Le mostre in corso alla Galleria Borghese di Roma e al Museo del Novecento di Milano rendono omaggio all’opera di Lucio Fontana. Proponendo una serie di confronti inaspettati.

Conosciuta soprattutto per i buchi e i tagli sulle tele, l’opera di Lucio Fontana (Rosario, 1899 – Comabbio, 1968) porta avanti aspetti apparentemente diversi ma fondamentalmente uniti tra loro, oltre a una complementare ricerca sui materiali.
Una peculiarità valorizzata nell’esposizione in corso fino al 25 agosto alla Galleria Borghese di Roma, curata dalla direttrice generale Anna Coliva, che ha scelto di adottare, negli ultimi tempi, un modello di mostre basate sul confronto fra altri artisti e le opere della collezione romana.

IL CONFRONTO

Ciò che appare subito evidente dal confronto tra Fontana e le opere della raccolta permanente è che la tanto travagliata questione della verosimiglianza non aveva risolto il problema della superficie tangibile della tela e di come questa viene percepita o considerata. Fontana, invece, mette al centro lo spazio, “problema cruciale”, come sottolinea Coliva. E se il Barocco, del quale la Galleria Borghese ospita i massimi capolavori, ha rappresentato l’inizio di un cammino in questo senso, nel quale le figure sembrano abbandonare il piano e continuare nello spazio, Lucio Fontana ne è qui il massimo erede.
L’esposizione riunisce cinquantuno opere, realizzate soprattutto fra il 1958 e il 1968. Le ventisette crocifissioni in ceramica, decisamente sensoriali e “barocche”, appunto, fanno da cornice ad Arlecchino – il solo esempio di scultura rivestita in mosaico presente in mostra ‒ e al Fiocinatore, risalente agli Anni Trenta. Unica opera scultorea al piano superiore è La Regina delle Rose, in smalto e vetro su ceramica policroma. Le restanti opere ‒ tutti Concetti Spaziali ‒ trovano posto fra Bellini, Domenichino, Tiziano, Bronzino, Raffaello e Botticelli.

Lucio Fontana. Terra e Oro, installation view at Galleria Borghese, Roma 2019, photo Niccolò Ara © Fondazione Lucio Fontana by SIAE 2019
Lucio Fontana. Terra e Oro, installation view at Galleria Borghese, Roma 2019, photo Niccolò Ara
© Fondazione Lucio Fontana by SIAE 2019

L’INTERVISTA AD ANNA COLIVA

La mostra Terra e Oro è nata prima di tutto dall’intento di valorizzare l’opera di Fontana. Quali accorgimenti ha messo in campo per far emergere tutta la forza espressiva dell’artista all’interno di una rassegna che alterna le sue opere a quelle della collezione permanente della Galleria Borghese?
Esaltare l’opera di Fontana è senz’altro uno scopo della mostra, soprattutto a Roma, dove manca una mostra del grande artista da tanti anni.
Lo scopo invece più fortemente legato alla nostra “mission” nel museo è approfondire la conoscenza della collezione e delle sue opere attraverso tutti i mezzi, filologici, storici, artistici, stilistici. Ma anche attraverso le ricerche di altri artisti ‒ non importa se “antichi” o “moderni” ‒ per capire meglio i problemi fondamentali della storia dell’arte. Uno dei problemi cruciali è lo spazio, con cui tutti gli artisti si sono da sempre cimentati. Accostarli a Fontana, colui che risolve definitivamente la questione spazio fisico e spazio metafisico dell’arte, esalta la genialità degli artisti prima di lui nel dare le proprie soluzioni allo stesso problema.

Tra le righe dal suo testo in catalogo si legge che, dato un contesto anomalo, l’effetto sarà di certo anomalo, e magari anche sorprendente. Opere così diverse si aprono a svariate riletture, è questo che la Galleria si propone? 
Certamente, si tratta di suscitare la curiosità per approfondire la lettura delle opere della nostra collezione, di farsi sorprendere dalle differenze ma anche dalle inesprimibili analogie che appaiono con folgorante evidenza solo accostando i capolavori tra di loro.

Si è apprezzato un raffinato allestimento, che definisce gli spazi soprattutto in base alla diversità stilistica. L’unica opera scultorea al piano superiore è La Regina delle Rose. Come mai?
Tutte le ceramiche esposte al primo piano del museo, quello dedicato alla scultura, alludono alla ricerca spaziale di Fontana ancora all’interno del concetto di “ambiente” dilatato al massimo delle sue potenzialità. Qui lo spazio classico viene sforzato al suo estremo, così come fa il Barocco.
Al secondo piano, quello dei dipinti, si è superato il concetto di ambiente e si è arrivati alla scoperta essenziale di Fontana, la creazione di uno spazio “altro”.
Infine esporre La Regina delle Rose in pinacoteca, dove sono conservati i grandi busti ritratto del Barocco, è stata una tentazione troppo forte.

