L’antico. Lingua viva

Fabrizio Federici si interroga sul ruolo giocato dall’antichità nell’epoca contemporanea. Guardando a una serie di mostre che ricorrono all’antico per interpretare l’attualità.

Post Zang Tumb Tuuum. Exhibition view at Fondazione Prada, Milano 2018. Photo Matteo Pizzimenti
Post Zang Tumb Tuuum. Exhibition view at Fondazione Prada, Milano 2018. Photo Matteo Pizzimenti

Per molti l’antico non è che obbligo (la versione di latino), divieto (le rovine e i siti inaccessibili), ostacolo (i ritrovamenti che rallentano o bloccano i cantieri). Eppure l’antico può rivestire ancora un ruolo di presenza viva nella società: com’è avvenuto nei secoli passati, quando il confronto con l’eredità greco-romana ha rappresentato uno degli stimoli più vivificanti per la definizione dell’identità artistica e intellettuale dell’Occidente. Molti e diversi sono stati i modi in cui l’antico è stato letto, interpretato e usato, come ricorda Salvatore Settis ne Il futuro del classico (2004). Fra i tanti, uno appare di particolare attualità, in questo nostro mondo di migrazioni, mescolamenti, integrazioni: a causa del peculiarissimo rapporto di alterità e continuità insieme, che ci lega alla civiltà classica, l’ineludibile presenza dell’antico ha significato avere l’altro in casa, ha comportato un serrato dialogo con il diverso. Come già Claude Lévi-Strauss ebbe a osservare, l’antico è stato la prima molla di una curiosità di tipo antropologico, che trovò gran campo di applicazione nel confronto con le civiltà ai confini dell’Europa e poi con i popoli coi quali gli europei entrarono in contatto nell’epoca delle grandi esplorazioni.

Gruppo scultoreo del Galata suicida e pannelli Follia pratica di Fornasetti, Museo Nazionale Romano Palazzo Altemps, Roma 2017
Gruppo scultoreo del Galata suicida e pannelli Follia pratica di Fornasetti, Museo Nazionale Romano Palazzo Altemps, Roma 2017

LE MOSTRE

Della vitalità dell’antico come modello e termine dialettico per la produzione artistica del Novecento e degli esordi del Terzo Millennio danno e hanno dato conto alcune mostre chiuse da poco o ancora in corso sulle due sponde dell’Atlantico. Molte delle opere esposte nella ricchissima rassegna Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918-1943, alla Fondazione Prada di Milano fino al 25 giugno, testimoniano il recupero di temi e forme antiche favorito dal culto della romanità promosso dal fascismo. Negli stessi anni, gettava uno sguardo molto più (auto)ironico sull’antico il pittore Gregorio Prieto, che nelle fotografie scattate durante il suo soggiorno romano (1928-33) mise in scena amori clandestini all’ombra delle statue parlanti e tentativi di agalmatofilia (le fotografie sono state esposte a Roma, alla Reale Accademia di Spagna, fino allo scorso 3 giugno). Ironia che si ritrova, ma su tutt’altro livello di raffinatezza, nelle creazioni di Piero e Barnaba Fornasetti, che sono presentate fino al 9 settembre accanto alle sculture classiche di Palazzo Altemps, nella migliore cornice possibile per un caleidoscopio di immagini che dall’antico e dalla sua fortuna trae ispirazione.

L’ineludibile presenza dell’antico ha significato avere l’altro in casa, ha comportato un serrato dialogo con il diverso”.

Un inaspettato modello classico si cela dietro all’Housepainter, una delle celebri figure iperrealistiche di Duane Hanson (1984): l’umile imbianchino di colore assume una posa che ricorda da vicino quella del Doriforo di Policleto, e acquisisce così, agli occhi di chi è in grado di riconoscere il prototipo, un’aura eroica (la statua è esposta nella bella mostra Like Life: Sculpture, Color, and the Body (1300-Now), in corso fino al 22 luglio al MET Breuer di New York). Di appropriazione fisica dell’antico si può parlare invece nel caso di molte delle creazioni di Danh Vō, di recente in mostra, sempre a New York, al Guggenheim. Tra i molti oggetti messi in scena dall’artista, si annoverano marmi classici variamente assemblati (magari con parti di statue lignee medievali): un risultato fascinoso e sconcertante a un tempo, che ci obbliga a rivedere le nostre categorie di reimpiego e vandalismo.

Fabrizio Federici

Articolo pubblicato su Grandi Mostre #10

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Nome eventoPost Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918-1943
Vernissage17/02/2018 su invito
Duratadal 17/02/2018 al 25/06/2018
CuratoreGermano Celant
Generidocumentaria, arte moderna
Spazio espositivoFONDAZIONE PRADA
IndirizzoLargo Isarco 2 20139 - Milano - Lombardia
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Fabrizio Federici
Fabrizio Federici (1978) ha compiuto studi di storia dell’arte all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore, dove ha conseguito il diploma di perfezionamento discutendo una tesi sul collezionista seicentesco Francesco Gualdi e il suo inedito trattato Delle memorie sepolcrali. I suoi interessi comprendono temi di storia sociale dell’arte (mecenatismo, collezionismo), l’arte a Roma e in Toscana nel XVII secolo, la storia dell’erudizione e dell’antiquaria, la fortuna del Medioevo, l’antico e i luoghi dell’archeologia nella società contemporanea. È autore, con J. Garms, del volume "Tombs of illustrious italians at Rome". L’album di disegni RCIN 970334 della Royal Library di Windsor (“Bollettino d’Arte”, volume speciale), Firenze, Olschki 2010. Dal 2008 al 2012 è stato coordinatore del progetto “Osservatorio Mostre e Musei” della Scuola Normale.