La condizione di isolamento che tutti stiamo vivendo ha stravolto anche i paradigmi a cui eravamo abituati, soprattutto quello del consumo. E se lo rapportassimo anche al mondo dell’arte?

Ma ciò che, lasciando intero il biasimo, scema la maraviglia di quella sua condotta, ciò che fa nascere un’altra e più forte maraviglia, è la condotta della popolazione medesima, di quella, voglio dire, che, non tocca ancora dal contagio, aveva tanta ragion di temerlo. All’arrivo di quelle nuove de’ paesi che n’erano così malamente imbrattati, di paesi che formano intorno alla città quasi un semicircolo, in alcuni punti distante da essa non più di diciotto o venti miglia; chi non crederebbe che vi si suscitasse un movimento generale, un desiderio di precauzioni bene o male intese, almeno una sterile inquietudine? Eppure, se in qualche cosa le memorie di quel tempo vanno d’accordo, è nell’attestare che non ne fu nulla. La penuria dell’anno antecedente, le angherie della soldatesca, le afflizioni d’animo, parvero più che bastanti a render ragione della mortalità: sulle piazze, nelle botteghe, nelle case, chi buttasse là una parola del pericolo, chi motivasse peste, veniva accolto con beffe incredule, con disprezzo iracondo” (Alessandro Manzoni, I promessi sposi, cap. XXXI).
Nella nuova condizione di isolamento che tutti stiamo vivendo, in cui è molto difficile costruire e ricostruire una parvenza di normalità, alcune percezioni interrogano con insistenza la nostra esperienza. Guardate, per esempio, le pubblicità in tv: come adesso più di prima – dopo soli pochi giorni – sono e appaiono totalmente scollegate rispetto a ciò che viviamo. Raccontano infatti di gente che si incontra, che sta insieme, che si abbraccia, che si muove liberamente; e invece quando brevemente attraversiamo lo spazio pubblico delle nostre città e dei paesi, ciò di cui facciamo esperienza è la grande trasformazione che lo ha investito in un tempo così breve – il silenzio, la desolazione, il vuoto, la distanza rispetto agli altri esseri umani.
La pubblicità è scollegata rispetto alla nostra esistenza quotidiana, più di quanto non lo sia mai stata. Non è più neanche la versione migliorata, scintillante, espansa del nostro mondo, perché ci parla di un altro mondo che al momento non c’è più, o che semplicemente non c’è mai stato. E l’arte, la cultura?

Alessandro Roma, The Eye of the inner leaf, 2020. Photo Alexander Christie
Alessandro Roma, The Eye of the inner leaf, 2020. Photo Alexander Christie

IL CONSUMO

Sempre in questi giorni siamo tutti praticamente bombardati da consigli su contenuti culturali da fruire a distanza, mostre e film da vedere, libri da leggere, dischi da ascoltare. Certo, questi suggerimenti sono utili a comporre un’idea di come occupare il tempo a disposizione (liste su liste, gigantesche), e di come allontanare o contenere l’ansia e l’inquietudine. Eppure, lo schema in fondo rimane quello del consumo, cioè quello precedente a questa fase: siccome non possiamo più assistere di persona, momentaneamente, agli eventi, sono gli eventi (e i loro protagonisti) a venire da noi, a visitarci. È un modo per continuare, in qualche misura, a fare ciò che facevamo prima, come lo facevamo prima: per garantire l’efficienza anche nel corso della quarantena, per rimanere aggiornati, per non farci cogliere impreparati…
Ma, appunto, questa condizione inedita che stiamo sperimentando ci interroga, e ci dice come sia appena iniziata una mutazione enorme che investe ogni aspetto della nostra esistenza individuale e collettiva, e che si fa parecchia fatica a razionalizzare e a comprendere. E quindi se ‒ in qualche modo oscuro su cui forse vale la pena di riflettere ‒ una parte almeno del problema fosse proprio il “consumo culturale”? Non è che magari anche l’arte funziona da troppo tempo come quegli spot pubblicitari che adesso ci sembrano sempre più vuoti, ancora più insulsi?

Ascoltare la materia, visite tattili alla mostra Maria Lai. Tenendo per mano il sole, MAXXI, Roma 2020. Photo Giulia Foscolo
Ascoltare la materia, visite tattili alla mostra Maria Lai. Tenendo per mano il sole, MAXXI, Roma 2020. Photo Giulia Foscolo

CHE COSA RESTA DELL’ARTE?

Man mano che il brusìo e il rumore bianco delle inaugurazioni/mostre/presentazioni/conversazioni si posano, si placano, che cosa in effetti resta? L’opera, forse. L’opera d’arte ha appena iniziato – come tutto il resto – a trasformarsi e a evolvere: da oggetto di consumo e di lusso tutto sommato separato rispetto alla nostra vita, a elemento integrante di questa stessa vita. I modi e le vie di questo passaggio sono tutti da vedere, e da immaginare.
Intanto, possiamo soffermarci sul fatto che non solo esperienza e consumo non coincidono, non sono la stessa cosa (come forse per un lungo periodo ci siamo abituati a credere), ma che rappresentano invece dimensioni lontanissime, incommensurabili. L’opera d’arte ha l’occasione di diventare pienamente ciò che negli ultimi anni, e decenni, ha tentato spesso di essere: un’infrastruttura di relazioni. E di costruire una forma nuova di intimità.
L’altro giorno, su Facebook, Emilia Giorgi ha riportato in questo post una riflessione di Maria Lai che probabilmente ha a che fare con questo ragionamento: “Di recente, ho ritrovato un libro d’artista di Maria Lai, una storia speciale raccontata con ago e filo. Il titolo, ‘Tenendo per mano l’ombra’, sembra pensato per i nostri giorni, così come il testo che accompagna l’opera: ‘Oggi si va alle mostre come si va in banca o al ristorante: per incontrare gli altri. E non è detto che le mostre e i musei siano spazi ideali per incontrare se stessi. Ogni opera d’arte chiede intorno a sé un vuoto, una distanza e molto silenzio. Non lo trova certo nella babilonia delle nostre gallerie! Io sogno mostre con una sola opera… Poter tenere un’opera tra le mani, sentirla pagina per pagina, esplorare gli spazi mentali che apre, è una esperienza a cui vorrei invitare tutti i futuri lettori dell’arte’ (Edizioni Arte Duchamp, Cagliari 1995)”.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).