A due secoli di distanza dalla stesura de “L’infinito” di Giacomo Leopardi, una riflessione sull’infinitezza nel mondo dell’arte.

Duecento anni fa, nella “tormentata quiete” di Recanati, Giacomo Leopardi (Recanati, 1798 ‒Napoli, 1837) scrisse L’infinito, un canto d’ineffabile bellezza sulla potenza immaginativa del pensiero umano, della sua capacità di spingersi oltre le siepi e i muri, di esplorare regioni sconosciute dove proiettare la propria anima e lasciare traccia del proprio passaggio sulla Terra. Quel pensiero “ove per poco il cor non si spaura”, più che richiamo alla selva dantesca, prefigura il baratro d’angoscia di Nietzsche. Tuttavia Leopardi, poeta e filosofo del dolore, ma anche fiero assertore del potenziale dell’umanità in lotta contro la natura, affronta l’immensità con stoico coraggio. E, ispirata da lui, anche l’arte ha guardato e guarda oltre la siepe.

DALL’ORDINE AL DUBBIO

Sin dall’antichità, l’individuo si è interrogato sulla possibilità dell’infinito, che i greci chiamarono ápeiron e che secondo Anassimandro corrisponde al principio primo, da cui tutto ha origine e vi ritorna, dissolvendosi.
I pitagorici vi apportarono una visione negativa, intendendolo come un qualcosa di incompiuto e imperfetto. Successivamente, nel Medioevo, la scolastica cattolica ha identificato l’infinito con Dio, chiudendo l’adito a ulteriori speculazioni, che ripresero nel XVII secolo con Cartesio, Leibniz e Spinoza, in chiave tuttavia scientifica, come fu proprio del ragionamento di quel secolo. Fu soltanto con Immanuel Kant, nel primo Ottocento, che l’infinito fu accostato alla sfera emotiva e psicologica dell’essere umano: come è scritto nella Critica della ragion pura, “l’individuo può pensare al finito con coerenza e metodo, ma, avventurandosi nell’idea della serie infinita di tutti gli esseri finiti, il pensiero cade in preda a dubbi e contraddizioni”. Il tema non è però stato soltanto oggetto di speculazione filosofica. Attorno a esso si è infatti sviluppata un’estetica artistica che ha interessato i più vari linguaggi.
In diretto dialogo con la scena leopardiana si pone il sensuale naturalismo con leggeri richiami neoclassici di Vittorio Corcos: Sogni, probabilmente la sua opera più nota, indulge infatti nella contemplazione sognante, nel vagheggiare un avvenire ricco e felice, sul quale però, ammonisce Leopardi, si staglia sempre l’ombra delle delusione.

DAL ROMANTICISMO AL DUEMILA

L’indagine sull’infinito, strettamente legato al sentire dell’individuo, comincia in età romantica (cui anche Kant appartenne), con la pittura di paesaggio che riflette lo stato emotivo dell’osservatore e del pittore. Leopardi, che fu romantico a modo suo, s’inserisce infatti in questo solco. E in quel medesimo 1818, Caspar David Friedrich realizzò il Viandante sul mare di nebbia, opera in cui il Mare del Nord, ben lungi dal lasciar vagheggiare un dolce naufragare, è guardato con razionale inquietudine kantiana. Un’inquietudine più insinuante, profonda e disturbante è invece alla radice di Rooms by the sea di Edward Hopper; nell’America oppressiva del 1951, in piena “caccia alle streghe”, la vita quotidiana è stretta da mille ipocrisie. Il vasto mare che s’intravede di sbieco, così vicino al limitare della stanza, appare sia come una via di fuga sia come un nulla dove perdersi e potenzialmente suicidarsi.
In generale, nel secondo Novecento l’arte è stata richiamata alla realtà da radicali e violenti cambiamenti di costume, facendosi spesso portavoce di istanze sociali radicalmente materiali, oppure ha avvertito l’urgenza di fuggire dalla realtà attraverso sperimentazioni formali.
Per tale ragione, il discorso sull’infinito è stato a lungo poco animato. È però tornato di relativa attualità nell’arte contemporanea, forse per un bisogno di staccarsi dalla materialità del quotidiano e riprendere contatto con la propria spiritualità. Installazioni come Descension di Anish Kapoor hanno una doppia valenza: quei flutti neri agitati e continuamente risucchiati in un vortice, da un punto di vista tecnico ricordano la vite perpetua di Archimede, nella quale il principio di infinito lo si ritrova in un contesto meccanico. Dal punto di vista concettuale, il vortice sembra risucchiare l’osservatore nel vuoto dell’infinitezza spaziale, un vuoto guardato con inquietudine quando non sia autentico terrore.
Concettualmente vicine all’ombrosa siepe di leopardiana memoria, le architetture di James Turrell, attraversate da fasci di luce naturale, rappresentano una finestra verso l’infinito, che resta luogo mentale per mezzo delle pareti in cui è racchiuso lo spazio interno delle strutture: la recente Skyspace ne è un esempio, così come il monumentale Roden Crater.

UN VIAGGIO PERIGLIOSO

Naufragare nell’immenso, in fondo, è la missione dell’arte, che da secoli accompagna il pensiero dell’umanità facendosi, come nei versi di Leopardi, pensiero essa stessa. E il poeta è un novello Ulisse nel vasto mare della speculazione e della memoria, dove però la speranza di toccare terra è assai vana.

Niccolò Lucarelli

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AutoriAnish Kapoor, Caspar David Friedrich, James Turrell, Edward Hopper
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Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.