Il rilancio delle biblioteche durante la pandemia

Considerate il fanalino di coda dell’offerta culturale, le biblioteche hanno vissuto anni durissimi. Oggi, in piena pandemia, hanno dimostrato l’importanza del loro ruolo. Rilanciando i propri servizi.

Sala Maria Teresa della Biblioteca Nazionale Braidense. Photo Alessandro Radice
Sala Maria Teresa della Biblioteca Nazionale Braidense. Photo Alessandro Radice

Soltanto alcuni mesi fa, le biblioteche sembravano ormai un retaggio legato al passato, una sorta di dinosauro dal futuro segnato definitivamente dall’avvento dei servizi digitali e da una vita sociale sempre più concitata. Oggi, in piena emergenza COVID-19, molti di noi scoprono invece che le biblioteche sono tutt’altro che morenti: prestiti digitali, corsi online e webinar, gruppi di lettura su social network, e tante, tantissime altre iniziative. Cosa è successo, dunque, a quelle biblioteche che l’immaginario collettivo voleva ancora come luoghi polverosi, dai toni tra il legno e il giallo della carta, incapaci di adattarsi alle esigenze della società contemporanea? Semplice: ci siamo accorti della loro (r)esistenza. È qui che entra gioco la metafora, o meglio, la storia del fax.
Forse non tutti sanno che la tecnologia alla base del funzionamento del fax è stata brevettata nel 1843, e che la società di infrastrutture telefoniche statunitense AT&T, già dal 1925 aveva adattato le linee telefoniche USA a tale tecnologia. Eppure, il fax, fino agli Anni Ottanta, era praticamente sconosciuto ai più. Poi, d’improvviso, tra il 1982 e il 1987, il numero di fax venduti è esploso mostrando tassi di crescita senza precedenti, passando da oggetto di “nicchia” a elemento necessario per qualsiasi impresa. Questo aneddoto, tratto da un testo che è un caposaldo dell’economia dell’informazione, riesce a spiegare in modo paradigmatico il successo delle biblioteche durante il COVID. Così come nel caso del fax, l’infrastruttura digitale delle biblioteche è già attiva da tempo, e, così come nel caso del fax, i servizi che oggi registrano una grande espansione di adozione erano già disponibili da anni. Così come nel caso del fax, infine, la domanda è esplosa.

Bisogna fare in modo che l’attenzione rivolta dai cittadini ai servizi offerti dalle biblioteche non perda il proprio slancio quando l’emergenza sarà finita”.

Alcune biblioteche hanno risposto in modo inatteso all’emergenza: produzione di contenuti originali su numerosi temi e per pubblici diversi, a partire dai bambini; servizi informativi a distanza curati direttamente dai bibliotecari con la loro professionalità; incremento della disponibilità di titoli del catalogo digitale; l’organizzazione di gruppi di lettura su Facebook; l’attivazione di azioni all’interno del macro-settore del gaming digitale; l’erogazione online di corsi anche molto “fisici” (CSBNO, ad esempio, ha tenuto online il corso di degustazione di birra); migliaia di telefonate agli utenti, per portare una voce amica agli anziani chiusi in casa, ai bambini e agli adulti. Le biblioteche hanno immediatamente compreso che il digitale, la rete, Internet non sono un’amplificazione dei servizi fisici, sono altri e nuovi servizi che rimarranno sempre patrimonio dell’offerta ai propri utenti.
Queste attività hanno portato a risultati incoraggianti, la piattaforma MLOL ‒ Media Library on Line, nel periodo del lockdown, ha registrato, ad esempio, un incremento di 3 milioni fra consultazioni e prestiti rispetto all’anno precedente. Ciò che conta oggi, tuttavia, non è né il “perché” il fenomeno si sia verificato, né il “quanto” questo fenomeno si sia diffuso. Ciò che realmente conta è il “come” rendere questo fenomeno duraturo nel tempo, vale a dire come fare in modo che l’attenzione rivolta dai cittadini ai servizi offerti dalle biblioteche non perda il proprio slancio quando l’emergenza sarà finita.

BIBLIOTECHE E FASE2. NUOVI SVILUPPI

In questo senso, sono due le direttrici più importanti di sviluppo: da un lato la diversificazione delle attività, digitali e “analogiche”, per consentire alle biblioteche di affermare la loro identità di “hub” culturali, e dall’altro porre in essere azioni e strategie in grado di consolidare il rapporto che ciascuna biblioteca ha con il proprio territorio e la propria comunità.
Da un lato, quindi, un processo di crescita orizzontale, perseguibile anche mediante l’accesso a nuove partnership tra biblioteche (è il caso della Rete delle Reti, che in piena emergenza COVID ha messo insieme oltre 30 reti bibliotecarie italiane da nord a sud del Paese). Dall’altro una serie di integrazioni sempre più forte con gli attori territoriali e un’attenta organizzazione degli spazi per rendere le biblioteche fruibili fisicamente nel miglior modo possibile.
Da un lato quindi il coinvolgimento di artisti, professionisti culturali, creazione di servizi digitali e reti nazionali e internazionali in grado di implementare innovazioni al settore anche facendo ricorso ai finanziamenti comunitari. In questo modo le biblioteche stanno costruendo alleanze per offrire nuove opportunità a categorie di lavoratori della cultura pesantemente colpiti da questa emergenza. Dall’altro un’attenta collaborazione con il territorio, e un sempre più fitto dialogo con gli enti territoriali, con le imprese e con i cittadini: dalla creazione di sistemi alternativi di distribuzione dei testi (attraverso la rete delle edicole territoriali o degli esercizi commerciali di prossimità) allo sviluppo di nuovi servizi che le biblioteche possono fornire ai cittadini, rendendo il rapporto con le istituzioni più immediato; dalla creazione di mappe di cittadini esperti, da organizzare attraverso interventi di crowdsourcing territoriali, al supporto dell’offerta culturale territoriale attraverso “vetrine” sviluppate anche in collaborazione con le reti citate in precedenza. Questa emergenza ha fatto pienamente comprendere a tutti, biblioteche, istituzioni e cittadini, che al centro dei servizi culturali ci sono le persone che saranno sempre più protagoniste di tutti i processi di crescita delle comunità.
Se le biblioteche di pubblica lettura saranno in grado di agire in questo senso, continuando a pensarsi come appartenenti a una grande rete integrata, non solo potranno nuovamente riaffermare un ruolo che in molti consideravano indebolito, ma riusciranno anche ad agire sulla loro efficienza gestionale, incrementando il valore pubblico generato, che così andrebbe a rendere più sostenibile la struttura dei costi. Una sfida anomala, in cui non ci sono vinti. Soltanto vincitori.

Stefano Monti
in collaborazione con Gianni Stefanini e Simona Villa

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.