Le opere di Lucio Fontana consentono di rivalutare il concetto di spazio. Se proprio il Barocco, del quale la Galleria Borghese ospita i massimi capolavori, ha rappresentato l’inizio di un cammino in questo senso dove le figure sembrano abbandonare il piano e continuare nello spazio , Lucio Fontana può rappresentare in questa mostra il suo massimo erede?
Sicuramente Fontana sviluppa il concetto del Barocco proprio come invasione dell’ambiente circostante, ma va oltre. Capisce qualcosa di nuovo, di mai visto, di mai creato.

Lucio Fontana, Cavallo, 1954, inchiostro, matita e tempera su carta, 34x25 cm, Collezione privata, Milano
Lucio Fontana, Cavallo, 1954, inchiostro, matita e tempera su carta, 34×25 cm, Collezione privata, Milano

FONTANA E LEONARDO A MILANO

Un’operazione simile a quella presentata presso la Galleria Borghese è stata inaugurata il 14 giugno a Milano presso il Museo del Novecento, dove il curatore Davide Colombo, in occasione del cinquecentenario della morte di Leonardo Da Vinci, offre un inedito confronto tra i due artisti, Fontana e Leonardo, questa volta però cercando una diretta affinità: il tema del cavallo che Fontana affronta negli Anni Trenta e i disegni equestri di Leonardo, due ricerche artistiche accomunate dai concetti di semplicità e di forza nonostante la distanza temporale e stilistica.

L’INTERVISTA A DAVIDE COLOMBO

Le celebrazioni per il cinquecentenario della morte di Leonardo Da Vinci diventano la giusta occasione per presentare il suo ampio lavoro di ricerca documentaria d’archivio. A due anni dalla pubblicazione del suo libro Lucio Fontana e Leonardo da Vinci. Un confronto possibile, quali strategie ha messo in atto per chiarire al grande pubblico i riferimenti enunciati nella monografia e al tempo stesso far conoscere, attraverso le opere della collezione, l’articolata ricerca di Fontana?
Il tentativo è stato quello, non tanto di traslare il libro in mostra, quanto di utilizzare confronti visivi tra opere di Fontana, riproduzioni fotografiche di disegni di Leonardo e gigantografie di immagini dell’allestimento della Mostra Leonardesca del 1939 per far comprendere il modo e il contesto in cui Fontana si è mosso nella sua rilettura in chiave moderna dell’esempio del maestro rinascimentale.

Come è strutturata la mostra?
La mostra si apre con la riproduzione dell’ingresso dell’esposizione del 1939 che presentava il Cavallo rampante dorato di Fontana montato su una gigantografia del disegno dell’Officina delle Bombarde di Leonardo. Da qui, le grandi fotografie storiche della mostra accompagnano il visitatore all’interno di quel contesto espositivo – omaggiato anche nell’allestimento attuale con la ripresa di alcune soluzioni espositive adottate allora – che presentava la produzione artistica e “scientifica” di Leonardo. Inoltre una teca documentaria propone alcuni cataloghi, riviste e cartoline dedicate alla Leonardesca, nonché la recensione del poeta e critico Emilio Villa della monografia pubblicata da Corrente nel 1940 con disegni di Fontana, in cui per la prima volta Villa propose l’accostamento iconografico e metodologico di Fontana e Leonardo.
In mostra il confronto tra i due artisti è stato condotto attraverso rimandi visivi tra le riproduzioni degli studi per la Battaglia di Anghiari e per il monumento equestre di Francesco Sforza e i disegni di cavalli impennati e battaglie di Fontana, che mostrano non solo riferimenti iconografici, tematici e di soluzioni formali e compositive, ma anche la capacità di Fontana di riflettere sul disegno e sul segno leonardesco, in dialogo con altri stimoli stratificatisi nel proprio linguaggio.

Quali altri rimandi avete messo in luce?
Sono stati evidenziati dei rimandi diretti a fonti visive specifiche, accostando il bozzetto in gesso di Cavaliere per il Concorso per la V porta del Duomo di Milano alla riproduzione fotografica del bronzetto con Cavallo e cavaliere, attribuito a Leonardo, del Szépművészeti Múzeum di Budapest, esposto alla Mostra Leonardesca e riprodotto in catalogo. Infine, si è voluto mostrare al pubblico come il segno fontaniano e la sua straordinaria capacità inventiva e manuale si esprimano con la medesima vivacità espressiva nei disegni e nelle ceramiche, sorrette anche da una straordinaria esuberanza plastica e cromatica barocca.

