Perché la Biblioteca Nazionale Braidense di Milano rischia di chiudere entro il 2022?

Gabriella De Marco, docente di storia dell’arte all’università di Palermo, fa il punto sulla situazione delle biblioteche in Italia e all’estero. Citando esempi virtuosi e la necessità di rilanciare il valore sociale di questi luoghi di cultura.

Sala Maria Teresa della Biblioteca Nazionale Braidense. Photo Alessandro Radice
Sala Maria Teresa della Biblioteca Nazionale Braidense. Photo Alessandro Radice

È notizia recente l’appello lanciato da James M. Bradburne e Maria Goffredo, rispettivamente direttore generale e direttore della Biblioteca Nazionale Braidense di Milano, riguardo al rischio chiusura, entro il 2022, della prestigiosa istituzione milanese. In quella data, infatti, se non si corre ai ripari, secondo Bradburne e Goffredo, ci sarà un solo bibliotecario e 27 dipendenti. Una situazione evidentemente insostenibile, che si tradurrebbe nella paralisi del funzionamento di quella che, dopo la Nazionale di Roma e di Firenze, è considerata, per il suo patrimonio librario, la terza biblioteca pubblica italiana.
Un’eccellenza, dunque, sia per il segno architettonico sia per la sua storia oltre, naturalmente, per i fondi che conserva. Un’emergenza che non riguarda, tuttavia, solo la prestigiosa istituzione lombarda ma che assume, purtroppo, i tratti di un’emergenza nazionale, racchiudendo aspetti contraddittori che bene fotografano la realtà attuale. Ciò pur nella quasi totale indifferenza della politica.
Partirò, per perorare la giusta causa promossa dal direttore generale della Braidense nonché direttore della Pinacoteca di Brera, da una digressione apparente. Nelle biblioteche antiche c’era sempre un mappamondo. Presumo perché l’oggetto è una mappa storica manoscritta e, come tale, un manufatto di pregio, raro, da conservare e tramandare. Al tempo stesso, il mappamondo, nel suo rappresentare la sfera terrestre, sorta di Google Earth del passato, evocava, e ancora evoca, l’esplorazione di nuovi luoghi, la conquista di nuovi saperi. Nuovi saperi intesi come non più inaccessibili isole di conoscenza. La biblioteca, ciononostante, e non solo nell’opinione comune ma, anche, nel pensiero di molta politica, come del resto gli archivi, come un tempo il museo, è intesa, ancora, come sinonimo di passatismo, di un’idea del sapere obsoleta, antiquariale e per questo noiosa. In realtà, come dimostrano i fatti, sulla scia di quanto ci suggerisce il mappamondo, è vero esattamente il contrario.
La biblioteca, come insegna tanta letteratura e cinema, è stata, ed è oggi, un simbolo architettonico del potere e delle istituzioni. Immagine emblematica che ben si attaglia, pur generalizzando, con il dibattito contemporaneo in corso sul sistema dell’arte e della cultura.
Basti pensare, per il passato, alla Biblioteca Apostolica Vaticana, la cui istituzione ufficiale risale a Papa Sisto IV, alla Reale Biblioteca del Monastero di San Lorenzo dell’Escorial di Madrid o alla Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, progettata da Michelangelo.
Segni eloquenti, ma gli esempi potrebbero essere molti altri, di memoria, di identità e interculturalità della conoscenza e, al contempo, espressione di linguaggi architettonici e urbanistici in grado di connotare il territorio. Ciò anche nell’età contemporanea, come dimostrano gli esempi recenti, e di cui Artribune ha avuto il pregio di dare contezza, dei molti importanti edifici realizzati nel mondo in questi ultimi anni.

