Tutti pazzi per le tecnologie. L’editoriale di Gabriella Belli

La direttrice dei Musei Civici di Venezia riflette sull’utilizzo delle tecnologie digitali nei musei. Proponendo un cambiamento dalle fondamenta.

Van Gogh Alive. The experience. Palazzo degli Esami, Roma 2017
Van Gogh Alive. The experience. Palazzo degli Esami, Roma 2017

Il dibattito sull’utilizzo delle tecnologie digitali per rendere più efficace la visita al museo è in corso da molti anni, ma tutt’oggi in Italia l’utilizzo sistematico di queste tecnologie, che nei musei scientifici è cosa fatta, fatica a decollare e l’uso di strumenti digitali avanzati spesso non sfrutta al meglio le potenzialità a nostra disposizione. I molti esperimenti nel campo delle digital humanities applicate alla fruizione museale non sempre sono stati soddisfacenti e il più delle volte sono finiti per essere l’equivalente in formato digitale dei vecchi apparati informativi e didascalici presenti ormai in tutti i musei. Nei musei dotati di ipertesti, guide virtuali, iPad, cellulari e quant’altro, si è osservato che l’attenzione del pubblico è distratta proprio dagli stessi strumenti che dovrebbero allargare la sua conoscenza, e ciò avviene per l’interazione che questi device richiedono: non di rado il visitatore finisce per dedicare più tempo a osservare e maneggiare il display che a guardare un capolavoro appeso alla parete.
Come potrebbe dunque essere un’interazione positiva tra il sapere, il sentire, il vedere “umano” e quello digitale?
Un buon esempio viene dall’arte contemporanea, non solo perché sperimentazione e innovazione artistica sono andate di pari passo con l’evoluzione delle tecnologie digitali, ma anche perché, oltrepassando la linea di demarcazione fra arte e vita, l’arte contemporanea ha messo in crisi le categorie del giudizio storico-critico e in discussione il principio di causa ed effetto, lasciando sul terreno, al posto dei criteri “ricorsivi di giudizio”, solo frammenti: “Come uno specchio in un labirinto senza centro”, per citare Andrè Malraux e il suo Museo immaginario scritto nel 1951.
Non cito a caso il libro di Malraux: in un’epoca al di sopra d’ogni sospetto, lo scrittore francese ha preconizzato quello che le digital humanities porteranno a compimento molti anni dopo. Mescolando opere tra loro molto distanti per epoca e stile, Malraux “monta” il suo libro (il suo museo immaginario, appunto) come fosse un ipertesto ante litteram: spezzando i vincoli dati da una critica “lineare” della storia dell’arte, indaga e mette a raffronto opere d’arte antica e moderna, archeologia e manoscritti, opere di tutte le epoche e di tutti gli stili, continuando ad aprire finestre come fossero file, offrendo al visitatore suggestioni continue e differenti, una vertigine di nuove informazioni e di connessioni del tutto inedite per la museografia di quegli anni. Sono ipotesi, quelle di Malraux, che tornano oggi di grande attualità e sembrano potersi realizzare proprio grazie alle possibilità che le tecnologie digitali mettono a nostra disposizione.

Come possono interagire il sapere, il sentire, il vedere “umano” e quello digitale?

In un museo progettato con i criteri di Malraux, il pubblico, ammirando un quadro di Leonardo, una scultura rinascimentale o un reperto romano, non ne vedrebbe solo l’eterna bellezza, ma potrebbe conoscerne nuovi significati, nati dalla relazione con le altre opere d’arte, scelte non più per consanguineità (stesso autore, stile o tempo) ma per contiguità, dunque assimilabili tra loro grazie a inedite associazioni mentali e culturali, attualizzate e rese “contemporanee” dal suo sguardo. Crediamo dunque che solo in un ambito rinnovato dal punto di vista museografico e museologico l’innesto delle digital humanities potrà ottenere i migliori risultati, esse stesse rese organiche alla visione generale del museo, capaci di interagire con il visitatore non per fornirgli meri approfondimenti accademici, ma piuttosto per indicargli una nuova idea del mondo, per sprigionare tutto il loro potenziale creativo, per essere opera d’arte a loro volta.
Per fare questo c’è bisogno di una rivoluzione mentale, bisogna che i conservatori abbandonino la via certa per l’incerta. C’è bisogno di una prospettiva contemporanea per dare senso all’arte di tutti i tempi.

Gabriella Belli

Articolo pubblicato su Grandi Mostre #15

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