Lucio Fontana, Uomini a cavallo (Composizione), 1932, gesso graffito e colorato a tempera, 37x47,5 cm, Museo del Novecento, Milano
Lucio Fontana, Uomini a cavallo (Composizione), 1932, gesso graffito e colorato a tempera, 37×47,5 cm, Museo del Novecento, Milano

La mostra, allestita presso il Museo del Novecento a Milano – che espone, sin dal 2010, un’ampia collezione di opere di Fontana –, sembra voler tributare all’artista un importante riconoscimento. Quali sono gli aspetti ancora poco esplorati della ricerca artistica di Lucio Fontana?
L’accostamento tra i nomi di Lucio Fontana e Leonardo da Vinci è inusuale, inaspettato soprattutto al grande pubblico, sebbene non inedito, come viene spiegato e illustrato in mostra. E certamente ciò può portare ulteriore interesse per la figura di Fontana, anche se il riconoscimento dell’importanza dell’arte di Fontana non necessita di ulteriori apporti.
Un aspetto importante della mostra è stato la possibilità di allestirla all’interno di Sala Fontana, quindi in dialogo con le altre opere dell’artista esposte lungo il percorso del Museo del Novecento, con un taglio cronologico che collega ciò che è visibile nella manica lunga del secondo piano, dedicata agli Anni Venti e Trenta, e la grande Struttura al neon per la IX Triennale di Milano e i Concetti spaziali degli Anni Cinquanta. Anche per questo, in catalogo è stata inserita la tavoletta graffita del 1932 con Uomini a cavallo che è allestita nel percorso abituale del museo. È così possibile comprendere la continuità della ricerca dell’artista lungo il tempo e attraverso i diversi linguaggi espressivi. Le opere esposte in mostra permettono al pubblico di osservare ceramiche e disegni non sempre visibili, favorendo così confronti visivi tra i vari mezzi espressivi che aiutano a capire la grande capacità di Fontana di far circolare e rielaborare le proprie invenzioni, talvolta anche in soggetti e temi differenti.

Sia Leonardo sia Fontana hanno avuto un legame forte con la città di Milano. Questo aspetto potrebbe aver influito sulle scelte intraprese da Fontana, considerando le affinità approfondite attraverso questa mostra? 
Non ritengo che Fontana abbia guardato a Leonardo per via della sua lunga permanenza a Milano, ma certamente il forte legame che entrambi hanno avuto con la città ha avuto una ricaduta sulla loro attività. Milano è stata fondamentale per Fontana. L’invito a partecipare al Concorso per la V Porta del Duomo di Milano nel 1950 con Marini, Messina e Manzù fu motivo di grande orgoglio per Fontana; fu il riconoscimento del valore del suo lavoro artistico, anche se, come sappiamo, le vicissitudini del concorso stesso durante gli anni lo delusero non poco. Milano è la città in cui ancora oggi abbiamo importanti tracce della presenza dell’artista, grazie alla collaborazione con gli architetti. Milano è la città che ha visto Fontana maestro delle generazioni di artisti più giovani.

Donatella Giordano

Versione integrale dell’articolo pubblicato su Grandi Mostre #17

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Donatella Giordano
Curatore indipendente. Nata in Sicilia, vive a Roma dal 2001. Nel 2006 ha conseguito il diploma di laurea all’Accademia di Belle Arti di Roma con una tesi sulla Body Art. Insegna arte in una scuola pubblica. In veste di indipendent art curator ha curato mostre a: Palazzo delle Esposizioni, Roma; Scuderie Aldobrandini, Frascati; Fondazione Romaeuropa, Roma; Farm Cultural Park, Favara, AG; MAAM Museo dell’Altro e Dell’Altrove di Metropoliz, Roma. Ha collaborato come curatrice con centoxcentoperiferia e Arion, Roma; BOCS, Catania; Parking 095, Catania. È stata assistant curator presso il Macro, Roma; Gervasuti Foundation, Venezia. Nel 2012 ha pubblicato il catalogo “Quadratonomade, opere d’arte in scatola per un museo itinerante” edito da Gangemi. Nel 2013 il progetto Quadratonomade che ha co-curato, composto da 183 opere, è stato donato al Museo Roberto Bilotti Ruggi D’Aragona di Rende (CS), ora in esposizione permanente.