BIBLIOTECHE IN ITALIA E ALL’ESTERO

Dal Diamante nero, ovvero la Biblioteca Reale Nazionale di Copenhagen di Schmidt, Hammer e Lassen, alla celeberrima Central Library di Helsinki (Oodi), divenuta ormai una sorta di “biblioteca delle biblioteche” e realizzata dallo studio ALA Architects, per non tacere della BUC, Biblioteca Universitaria Centrale di Trento, progettata da Renzo Piano. Penso, inoltre, alla Biblioteca della Facoltà di Giurisprudenza di Zurigo, a firma di Santiago Calatrava, del 2004, vera e propria calamita di un turismo mirato alla ricerca delle architetture contemporanee o, omaggio al genere, alla Biblioteca della Facoltà di Economia nel Campus universitario di Vienna della Hadid, inclusa, nella città manifesto della Secessione, tra i luoghi identitari per eccellenza, nonostante sia edificio recente.
Ricordo, per proseguire l’elenco, orientando la luce dei riflettori su un mondo affascinante connesso alla ricerca e alle sperimentazioni di nuovi materiali e tecnologie, le biblioteche realizzate con materiali ecosostenibili in Asia, in America Latina, negli Stati Uniti e in Italia.
Così, mentre nella penisola si riducono, per lo meno per quanto concerne le biblioteche nazionali, gli orari di accesso alle sale e alla distribuzione dei volumi sia per la cronica carenza di personale sia avallando l’equivoco della rete, che diviene pretesto per ridimensionare la necessità e l’esigenza di una fruizione diretta, in molte parti del mondo, compreso lo Stivale,  la costruzione di nuove biblioteche intese come spazi abitabili è, al pari del museo, della piazza e di altri edifici rappresentativi, occasione di coesione sociale,  espressione della comunità. Paradossalmente, nell’epoca del web, delle reti sociali, degli algoritmi e delle pur necessarie Digital Library, la biblioteca, dati alla mano, non ha smesso di svolgere non solo l’importante missione che le è propria, ovvero esser luogo di lettura, di studio e di ricerca, ma sta acquisendo, sempre più, l’aspetto di cittadella culturale all’interno del tessuto urbano.
Ciò perché non esiste una tipologia univoca di biblioteca, così come non esiste una sola tipologia di lettore. Ma non solo: uno stesso lettore può avere nel tempo esigenze diverse, come conferma la progettazione architettonica contemporanea più audace e innovativa, attenta a realizzare sia spazi multifunzionali, sia edifici plasmabili dallo stesso fruitore.
Esiste, infatti, un tempo della ricerca, della lettura, della riflessione, come esiste un tempo del confronto e della condivisione. Un potenziale enorme, appare evidente, volto a farne un ineludibile motore generatore di cultura, di sperimentazione, di ricerca oltre che spazio inclusivo.
Notevole, a riguardo, l’impostazione che ruota intorno alla progettazione e realizzazione, nel 2012, della biblioteca comunale di Spijkenisse, cittadina vicino a Rotterdam. Avvincente spazio multifunzionale che reinterpreta, con tratti a mio parere geniali, l’architettura rurale dei Paesi Bassi e aperto anche ad attività commerciali. Una cittadella progettata dal gruppo olandese MVRDV, lo stesso che ha firmato l’avveniristica biblioteca di Tianjn in Cina, realizzata con materiale ecosostenibile. Un edificio, quello olandese, dove l’architettura non soverchia il fruitore, ma lo abbraccia invogliandolo alla lettura. Spijkenisse, così come in Italia confermano le biblioteche comunali unitamente alle biblioteche di quartiere, ribadisce, pur nell’inevitabile distinzione tra le biblioteche storiche e contemporanee, la funzione sempre più necessaria di questi edifici, nella riconfigurazione della città moderna.
Come attestano, inoltre, le biblioteche universitarie, vere e proprie palestre del sapere e della didattica e sorta di estensione dello spazio abitativo per lo studente fuori sede.

