Random. Pensieri sparsi sull’arte e il presente

Dall’amore per l’arte a quello per i dettagli, Carmelania Bracco condensa in quattro capitoli le sue riflessioni sull’oggi.

Giorgio de Chirico, L'enigma dell'oracolo, 1910
Giorgio de Chirico, L'enigma dell'oracolo, 1910

1.

Tutti quelli che amano l’arte devono avere, probabilmente, un’opera che ha segnato il passaggio da un semplice interesse iniziale a un’ossessione, a un’attenzione preziosa per le linee, le forme, i colori, i dettagli.
La mia è l’Afrodite accovacciata di Dedalsa, o meglio, quella che deve esser stata l’Afrodite accovacciata di Dedalsa nell’originale in bronzo.
Era nell’angolo in basso a destra di una pagina del manuale di storia dell’arte del liceo. Nessuna descrizione approfondita, nessun riguardo particolare da parte dell’autore, come se fosse stata meno importante di una menade danzante o di un fregio del frontone di un tempio.
Eppure era lì, piegata sulle sue gambe, nuda e al tempo stesso vestita del massimo della pudicizia, accovacciata e al tempo stesso dotata del massimo dell’eleganza.
Cominciai a disegnarla ovunque, a percorrerne le linee della pancia con la matita e a inventarne le braccia, le mani affusolate, a cercare un’ombreggiatura che potesse far materializzare la morbidezza di quella pietra anche sul foglio.
E se qualcuno crea qualcosa che, dopo secoli, riesce a spaccarti il cuore in due, nonostante sia una copia senza braccia e senza metà volto, allora quello è un genio e la sua opera poesia.

2.

Meno esteti improvvisati, meno contemplatori distratti, meno foto di spalle a guardare un dipinto di cui si conosce a stento il titolo, meno “Bello, sembra una fotografia”.
Perché un’opera d’arte è bella soltanto se non riesci a credere che non si tratti di una fotografia?
Perché un’opera è bella anche senza una spiegazione, un contesto storico, un artista con tutto ciò che ha dentro?
Non serve a nulla vagare senza meta di museo in museo, non servono quei tre minuti scarsi per ciascuna opera coi denti stretti per trattenere uno sbadiglio e non servono nemmeno le fotografie da pubblicare sui social per mostrare agli altri che eravamo lì, che quella selezione di opere era davvero ben organizzata, che siamo persone dai molteplici interessi, che ne capiscono di arte, oltre che di tutto il resto.
Meno apparenza, più raccoglimento.
Le opere d’arte non vanno viste, vanno attraversate a nuoto, vanno esplorate, vanno respirate, somministrate per endovena.
Ed è necessario sprofondarci, come avevano fatto molti anni fa Wu Tao-tzu e il suo imperatore Xuan Zong, perché diventino indimenticabili.

Copia in marmo dell'originale bronzeo dell'Afrodite accovacciata di Dedalsa, prima metà del III a.C.
Copia in marmo dell’originale bronzeo dell’Afrodite accovacciata di Dedalsa, prima metà del III a.C.

3.

Aspetto che vengano a prendermi. Accanto a me c’è un’altra ragazza, profuma di bagnoschiuma e fumo di sigaretta. Intorno alla stazione girano tipi davvero strani. Forse sono tutti qui perché non hanno dove stare, perché le loro case sono lontane o sono state distrutte o non si ricordano dove sono. In stazione non c’è bisogno di avere casa quando i binari d’estate si arroventano. Dicono si dilatino, d’estate. Io non l’ho mai visto, ma forse se chiedessi a uno di questi signori saprebbe. La ragazza accanto a me è andata via. Sono venuti a prenderla, credo. Non ho prestato attenzione. Era proprio bella coi capelli improvvisati in una treccia e una gonna a pieghe fino sopra le caviglie. Chissà se a me starebbe bene una simile. Forse quello in macchina era il suo ragazzo, ammesso che abbia un ragazzo. E ammesso che sia arrivata una macchina. Io non aspetto nessuno. Rimango qui altri cinque minuti, poi comincio a camminare. C’è un bar proprio carino. Il caffè è dolce anche senza zucchero.

4.

Che meraviglia le cose che muoiono sul nascere. Magari si tratta di situazioni scomode, di persone scomode che ti interroghi giorno e notte su come poterle mandare via. E invece vanno via da sole.
Però è anche molto triste.
Forse avresti preferito mandarle via tu. O forse farle rimanere per cercare di costruirci qualcosa. Tipo, mettere una sopra l’altra delle carte da gioco per vedere se un castello riesce a ergersi. Oppure una torretta. O anche un appartamentino monolocale.
Ma non importa, se sono andate via forse non ne valeva davvero la pena. O forse volevano essere inseguite.
Non mi piace molto inseguire le cose.
Sono molto lenta.
E mi viene l’affanno.
Non mi piace l’idea di competere per scoprire chi è il migliore.
Non so se sono migliore in qualcosa, probabilmente no. Nel dubbio, cammino con gli occhi rivolti al cielo. Talete quasi ci rischiò la pelle.

Carmelania Bracco

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Carmelania Bracco
Carmelania Bracco (1997), laureata nel 2018 in Decorazione presso l'Accademia di Belle Arti di Foggia con una tesi sperimentale sul postmodernismo, frequenta il Biennio di Decorazione Arte Ambientale. È interessata all'arte contemporanea e al rapporto che essa intrattiene con la scrittura. Nel 2018 ha partecipato alla Terza Notte di Quiete, progetto sostenuto da ArtVerona.