A ottant’anni dalla pubblicazione di “Chiedi alla polvere” e a quaranta dalla stesura di “Sogni di Bunker Hill”, sua ideale continuazione, un ricordo di John Fante, che con Gay Talese e Pietro Di Donato (purtroppo entrambi dimenticati), rappresenta la prima generazione della letteratura americana di ascendenza italiana. Con uno stile ruvido, virile, ma denso di poesia, ha narrato quanto fosse duro realizzare il proprio American Dream.

Dalla prospettiva sterminata del deserto al calore rassicurante del focolare domestico, da Los Angeles all’Abruzzo degli avi che affiora nei ricordi dei genitori o nello spirito di affratellamento della Confraternita dell’uva, nel pietismo religioso di vecchie madri e in quel senso tutto italiano della famiglia che poi si ritroverà, con qualche stereotipo, in tanta cinematografia, da Il Padrino e Mean Streets, fino a Quei bravi ragazzi. In mezzo, John Fante (Boulder, 1909 – Los Angeles, 1983) alla ricerca delle fama letteraria. Nel 1938, quando uscì Aspetta primavera Bandini, Leo Longanesi ne pubblicò un estratto su Omnibus. Charles Bukowski lo considerava il suo dio letterario; ammirazione giustificata da quell’affinità che unisce gli spiriti liberi, ma anche dall’oggettiva modernità di Fante, che anticipa scrittori come J. D. Salinger, Updike e lo stesso Bukowski.
Dopo una lunga gavetta a Los Angeles come cameriere e portiere d’albergo, il successo letterario arriva alla metà degli Anni Trenta con i primi racconti pubblicati sull’Atlantic Monthly. Da subito si capisce che Fante è scrittore d’azione e d’emozione, dalle sue intense pagine sgorga la vita, quella che non regala niente a nessuno e che fa sudare ogni singolo pezzo di pane, quella in cui la fatica morale è più pesante di quella fisica, fatta di splendori intravisti o sfiorati. Dalle sue pagine affiora l’America di italiani, messicani e filippini, quella della povertà e dei pregiudizi subiti, della ricerca e dell’attesa, e sempre, inevitabile, della sensazione di aver perso qualcosa. Perché il denaro, il successo, la fama, anche quando arrivano sono sempre provvisori, eterei, illusori. Questo ci dicono i finali aperti dei romanzi di Fante, spalancati sulle possibilità che la vita riserva a chi prende in mano il proprio destino e si butta nel caos, pronto a ricevere in risposta anche un calcio nei denti.

La Angels Flight a Bunker Hill, 1962. Courtesy of Dianne Woods and the George Mann Archives. Photo George Mann
La Angels Flight a Bunker Hill, 1962. Courtesy of Dianne Woods and the George Mann Archives. Photo George Mann

LA SAGA DI ARTURO BANDINI

Nell’immaginario collettivo, il nome di Fante è legato al suo alter ego letterario, quel Bandini ribelle, insofferente, donnaiolo, sognatore, come si presenta nel primo capitolo della saga La strada per Los Angeles (in realtà pubblicato postumo nel 1985), amarissimo romanzo breve sullo scontro fra solitudini, sull’ottusità dello stesso Bandini nel non riconoscere quelle altrui, da cui emerge una rabbia sorda che l’ambizione da sola non basta a giustificare. Quasi la stessa amarezza e spigolosità che si respira negli ossessionati autoritratti a carboncino di Edmund Kalb. A suo modo, Bandini è un argonauta che, come lo stesso Fante, lascia la natia Boulder e si dirige verso i sobborghi di Los Angeles per dedicarsi alla scrittura; lì, contempla il deserto e trascorre pomeriggi interi di solitudine in una polverosa stanza di motel a Bunker Hill, assai meno ospitale di quella di De Maistre, ma che come quella si dilata a dismisura per contenere entusiasmi, attese, speranze, una stanza che metaforicamente apre la porta sul mare, proprio come quelle di Hopper. Qui Bandini scopre se stesso e, una volta in città, come fosse all’interno di un’enorme macchia di Rorschach, cade e si rialza come precipitando dalle scale di Escher, lottando contro quella gravità che tarpa le ali, ma è allo stesso tempo anche una molla per volare più in alto. E per questo muoversi in costante equilibrio lo si può paragonare al celebre personaggio che costituisce la cifra di Keith Haring, da cui sprizza l’insofferenza per una società che forse non è sbagliata a priori, ma semplicemente non troppo adatta a ospitare una personalità come la sua.

L’UNIVERSO FEMMINILE

In quell’America dove molti stentavano a realizzare il proprio sogno a stelle e strisce, dove la precarietà del presente era il pane quotidiano dei più, c’erano donne che giocavano con il destino come gatte morte, forse minate da un pizzico di follia, o forse mosse da un’incrollabile fiducia nell’esistenza. Fante le getta nei romanzi come amaranti nel deserto, rientrando in una poetica di osservazione dell’universo femminile che ha nel Novecento altri suggestivi esempi. Donne difficili, complesse, “sbagliate” per una società conformista com’era quella americana (ma non solo) degli Anni Trenta. Una di queste, in Chiedi alla polvere, è Vera Rivken, inquietante e affascinante, segnata da una storia dolorosa quanto misteriosa. Fante la eleva a simbolo di una femminilità orgogliosa, combattiva, vicina alla commovente, disperata Tanja del romanzo breve Il lacché e la puttana (1937) di Nina Berberova, e nella sua camera ammobiliata di Long Beach non è difficile accostarla alla donna che Edward Hopper ritrae in Morning Sun. Ancora in Chiedi alla polvere, Camilla Lopez è una sorta di caravaggesca Maddalena penitente, peripatetica e allucinata, a suo modo lussuriosa, ma a ben guardare solo in cerca di quel calore umano che la vita a Los Angeles le negava.
Al lato opposto, quasi in un impeto di espiazione letteraria, Fante narra le madri, le sorelle, le mogli italoamericane, devote alla famiglia e pronte a sopportare una vita di stenti, a perdonare tradimenti o atteggiamenti autoritari, in nome di un atavico conservatorismo che ha in sé qualcosa del martirio.

Robert Frank, St. Francis, Gas Station and City Hall, Los Angeles, 1956
Robert Frank, St. Francis, Gas Station and City Hall, Los Angeles, 1956

LOS ANGELES

Con Raymond Chandler, Truman Capote e Brett Easton Ellis, Fante è appassionato cantore della città di Los Angeles, di cui ci restituisce il carattere spigoloso che aveva negli Anni Trenta, con particolare riferimento al quartiere di Bunker Hill, fatto di salite e discese dal selciato sconnesso, di scale polverose e caseggiati ricoperti di fuliggine, di palme soffocate dallo smog e dalla sabbia del vicino deserto. Una città di avventurieri, quasi la stessa dei tempi di Junipero Serra, una città pigramente sensuale in attesa della pioggia, dove vagabondare sperando di farsi venire una buona idea. Le scene urbane di Fante ricordano le fotografie di Robert Frank, da cui emergono la fatica quotidiana dell’esistenza, una sofferta compostezza, il peso della morale, che si appiccicano alla pelle come melassa secca sul fondo di un barile di rum. Ma sullo sfondo, liberatorio come un urlo di Ginsberg, il vero protagonista è il deserto, che sempre si intuisce nella narrazione e che accoglie la solitudine, un deserto magico, come quello dove giace la zingara di Rousseau, e che Camilla Lopez eleggerà a sua sepoltura.

Niccolò Lucarelli

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Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.