L’arte, al posto giusto. L’editoriale di Fabrizio Federici

In un momento in cui le opere d’arte sono sempre più “dislocate”, anche in luoghi impensabili, riportarle nel loro contesto potrebbe essere una decisione utile?

Pietro Perugino, Pala dei Decemviri, 1495 96. Pinacoteca Vaticana, Città del Vaticano
Pietro Perugino, Pala dei Decemviri, 1495 96. Pinacoteca Vaticana, Città del Vaticano

Di questi tempi sembra che nulla sia al suo posto. Che ci fa in cucina un Cimabue? E Chiara Ferragni alla Mostra del Cinema di Venezia? E come può sedere Lino Banfi nella Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco? A tacere di tutte quelle opere di arte novecentesca e contemporanea che affollano, in nome del dialogo o anche di una deliberata ricerca del contrasto, chiese e musei di arte antica: valga per tutti l’esempio dei tagli di Lucio Fontana tra le Madonne e i Santi cinque-seicenteschi della Galleria Borghese. Poi però, se ci mettiamo al riparo dal bombardamento mediatico, con i suoi annunci di sempre più strani eventi, ritrovamenti, abbinamenti, ci sovveniamo del fatto che di opere al loro posto ce ne sono ancora tante: pensiamo solo alle pale che si trovano sugli altari per i quali sono state eseguite. E quando le opere sono state spostate, non mancano iniziative che puntano a riportarle, in maniera temporanea o permanente, nei loro contesti di origine: perché i pezzi possano essere più compiutamente fruiti e apprezzati, e perché i contesti stessi ne guadagnino in valore e leggibilità, come scrigni di tesori inestimabili.
Torna fino al 26 gennaio a Perugia, nella Cappella dei Priori che in origine l’ospitava, la Pala dei Decemviri di Perugino, custodita alla Pinacoteca Vaticana, e ritrova la cornice e la cimasa, conservate nella Galleria Nazionale dell’Umbria. Tornano per un periodo più lungo, fino al 30 maggio 2021 (e chissà che non ci restino…), le sculture antiche che impreziosivano la straordinaria Tribuna di Palazzo Grimani, a Venezia: e vederle nel luogo che fu appositamente creato per la loro conservazione e per la loro “messa in scena” è spettacolare.
È vero che fu lo stesso patriarca Giovanni Grimani a donarle alla Serenissima, nel 1587: ma al presule e collezionista interessava prima di tutto la pubblica fruizione delle opere, a onore suo e della Repubblica, e un palazzo privato come quello della sua famiglia non poteva assicurarla nei secoli a venire. Oggi che la dimora è uno splendido museo statale, le statue possono tornare nel loro marmoreo stipo, senza che le volontà del patriarca vengano tradite.

Riportare le opere nei loro contesti di origine aiuta ad apprezzarle”.

Lo stesso ministro Franceschini, nel corso del suo primo mandato, nel gennaio del 2015, aveva ventilato l’ipotesi che opere conservate nei depositi dei musei (e, aggiungerei, celate nelle sedi di enti pubblici, ambasciate ecc.) potessero tornare nei luoghi di origine. È sicuramente un’idea interessante, da maneggiare con cautela, e dunque da riservare a casi ben selezionati, in modo da non rischiare di cancellare la storia (critica, collezionistica) dell’opera.
Sempre a Franceschini ministro della Cultura nel governo Renzi si deve la decisione di ricostruire l’arena del Colosseo, ridonando una più corretta leggibilità all’anfiteatro, ripristinando il sito, dopo che vecchi scavi ne avevano riportato alla luce i sotterranei, e proteggendo questi ultimi dalle intemperie. Non un ritorno di un’opera al suo posto in senso proprio, dunque, ma il ritorno a una condizione precedente e più coerente di una grandiosa architettura, mediante un intervento contemporaneo che si ispira all’antico. Dell’operazione non si è saputo più nulla per molto tempo, e già si temeva arenata l’idea dell’arena. Recentemente, invece, la direttrice del Parco Archeologico del Colosseo, Alfonsina Russo, ha dichiarato che entro gennaio 2020 si concluderanno i necessari restauri delle strutture ipogee del monumento, dopodiché si predisporranno le linee guida per la realizzazione dell’arena. Insomma, la strada è ancora lunga, ma procede il graduale ritorno dell’Anfiteatro Flavio a uno stato che lo vede meno cadavere dissezionato e più bene da vivere.

Fabrizio Federici

Articolo pubblicato su Grandi Mostre  #19

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua inserzione sul prossimo Artribune

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Fabrizio Federici
Fabrizio Federici (1978) ha compiuto studi di storia dell’arte all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore, dove ha conseguito il diploma di perfezionamento discutendo una tesi sul collezionista seicentesco Francesco Gualdi e il suo inedito trattato Delle memorie sepolcrali. I suoi interessi comprendono temi di storia sociale dell’arte (mecenatismo, collezionismo), l’arte a Roma e in Toscana nel XVII secolo, la storia dell’erudizione e dell’antiquaria, la fortuna del Medioevo, l’antico e i luoghi dell’archeologia nella società contemporanea. È autore, con J. Garms, del volume "Tombs of illustrious italians at Rome". L’album di disegni RCIN 970334 della Royal Library di Windsor (“Bollettino d’Arte”, volume speciale), Firenze, Olschki 2010. Dal 2008 al 2012 è stato coordinatore del progetto “Osservatorio Mostre e Musei” della Scuola Normale.