L’età del consenso (V). Lo stile della realtà

Come prendere le distanze dalle finzioni stantie della società attuale e guardare, davvero, alle novità che spesso risultano invisibili?

Steven Spielberg, A.I. - Artificial Intelligence (2001)
Steven Spielberg, A.I. - Artificial Intelligence (2001)

Lettera a un/una giovane artista (b). Evita di metterti troppo in vista, almeno per il momento – almeno finché non sarai cresciuto/a – ricordati: sei e sarai sempre solo/a – circondato, in compagnia di persone che cercano consapevolmente o inconsapevolmente di sminuirti, di ridicolizzarti, di deviarti – ecco, non farti deviare. In fondo, la CONCENTRAZIONE è la pratica più preziosa, perché nessun altro al posto tuo può fermare la tua mente, di continuo, su ciò che stai pensando e facendo.

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15 maggio 2018. Sulla spazzola di mia madre con il manico marrone ci sono ancora – a distanza di sei anni – i suoi capelli biondi, che si stanno pian piano mescolando ai miei – quando ogni mattina mi spazzolo i capelli. Solo la mattina.
Gli shock dolorosi dell’infanzia avevano azzerato il ricordo dei momenti felici” (William Burroughs, Queer).
Quando pensi ‘una delle canzoni più importanti della mia vita’, in grado di definirti per sempre, ecco, questa è una di quelle: Hardly Getting Over It degli Hüsker Dü (da Candy Apple Grey, 1986). A 11-12 anni (1990-’91), un po’ prima dell’uscita di Nevermind, ho scoperto per caso questo cd – uno dei primissimi album grunge della storia – alla Ricordi di via Sparano… e non sono più stato lo stesso.

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Lettera a un/una giovane artista (c): 2 maggio 2018. Qui nel quartiere di Borgo Croci a Foggia, la piazzetta di vico Angusto (una piazza che è un vicolo: la ragione è che qui c’era una palazzina, crollata qualche anno fa, vittime, e poi una spianata di cemento) – tu accovacciato/a a disegnare, hai riconosciuto subito la natura metafisica di questo luogo, i muri sbreccati e scrostati da dopoguerra, il buco coperto dalla lamiera incurvata e, accanto, un edificio-collage, architettura che viene fuori dopo un bombardamento, spazio-riempitivo, buchi colmati e porte sprangate, sfondate – mattonelle multicolori, beige grigio azzurro, accanto a fondi rosa giallo ocra – balconi che sembrano ricamati e tettoie da rifugio di montagna, plastica, legno, ferro battuto, ringhiere – l’architettura neovernacolare riproduce internamente modelli che sono qui da quattro secoli almeno. Sotto e oltre la repressione, c’è questa cosa qui – un’identità resistente, solida, compatta. Casette come cubi, come minifortezze cementate: fantascienza primordiale, primitiva.

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Appena lo riconosci, appena lo codifichi, appena ne individui i tratti comuni e lo restringi in una forma – ecco che è già pronto per diventare uno stile.
Questo stile della realtà, che ne riverbera viralità orizzontalità relazione proliferazione inafferrabilità reattività, che è slabbrato sfatto spappolato come la realtà, che cola da tutte le parti, questo stile che sta nascendo, che è già nato, è e rimane INVISIBILE. Viene, di continuo, scambiato per qualcos’altro; per cose vecchie e polverose; l’avanguardia si inverte con la retroguardia, i giovani non si espongono e i vecchi (LORO) sono sovraesposti, gli interpreti del presente finiscono per essere i nonni. Cervelli ammuffiti, ottenebrati dal tempo e dai dispiaceri, fermi ai bei-tempi-andati (e che non sono mai esistiti, ovvio…) trasmettono la loro paralisi al contesto esistenziale che li circonda. Anzi, più precisamente: il contesto che CI circonda è stato progettato, e viene costantemente progettato, attorno alla paralisi interiore propria di alcune generazioni italiane (e occidentali), a scapito di altre. Il tema centrale di questo momento ‒ declinabile all’infinito – è capire come sbloccare una società intera paralizzata dalle sue finzioni stantie, dalle sue rappresentazioni, dai suoi veti incrociati e dalle sue incrostazioni narrative, e generare/proiettare immaginario attraverso la percezione dei “nuovi” italiani (i quali, come sempre, appartengono alle categorie che in genere non partecipano ai processi decisionali): giovani, donne, immigrati.
L’evoluzione è in fondo questo: movimento, cambiamento, trasformazione.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).