Paradigma del cambiamento

Dalla strage di Capaci all’ultimo film di Matteo Garrone, Christian Caliandro tratteggia un amaro affresco del presente. Concedendo però una possibilità all’amore.

Strage di Capaci, 23 maggio 1992
Strage di Capaci, 23 maggio 1992

Ci sono due voci, dentro questa voce.
Ci sono due voci dentro questa donna disperata. (La lettera ufficiale, e la sua voce, la voce degli umili e degli sconfitti.) Palermo, Chiesa di San Domenico, 25 maggio 1992. Questa donna, in questo momento, è animata dal soffio divino – agita, e parlata, da due forze contrastanti: Dio e lo Stato, la Libertà e l’Autorità. “Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani — Vito mio — battezzata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato — lo Stato… — chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, però, se avete il coraggio… di cambiare… loro non cambiano … se avete il coraggio… di cambiare, di cambiare, loro non vogliono cambiare loro, loro non cambiano… no lo leggo padre… di cambiare radicalmente i vostri progetti, progetti mortali che avete. Tornate a essere cristiani. Per questo preghiamo nel nome del Signore che ha detto sulla croce: ‘Padre perdona loro perché loro non lo sanno quello che fanno’. Pertanto vi chiediamo per la nostra città di Palermo… che avete reso questa città sangue, città di sangue… Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue — troppo sangue — di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l’amore per tutti. Non c’è amore, non ce n’è amore, non c’è amore per niente!
Non voglio vedere nessuno… IO NON SONO QUA”.
Questa donna è animata dal soffio divino.
Il nostro grunge è stato questo.

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Quote supersoniche di stanchezza – sfondi il muro del sonno – il tappeto sonoro di Sarah, la lezione di scrittura critica con Marco Enrico, il panino con i torcinelli da Paolo in piazza del Mercato – sbobina i pensieri, la Renault rossa con il cadavere acciambellato, il giudice disintegrato sull’autostrada, e prima – per anni e per mesi – lasciato solo da tutti, osteggiato dalla sua stessa categoria (un processo tipicamente italiano: Bruno, Leopardi, De Roberto, Pasolini), denigrato, demolito umanamente e professionalmente – si toglie un’unica soddisfazione a un certo punto, con quell’espressione sibillina “menti raffinatissime”: quella di far capire a LORO “avete visto, so ci siete e ci siete, so a che gioco crudele state giocando” – un signore siciliano antitaliano, animato da spirito di servizio, amarezza e sprezzatura, un senso malinconico di spericolatezza – un bambino piange sul treno regionale, sbobina i pensieri, il padre gli strilla contro, i 5 Stelle hanno fatto il governo con la Lega – “seduto devi stare!” – sbrilluccicano – virulente sconnessioni, commessure. Sbancato.

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Letizia Battaglia, Rosaria Schifani, Palermo, 1992
Letizia Battaglia, Rosaria Schifani, Palermo, 1992

Io penso che la violenza e la droga in Dogman di Matteo Garrone siano in fondo il mondo che finisce, l’epoca che termina, i rimasugli e le scorie del passato: il vero dogman, l’uomo-cane, in fondo non è Marcello ma Simoncino, una bestia incontrollata e scollegata da tutti, molesta, un subumano che non è capace di rispettare nessuno. Il futuro invece è la dolcezza di Marcello, la sua capacità di creare relazioni e comunità anche in un luogo liminale e terminale che non è città e non è campagna, non è terra e non è mare, non è Villaggio Coppola e non è la Magliana, un luogo che è il presente e che sembra degradato e desolato ai vecchi ma bellissimo a quelli che vecchi non sono.
Quindi, secondo me, il futuro è l’amore (anche se suona un po’ così): l’amore che c’è tra Marcello e i cani, l’amore della scena in cui resuscita la cagnetta dal freezer (la più bella del film), l’amore di quei bellissimi pranzi all’aperto con gli amici e colleghi. E il merito di Garrone è di averlo detto e fatto vedere in modo semplice, netto, crudo e senza fronzoli.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).