Scene dalla Grande Stagione (VIII)

“Non più (non solo) disegnare schemi, arzigogoli e merletti fatti solo di scrittura, esortazioni, inviti, annunci, prologhi, augurii, ma fare fare fare. Assumendoti anche il rischio di soffrire”. Nuovo capitolo della rubrica di Christian Caliandro.

Sidney Nolan, Ned Kelly writing his will, 1946 47. National Gallery of Australia, Canberra
Sidney Nolan, Ned Kelly writing his will, 1946 47. National Gallery of Australia, Canberra

Si passa da un campo all’altro varcando delle soglie: non si cessa di migrare, si cambia d’individuo come di sesso, e partire diventa semplice come nascere e morire. (…) Come non implicherebbe, il superamento di una soglia, dei disastri altrove?” (Gilles Deleuze, Felix Guattari, L’anti-Edipo, 1972).
Divenire altro – attraversare la soglia – divenire altro, abbandonare il vecchio io – i tuoi tentativi e le tue intuizioni, una volta risistemate, ti conducono a questo preciso punto, qui e ora. L’acqua scroscia, e hai questo senso di abbandono, e ti sembra che tutto si stia chiarendo e poi di nuovo la foschia invade la mente e i collegamenti…
(…) è una cosa tanto più sicura non sentire, non lasciarsi sfiorare dal mondo” (Sylvia Plath, Diari, Adelphi 2016, p. 88).

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Stelle che si polarizzano. Orbite che si deformano.

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Sylvia Plath
Sylvia Plath

Come fuoriuscire? Come sfuggire al condizionamento e ai condizionamenti? Come un lungo brano jazz (The Ascension o A Love Supreme di John Coltrane). No, sul serio. Provando a non trattenerti più, ad abbracciare il mondo, ad accettare “la gratuità della creazione” (Henry Miller).
Solo così puoi provare a eliminare la paura, tuffandoti, attingendo a piene mani da questa creazione – e abbattendo gli schermi e le barriere.
D’altronde, anche Annika e Laura non ti hanno detto qualcosa di molto diverso, una decina di sere fa: ti hanno esortato a uscire – a non “scomparire” – ad assumerti la responsabilità di una presenza. Di una costruzione attiva, di un inizio: dell’iniziare qualcosa, del progettare. Non più (non solo) disegnare schemi, arzigogoli e merletti fatti solo di scrittura, esortazioni, inviti, annunci, prologhi, augurii, ma fare fare fare. Assumendoti anche il rischio di soffrire.
Questo è un tempo di terrori, ma anche di magie. E per scoprire – e praticare – le magie occorre affrontare la paura dell’ignoto, volersi abbandonare all’imprevisto e accettare tutto quello che ti capita; capire nel profondo che tutto quello che ti capita – ogni singolo frammento – è la tua esistenza.
Una diversa struttura di pensiero.
Lo sforzo è quello di pensare coerentemente l’incoerente. (Varcare soglie): “io che correvo, macchiato di lunule elettriche, / zattera folle, scortata da neri ippocampi, / quando luglio faceva crollare a randellate / i cieli ultramarini dai vortici infuocati;” (A. Rimbaud, Il battello ebbro).

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La falsità della vita attuale, della società attuale: nessun boom né presente né all’orizzonte – ma anzi il “negativo” esatto del benessere Anni Cinquanta e Sessanta – se possibile questo materialismo scarno e robotico, questo attaccamento miserabile e crudele agli elementi della sopravvivenza che nutrono l’odio per l’altro, che escludono l’altro e che ergono continuamente barriere, vuoti, è molto peggiore di qualunque alienazione del secolo scorso. La soluzione possibile, unica, disperata, inutile e fallimentare non-soluzione, è sempre quella: investimento nella vita – contro i valori della non-vita, della morte-in-vita: “Prima di spingermi troppo lontano, devo addentrarmi nel profondo della terra, per scoprire la terra, per abitarla. Sono in vita. Sono viva” (Anaïs Nin, Diari I, Bompiani 2016, p. 477).
Rifiuto categorico ed esistenziale dei modelli imposti.
Pratica di questo rifiuto, traduzione e trasposizione.

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Arthur Rimbaud nel 1870
Arthur Rimbaud nel 1870

Il tessuto superficiale della vita può morire, era morto per me. La mia voce si era spenta, la pelle sopportava chili e chili di peso, la pressione degli altri io su ogni centimetro quadrato, e si accartocciava, raggrinziva, sprofondava in se stessa. Ma adesso deve ricrescere. Succhiare e dominare la superficie e il nucleo dei mondi e lottare per creare il mio. Parlare in senso morale, perché c’è una morale. La morale della crescita. La felce che si scontra con il cemento del qui e ora e si fa strada a testa bassa” (Sylvia Plath, cit., p. 221).
Stelle che si polarizzano. Orbite che si deformano.
Perché ci sia immersione ci vuole profondità: un’epoca e un tempo fatti solo di superficie non funzionano da questo punto di vista. A meno che la superficie non venga crepata.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).