La Biennale e il rilancio della cultural diplomacy

Gaetano Castellini Curiel, esperto di relazioni internazionali, e Guido Guerzoni, manager culturale, riflettono sule potenzialità della globalizzazione in ambito culturale. Analizzando i casi di dialogo virtuoso fra i musei internazionali.

Prada Rong Zhai. Photo Agostino Osio. Courtesy Prada
Prada Rong Zhai. Photo Agostino Osio. Courtesy Prada

Cosa accomuna la Biennale di Venezia, la Stiftung Preußischer Kulturbesitz di Berlino, il Victoria & Albert Museum, l’M50 di Shanghai, l’M+ di Hong Kong e il distretto culturale di Shekou a Shenzen? In apparenza nulla.
Nella realtà l’esercizio di una fondamentale opera di “diplomazia culturale”, una locuzione storica, che proprio nella Biennale veneziana ha trovato al momento della sua fondazione, occorsa nel 1895, una delle espressioni più alte e felici.
Ma quale significato possono assumere oggi le grandi esposizioni internazionali, nel momento in cui non è più l’Europa a chiamare il mondo, come accadeva a fine Ottocento, ma il mondo a chiamare l’Europa?
Non si tratta di sottigliezze accademiche: i tempi sono maturi per  riconoscere la rilevanza dei processi di internazionalizzazione degli investimenti e di globalizzazione dei consumi culturali, iniziati vent’anni anni fa con i primi accordi bilaterali tra stati e istituzioni museali finalizzati alla co-produzione e co-distribuzione di mostre temporanee, previa corresponsione di significative rental e production fee, cui sono seguiti partenariati di natura infrastrutturale, che hanno coinvolto tanto i beni mobili quanto gli immobili (le nuove architetture di qualità divengono subito heritage) e i diritti di proprietà intellettuale.
Citiamo, a titolo esemplificativo, l’intesa triennale siglata dal British Museum nel 2006 con il National Museum di Pechino sfociata nella produzione di cinque mostre in Cina e cinque a Londra, l’accordo tra Agence France-Muséums de France e l’Emirato di Abu Dhabi che ha interessato 25 partner istituzionali, sino ai protocolli stipulati da Tate con il Darat Al Funun di Amman, il SALT di Istanbul, il Centre for Contemporary Art di Lagos o la Sala de Arte Público Siqueiros di Città del Messico.
Tuttavia, le recenti polemiche sull’eventuale ingresso di Saudi Aramco tra i sostenitori della Fondazione Teatro alla Scala, le dispute con i cugini transalpini sui prestiti leonardeschi o le disquisizioni sul soft power della”‘Belt and Road Initiative” illustrata a Roma dal Presidente della Repubblica popolare cinese, Xi Jinping, dimostrano che, lungi dall’essere marginali, tali dibattiti meritano maggiori attenzioni: il futuro dell’arte e della cultura non potrà che essere globale.

LA CINA

Tra la moltitudine di esperienze recenti, abbiamo deciso di concentrarci sul caso della Cina, in cui negli ultimi anni sono proliferati gli accordi internazionali tra musei, fiere d’arte e teatri. Questo percorso di crescita è stato pianificato con cura a partire dal 2010, con un piano governativo quinquennale che prevedeva la creazione di 3.500 nuovi musei. L’obiettivo è stato raggiunto e superato in tre anni, arrivando a 4.164 musei nel 2014 (864 posseduti da privati e 672 da aziende) e superando le 5.100 istituzioni nel 2018. Una crescita imperiosa, se si pensa che nel 1978 la Cina contava 349 istituzioni museali e che nel 2010 l’obiettivo era quello di avere un museo ogni 250mila abitanti (in Italia e Germania ve n’è uno ogni 10mila, in America uno ogni 20mila).
Così, oggi la Cina è al quarto posto al mondo con l’8% dei musei privati e di arte contemporanea concentrati a Pechino, Guangzhou e Shanghai, che insieme ospitano il 73% di quelli privati.
Inoltre, in seguito a una decisione assunta dal governo nel 2008, per incrementarne l’accessibilità è stata estesa la gratuità, grazie a un investimento pubblico annuale di oltre 3 miliardi di yuan (443 milioni di dollari americani): oggi il 90% dei musei cinesi è a ingresso gratuito e l’abolizione delle tariffe d’ingresso ha determinato la crescita del numero di visitatori a un tasso annuo del 10% nel corso del periodo 2010-2017, passando dai 256 milioni del 2007 al miliardo del 2018.
La crescita della domanda e delle strutture museali, nonostante i danni inferti alle collezioni storiche nel corso degli Anni Settanta, ha altresì incrementato la richiesta di asset e know-how rivolta alle istituzioni culturali europee e occidentali: nel 2017 il 10% delle 23mila mostre temporanee sono state di provenienza estera, laddove nel 2009 erano state meno del 2% delle 16mila allestite.

