Da van Gogh a Kevin Abosch passando per Sigmar Polke e Giuseppe Penone, la storia dell’arte riletta attraverso il tubero più conosciuto al mondo.

La patata ha un suo fascino particolare. Sarà perché bisogna scavare la terra per trovarla e poi, quando la si ha tra le mani e la si è ripulita e sbucciata si trasforma in un imprevedibile biancore; ecco dunque il contrasto tra la faccia e la feccia dei contadini di Vincent van Gogh con i loro cinque sguardi che sembrano ignorare il piatto al centro del tavolo, nonostante sia al centro della loro attenzione famelica. Van Gogh ha amato e più volte citato le patate: “Se un quadro di contadini sa di pancetta, fumo, vapori che si levano dalle patate bollenti – va bene, non è malsano; se una stalla sa di concime – va bene, è giusto che tale sia l’odore di stalla; se un campo sa di grano maturo, patate, guano o concime – va benone, soprattutto per gente di città”. Oltre ai “mangiatori”, van Gogh ha dipinto Contadini che seminano patate (aprile 1885) e Contadine che raccolgono patate (agosto 1885), continuando la virtuale filiera con Natura morta con cesto e patate (settembre 1885) per poi recarsi in cucina con Natura morta con patate e tegame (settembre 1885) e concludere in tavola con il Piatto di portata con patate (1888).
Quasi un secolo dopo la patata continua a furoreggiare in Olanda con Jan Beutener, il quale la raffigura con e senza buccia nell’iperrealistica pittura titolata Aardappels (1969), che cerca di rispondere all’inquietante quesito che l’artista si è posto: “Come si può dipingere una ordinaria patata in modo che superi la realtà?”.
Nello stesso anno Sigmar Polke ha presentato in Germania una visione più cosmica e cosmologica della patata. Con Potato Machine, il modesto tubero assurge a una dimensione simbolica che traduce la terra dove nasce e si sviluppa nella Terra che gira attorno al Sole: sotto un alto sgabello pende un fil di ferro collegato a un motorino elettrico. Sulla sua estremità inferiore, leggermente incurvata verso l’esterno, è infilzata una patata che, alla rotazione del filo, si muove formando una circonferenza intorno a un’altra patata posata sul pavimento. Il titolo completo dell’opera è: Apparat, mit dem eine Kartoffel eine andere Kartoffel umkreisen kann (“Apparato nel quale una patata può orbitare attorno a un’altra”). Polke ovviamente allude alla rivoluzione scientifica copernicana, ma anche a quella artistica del primo ready made di Duchamp. I due sgabelli sono pressoché uguali, ma nel primo l’attenzione si concentra sulla seduta mentre nel secondo scende a terra; se la ruota di bicicletta gira in verticale sullo sgabello, nell’Apparat la rotazione è in orizzontale e a livello del pavimento, e infine i lucidi fili metallici dei raggi della ruota si contrappongono alle opache superfici terrose delle patate.

Víctor Grippo, Energy of a Potato (or Untitled or Energy), 1972. Tate © The estate of Victor Grippo
Víctor Grippo, Energy of a Potato (or Untitled or Energy), 1972. Tate © The estate of Victor Grippo

ARTE E SCIENZA

Dall’astronomia alla fisica: già qualche anno prima, nel 1967, lo stesso artista aveva realizzato la Kartoffelhaus che, con quasi trecento patate appuntate a reticolo su una struttura a forma di casa, riproduce una gigantesca gabbia di Faraday, quello spazio circondato da materiale elettrico conduttore in grado di isolare ciò che sta al suo interno: l’arte come rifugio dalle contaminazioni esterne (forse). Per Polke la patata è una vera ossessione: “Un giorno scesi in cantina e al buio vidi una patata che aveva germogliato. Così capii che l’innovazione, la creatività, la spontaneità, la produttività, la creazione del tutto fuori di sé, e così via – allora tutto questo era la patata”.
Rimanendo nell’equilibrio instabile fra arte e scienza non si può ignorare la poco nota Energy of a Potato realizzata in più varianti da Victor Grippo negli Anni Settata. Si tratta di un semplice circuito elettrico in cui due fili, uno di rame e uno di zinco, sono immersi nella polpa della patata, che diventa una sorta di batteria in grado di produrre una minima corrente. Un esperimento infantile, certo, ma anche un’esemplare quanto elementare dimostrazione della stretta relazione tra una trasformazione fisica e un atto di immaginazione e creazione. Con questo e altri lavori che hanno sempre la patata come protagonista, l’artista argentino auspica l’avvento di “un’era in cui l’uomo sia in grado di minimizzare la distanza tra conoscenza e azione”.

Joan Miró, Potato, 1928. The MET, New York. Jacques and Natasha Gelman Collection, 1998 © 2018 Artists Rights Society (ARS), New York
Joan Miró, Potato, 1928. The MET, New York. Jacques and Natasha Gelman Collection, 1998 © 2018 Artists Rights Society (ARS), New York

UNO STRUMENTO METAFORICO

E quindi una sfumatura di passaggio dalla patata scientifica a quella più umanizzata. Come le finte patate realizzate in bronzo nel 1977 da Giuseppe Penone partendo da calchi di parti del corpo umano: un orecchio, il naso, la bocca… Ammucchiate con qualche quintale di vere patate si confondono, si mimetizzano senza la drammaticità del “polvere alla polvere” ma con il costante desiderio dell’artista di un continuo raffronto tra la fisicità del corpo umano e l’imponente (e mai impotente) forza della natura.
In ogni caso, la patata è il massimo strumento metaforico a disposizione degli artisti: la sua malleabilità nello scolpirla, la sua terragna apparenza, la povertà nella sua ricchezza nutrizionale hanno fatto sì che  altri artisti, come Joan Miró (Potato), Peter Root (Wasteland), Patrice Ferrasse (Potatomic), Michel Blazy (Araignée) ecc. l’abbiano voluta come assoluta protagonista fino all’apoteosi di una sua foto, realizzata da Kevin Abosch, che è stata venduta due anni fa per la stratosferica cifra di un milione di dollari.

Carlo e Aldo Spinelli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #42

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AutoriVincent Van Gogh, Marcel Duchamp, Sigmar Polke, Giuseppe Penone, Joan Miró , Michel Blazy
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Carlo Spinelli
Laureato in Lettere Moderne e iscritto a Storia Antica, viaggia mangia e scrive in ordine sparso per ItaliaSquisita, Rolling Stone, La Cucina Italiana e Wired. Approfondendo l'antropologia dell'alimentazione nel contemporaneo mangiare, tra culture e geografie all'antitesi, ama in egual misura la cucina del neolitico e quella d'avanguardia, ma soprattutto lo streetfood terrestre. Ha vissuto due anni in Svezia, con il padre artista e ludologo Aldo Spinelli ha scritto enciclopedie sul mondo del gioco per Fabbri Editore e DeAgostini, e ultimamente ha contribuito a creare IlMangiadischi, format tv in cui si miscela la musica d'autore e l'alta cucina. Sul web è conosciuto come Doctor Gourmeta, personaggio scanzonato che sperimenta l'onnivorismo e fotografa chef Michelin in situazioni ironiche e surreali. Nel frattempo cambia pannolini e pensa di scrivere fumetti e graphic novel.