LE BIBLIOTECHE UNIVERSITARIE

La biblioteca universitaria, infatti, può, in qualche modo, se non sopperire agli annosi problemi della mancanza di un’edilizia universitaria, creare e offrire a chi studia o lavora fuori dalla propria sede un’opportunità di concentrazione e socializzazione in un ambiente che si spera accogliente e non anonimo.  Un aspetto, questo, non irrilevante, spesso sottovalutato se non ignorato dagli amministratori e intorno al quale occorrerebbe riflettere.
Appare evidente, alla luce di queste sintetiche riflessioni, come la biblioteca e il suo potenziamento siano linfa vitale nella società contemporanea. Bene hanno fatto, dunque, Bradburne e Goffredo a porre una questione nazionale sollecitando la necessità, indipendentemente dall’estro e dalla creatività dei singoli, di fare rete chiedendo che la questione rientri, a pieno titolo, nella programmazione dell’agenda politica italiana ed europea. Un’urgenza in considerazione dell’era ormai ineludibile delle piattaforme digitali istituzionali, che rappresentano un’ulteriore occasione di crescita e sviluppo per il Paese. Un‘ulteriore opportunità.
Mi piace concludere con una riflessione avvincente di Carlo Ginzburg, quando in un’intervista a Simonetta Fiori, pubblicata su la Repubblica del 28 novembre 2018, affermava che, solitamente, chi frequenta le biblioteche e gli archivi lo fa per trovare ciò che stava cercando dimenticando o ignorando, e cito liberamente, che è possibile frequentare quei luoghi per imbattersi nell’ignoto, in qualcosa di cui non conosciamo l’esistenza. E quell’ignoto di cui parla Ginzburg ci riconduce al mappamondo, a ulteriore conferma, semmai ce ne fosse bisogno, dell’importanza vitale delle biblioteche.

Gabriella De Marco

Dati correlati
Spazio espositivoBIBLIOTECA NAZIONALE BRAIDENSE
IndirizzoVia Brera 28 - Milano - Lombardia
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Gabriella De Marco
Gabriella De Marco è professore ordinario di Storia dell’arte contemporanea presso l’Università degli Studi di Palermo, dove insegna come titolare dal 1998. I suoi interessi di studiosa si sono focalizzati, nel tempo, principalmente sui rapporti tra arte e letteratura in Italia e in Francia tra il XIX secolo e l’età contemporanea, sulle avanguardie storiche del Novecento con particolare attenzione all’area del cubismo e del futurismo italiano, sulle fonti dell’arte contemporanea e sugli archivi del XX secolo. Il tema degli archivi, dell’individuazione e della costruzione delle fonti è stato, ed è ancora, sotto il profilo epistemologico, al centro dei suoi interessi unitamente ad una riflessione sui rapporti tra cultura umanistica e tecnologie digitali. È stata ideatrice e responsabile scientifico dell’ambiente digitale Agave. Contributo alla costruzione delle fonti della cultura umanistica in Italia nel Novecento. Ambiente (attualmente in manutenzione) posto nel portale dell’Università di Palermo. Sempre relativamente al tema delle fonti del XX secolo ha coordinato progetti di ricerca sullo spoglio di quotidiani e riviste pubblicando due volumi sul quotidiano palermitano “L’Ora” (Silvana Editoriale, 2007,2010). Si è occupata, ancora, del tema dell’intermedialità, dell’interattività e del concetto di paternità frazionata nella ricerca visuale contemporanea in relazione al diffondersi delle reti sociali. (Classico/contemporaneo, gennaio 2016). Il tema della città contemporanea e dello spazio urbano è al centro dei suoi interessi a partire dalla metà del duemila. Si è occupata, infatti, di alcuni aspetti legati al Museo diffuso di arte contemporanea elaborando un progetto per il quadrante sud- ovest di Roma (Sinergie, novembre 2015), unitamente al tema dell’ambiente, della tutela del paesaggio e della salute. A questo riguardo il progetto sul museo diffuso è stato ampliato all’area compresa tra Roma, Ostia e litorale a sud della capitale. La ricerca è stata pubblicata negli atti del convegno dell’Aisu (Associazione italiana storia urbana) tenutosi a Napoli nel settembre del 2017, mentre è in corso di pubblicazione un volume sull’argomento. Sul museo diffuso, sul rapporto tra arte, architettura e committenza sia nel contesto dei primi anni del XX secolo sia nelle democrazie europee contemporanee si focalizzano parte delle ricerche dell’ultimo decennio. Ha studiato e studia temi quali gli aspetti identitari nel primo trentennio del XX secolo, l’ uso pubblico della storia e la costruzione del consenso. Ha collaborato e collabora, sin dalla fine degli anni ottanta, con riviste di critica d’arte e negli anni novanta ha scritto di arte sulla pagina culturale nazionale de “ L’Unità”. Tra il 1996 e il 2007, è stata redattore responsabile, per la storia dell’arte, della rivista universitaria “Avanguardia”. Rivista di Letteratura contemporanea (Pagine Editore, Roma). Attualmente interviene sulla cronaca di Palermo del quotidiano La Repubblica.