di opere d’arte. Gli Anni Settanta vedono la nascita di movimenti di architettura radicale, collegati anche al pacifismo, vedono figure non convenzionali come Beppe Viola, espressione di una città diversa, fatta di angoli d’osteria e voli d’aquiloni, fra ironia e anticonformismo; c’erano voci libere e surreali, Giorgio Manganelli era fra queste, e in tale clima di resistenza alla società di massa videro la luce anche interessanti episodi cinematografici purtroppo poi poco replicati (Saxofone di un insospettato Renato Pozzetto è fra questi, ma anche Ratataplan e Romanzo popolare, con un cammeo del suddetto Viola). In quei pochi anni ci fu una vera e propria “arte nuova”, come ben spiega il titolo della mostra, una scena sperimentale tutta italiana che ancora oggi stenta a trovare l’attenzione della critica e del pubblico. Ben vengano quindi mostre di studio come quelle in questione, per rifare ordine nella recente storia italiana, dell’arte ma non solo.

Cioni Carpi, Pontypridd con stanza rossa, 1987. Photo © AlbertoMessina 2020

Cioni Carpi, Pontypridd con stanza rossa, 1987. Photo © AlbertoMessina 2020

CIONI CARPI, UN ARTISTA AVANTI DI DECENNI

Solitario, ecologista, pensatore, poeta, sperimentatore, anticonformista, Cioni Carpi, nome d’arte di Eugenio Carpi de’ Resmini (Milano, 1923-2011) è stato un anticipatore di tendenze e modelli di pensiero che sarebbero arrivati soltanto alcuni decenni più tardi. Impossibile raccontare in una sola mostra tutta la sfaccettata carriera del figlio del celebre pittore e direttore dell’Accademia di Brera Aldo Carpi; fu infatti pittore, ma anche musicista, attore, regista, mimo, scrittore. La mostra lucchese si concentra sugli anni Sessanta e Settanta della sua carriera, quelli legati alla sperimentazione fotografica, ma anche ai ritorni alla pittura concettuale e verbo-visuale, e di quest’ultima è l’unico esponente in Italia con Franco Vaccari. L’autoritratto è un leitmotiv che ritorna con frequenza, ma il suo non è un esercizio di stile a carattere narcisistico; le sue sequenze su scale diverse, con la sparizione finale dietro sfondi naturali o elementi urbani (per comprendere il clima del periodo, anche Urs Lüthi si muoveva su questa stessa poetica) diventano occasioni di sottile satira sulla condizione umana, sulla vittoria del forte contro il debole, lo sfruttamento eccessivo della natura (un tema all’epoca molto poco sentito in Italia), e accompagnate da brevi sequenze di testo costituiscono opere d’arte che vanno oltre la concezione classica, per diventare riflessioni sociologiche, momenti d’ironia, di teatro, di letteratura. Suo fu anche il primo esempio in Italia di videoarte.
Gli anni americani lo formarono accostandolo a John Fante e Leonard Cohen, splendida al riguardo Trasfigurazione/Sparizione quattro, ma in generale è sempre questo senso di leggerezza e volatilità “chagalliana” a dare misura della sua riflessione sulla finitezza dell’essere umano. Dopo gli eccessi (nel bene e nel male) degli Anni Sessanta, Cioni Carpi è fra i primi a capire che l’arte deve continuare a sognare, ma con una coscienza civica meno disillusa.

GIANNI MELOTTI, NARRATORE E PROTAGONISTA

Pur nelle tante tappe parallele vissute insieme (le esposizioni, le apparizioni sulle medesime riviste), Gianni Melotti (Firenze, 1953) e Cioni Carpi non si sono mai incontrati. Un paradosso della vita, ma il loro percorso, pur costruito a distanza l’uno dall’altro, ha molti punti in comune, come emerge dall’accostamento proposto a Lucca. La mostra è il risultato di una ricerca archivistica condotta da Paolo Emilio Antognoli che racconta i primi dieci anni di attività di Melotti, fra il 1973 e il 1983. Doppio il volto del personaggio, sia come documentatore di quella scena artistica, sia come artista lui stesso. Si è formato infatti in una Firenze dove il clima culturale era ancora vivace e produttivo che aveva visto nascere il Centro di ricerca estetica F/Uno, il centro video art/tapes/22, il centro Tèchne e Zona, quest’ultimo fondato da Paolo Masi, Maurizio Nannucci, Mario Mariotti e altri; Melotti fotografò i loro incontri, anche con artisti stranieri quali Urs Lüthi, Joan Jonas, Joseph Kosuth, che intrecciavano i linguaggi dando vita a nuove forme di opera d’arte. All’epoca gli artisti si conoscevano, parlavano, accettavano critiche e suggerimenti, scambiavano esperienze.

Gianni Melotti, Come as you are Jacket and, 1981. Archivio Gianni Melotti

Gianni Melotti, Come as you are Jacket and, 1981. Archivio Gianni Melotti

MELOTTI ARTISTA E FOTOGRAFO

Melotti da un lato ha fermato sulla pellicola un mondo che adesso non esiste più, ed è anche commovente invece ritrovarlo nei suoi scatti, così spontanei, così pieni di vita che di quegli anni ci restituiscono appunto la vivacità. Dall’altro lato, Melotti artista è poliedrico quanto il suo “padre putativo” Carpi, spaziando tra fotografia, videografia, pittura, diapositiva. E anche in lui l’autoritratto e la figura umana sono elementi ricorrenti; rispetto al collega milanese, la sua ironia è probabilmente un po’ meno amara, il suo approccio più contemplativo, ma resta inalterato il senso d’indagine e insieme di spaesamento che permea i loro lavori, così come il rifiuto della società di massa. La ricerca di Melotti tocca la fotografia e molte altre tecniche di riproduzione, fra cui la xerocopia, interessandosi molto alla questione semiologica e comparativa dell’immagine, in anni cruciali per la nascita della famigerata società su questa fanaticamente basata.

Niccolò Lucarelli

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Niccolò Lucarelli

Niccolò Lucarelli

Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.

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