Musei, mostre e visitatori in Cina © Artribune Magazine
Musei, mostre e visitatori in Cina © Artribune Magazine

I PROGETTI FLAGSHIP

In questo effervescente panorama spiccano diversi progetti flagship; nel 2014 il Victoria & Albert Museum ha firmato un accordo di 5 anni con il China Merchant Shekou Holdings (CMSK) quale socio fondatore dell’hub culturale “Design Society”, aperto nel dicembre del 2017. Questo multicomplex unisce attività creative e commerciali, con un museo, un teatro, una sala polifunzionale, una galleria privata, caffè, ristoranti e numerose aree dedicate allo shopping, costituendosi come il primo grande museo cinese dedicato al design all’interno del Sea World Culture and Art Center. L’istituzione britannica ha fornito un’ampia consulenza sul progetto, includendo le opere della collezione permanente (250 oggetti provenienti dalla collezione V&A), la formazione del personale e la programmazione espositiva e culturale (nei primi due anni ha ospitato due grandi mostre itineranti prodotte dal museo londinese).
Il progetto architettonico da $ 152 milioni per la costruzione dell’Art Center sul lungomare di Shekou, un’area meridionale di Shenzhen, è stato affidato all’architetto giapponese Fumihiko Maki, che ha dato ulteriore risalto a una città ‒ dal 2008 patrimonio UNESCO ‒ che conta più di 6mila aziende di design con 100mila impiegati, più di 30mila designer che collaborano con 800 marchi di moda cinesi e 40mila brevetti.
Pochi mesi prima dell’inaugurazione del museo di Shenzen, nell’estate del 2017, il presidente francese Emmanuel Macron e quello cinese Xi Jinping hanno ufficializzato l’apertura del Centre Pompidou Shanghai, che rimarrà aperto dal 2019 al 2025. Questo accordo bilaterale è stato siglato per stimolare la cooperazione culturale a lungo termine tra Francia e Cina, creando un dialogo tra l’arte contemporanea cinese e occidentale. La succursale del museo parigino si collocherà in un’ala del nuovo West Bund Art Museum, un edificio di 25mila mq progettato da David Chipperfield, il cui spazio espositivo accoglierà nei primi cinque anni circa 20 mostre del museo francese e sarà gestito dall’amministrazione locale e dall’impresa immobiliare di proprietà statale West Bund Group, che ha dato vita alla trasformazione dell’ex area industriale sul fiume Huangpu, con un investimento di 2,2 miliardi di euro. Il Centre Pompidou si occuperà della formazione dello staff e della gestione del museo, mentre la sede di Parigi ospiterà mostre di arte contemporanea cinese.

Prada Rong Zhai. Photo Agostino Osio. Courtesy Prada
Prada Rong Zhai. Photo Agostino Osio. Courtesy Prada

PRADA E IL MUVE

Nel medesimo anno la residenza storica Rong Zhai, dichiarata nel 2004 patrimonio culturale del distretto di Jing’an, ha riaperto nell’ottobre del 2017 grazie al restauro di Prada. Questo edificio storico, costruito nel 1918 nel quartiere centrale di Shanghai, è oggi un centro culturale in cui il celebre brand italiano e l’omonima fondazione organizzano mostre ed eventi, con un’attenzione particolare per la cultura cinese e il dialogo sino-europeo.
Come nel caso di Shenzhen, anche Shanghai è città creativa UNESCO dal 2010: nel 2013 ospitava 87 cluster creativi, più di 4mila agenzie di design e innovazione, 283 istituzioni artistiche, 100 musei, 25 librerie, 743 archivi e 239 centri artistici e culturali.
Ma la presenza di Prada non è isolata: già il 7 ottobre 2010 il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo della Repubblica Italiana e la State Administration of Cultural Heritage della Repubblica Popolare Cinese hanno siglato il “Memorandum d’Intesa sul Partenariato per la Promozione del Patrimonio Culturale”, cui hanno fatto seguito altri accordi importanti: la Fondazione Musei Civici di Venezia ha inaugurato nel 2016 una mostra al Museo Nazionale della Cina, che si è tenuta da marzo a ottobre, segnando l’inizio della terza fase del progetto “Spazio Italia”. In occasione della mostra Gloria di Luce e Colore – Quattro secoli di pittura a Venezia, il MUVE, in collaborazione con le più importanti istituzioni museali italiane, ha portato a Pechino circa 80 opere, laddove il Mann, il Museo Archeologico di Napoli ,e il Jinsha Archaeology Museum di Chengdu collaborano da tempo alla mostra itinerante  Pompeii ‒ The Infinite Life, che protrarrà il proprio tour sino al 2019.
Questi brevi esempi dimostrano che se in passato la diplomazia culturale aveva il fine di favorire l’esportazione dei beni culturali di una nazione, nell’era contemporanea spicca per la capacità di instaurare e migliorare relazioni internazionali ad ampio spettro, in un contesto dove i rapporti tra le nazioni sono sempre più mediati da soft power e gli equilibri tra identità locali e vocazioni globali sono sempre più delicati.
Non basta più chiamare per restare centrali: bisogna essere pronti ad aprire antenne e sedi in ogni parte del mondo.

Gaetano Castellini Curiel e Guido Guerzoni

Versione estesa dell’articolo pubblicato su Artribune Magazine #49

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