La città d’origine del padre che non ha mai conosciuto celebra Lawrence Ferlinghetti, colui che fu un Beat prima degli stessi Beat, mescolando utopia, rivolta, poesia e trasgressione. La mostra allestita ai Musei di Santa Giulia documenta le molte vite di un uomo che ha visto nella poesia un mezzo per cambiare il mondo, e la sua passione per la pittura concepita come l’estensione della parola sulla tela.

Pietà per la nazione i cui uomini sono pecore // e i cui pastori sono guide cattive”.
Anni difficili, gli Anni Cinquanta in America, soffocati dalla “caccia alle streghe” del Senatore McCarthy e imbevuti di quel perbenismo borghese che avrebbe condotto quasi alla follia Tennessee Williams. Ma San Francisco sembrava un luogo a sé stante; la California è sempre stata una zona di frontiera, dov’era possibile rifarsi una vita. Fu da qui, dopo un’infanzia difficile e una giovinezza movimentata, che Lawrence Ferlinghetti (New York, 1919) iniziò la sua seconda vita di “intellettuale contro”, editore e attivista civile.
Fotografie, prime edizioni, dattiloscritti, giornali e riviste raccontano questo poeta che prima di tutto sa essere un uomo.

GLI ANNI ‘40: LA GUERRA, PARIGI, LA POESIA

Orfano di padre pochi mesi prima della nascita, Ferlinghetti perse la madre ancora bambino, e fu allevato dalla nonna. Subito dopo la laurea in giornalismo, nel 1941 si arruolò nella Marina Militare e prese parte anche all’operazione Overlord, con cui nel ’44 le truppe americane sbarcarono in Normandia. Furono quei giorni di terribili combattimenti e la desolazione di Nagasaki dopo l’atomica, visitata l’anno successivo, a formare la sua coscienza di convinto pacifista, convinto che l’umanità non avrebbe più potuto sopportare simili orrori. Dopo il congedo torna all’università e consegue un Master of Art alla Columbia, ma nel 1947 decide di trasferirsi a Parigi, che allora viveva gli ultimi bagliori di capitale mondiale della cultura, con gli esistenzialisti del Café de Flore e la piccola comunità intellettuale americana. In quest’atmosfera comprende come la sua strada sia la poesia, e consegue un dottorato in poesia moderna alla Sorbona.

Allen Ginsberg, Lawrence Ferlinghetti & friends at City Lights Bookstore, 1963. Courtesy City Lights
Allen Ginsberg, Lawrence Ferlinghetti & friends at City Lights Bookstore, 1963. Courtesy City Lights

COMBATTERE PER PAROLE E IMMAGINI

In un anno surrealista // di uomini sandwich e bagnanti // girasoli morti e telefoni vivi // politicanti addestrati con le fruste del partito // si esibivano come al solito // negli anelli dei loro circhi segatura”.
Aveva già esordito nel 1955, con Pictures of the gone world, ma fu con A Coney Island of the mind che ottenne la consacrazione definitiva. Nei suoi componimenti ‒ fortemente impegnati al punto da assomigliare a declamazioni per un corteo di protesta ‒, Ferlinghetti costringe il linguaggio poetico a lasciare da parte la sua grazia abituale per piegarsi alla spigolosità della realtà moderna, alla volgarità del consumismo, e ad adottare una rabbia che è la necessaria reazione contro la massificazione del pensiero.
Nasce quindi una poesia del tutto nuova, dove la ridefinizione del linguaggio ricorda la medesima operazione condotta dai pittori espressionisti. La parola assume una forza mai percepita prima, sferza le storture della realtà e colpisce direttamente allo stomaco. Un linguaggio surreale, ancestrale, ascetico, in linea con la necessità di battere nuovi percorsi, ma soprattutto con l’urgenza di rivitalizzare il senso critico della massa, oppressa dal potere occulto del complesso militare-industriale.
Seguace dell’utopia anarchica, ma sufficientemente realista da capire come l’individuo non sia sufficientemente evoluto per vivere in una società dove le leggi siano superflue, non per questo si rassegnò a non lottare per la democrazia. Rientrato in patria nel ’51, nel ‘53 aprì una libreria a San Francisco, la City Lights Bookshop, cui, due anni dopo, affiancò la casa editrice. La City Lights Booksellers & Publishers divenne un’icona della letteratura mondiale, un luogo d’incontro e di diffusione del pensiero intellettuale, civile e democratico di tutto il mondo. E quando, nel 1956, per i suoi tipi, uscì Howl di Allen Ginsberg, sulle prime Ferlinghetti fu arrestato per diffusione di materiale osceno. Al processo si difese brillantemente, affermando che osceno è il sistema e non chi lo denuncia. Assolto, contribuì a far cadere la censura su molti altri libri proibiti da McCarthy. Ma da allora, l’FBI ha sempre tenuto sotto controllo le sue mosse.

Lawrence Ferlinghetti, Untitled, 1981. Collezione dell’artista, San Francisco
Lawrence Ferlinghetti, Untitled, 1981. Collezione dell’artista, San Francisco

IL RAPPORTO CON L’ITALIA

Quelle poche righe sulla stampa che, alcuni anni fa, riportavano l’arresto di uno strano individuo sorpreso mentre si aggirava in una strada di Brescia in atteggiamento sospetto, avranno sicuramente suscitato ilarità. Ma poi si scoprì che si trattava di Lawrence Ferlinghetti, alla ricerca della casa natale del padre, quel Carlo Leopoldo Ferlinghetti, classe 1872, che, una volta emigrato, aveva cambiato il cognome in Ferling, così da sembrare americano e non più un “dago” o un “wop”. Solo durante il servizio militare Lawrence aveva scoperto il suo vero cognome e la sua origine italiana, che per lunghi anni ha cercato di ricostruire sulla base di quell’esile traccia, anche per tentare di conoscere qualcosa di quel padre che non aveva mai visto.
Ma all’Italia Ferlinghetti è stato legato anche attraverso l’amicizia con Fernanda Pivano ed Ettore Sottsass; fu la leggendaria Nanda a far conoscere ai lettori italiani la letteratura americana degli Anni Quaranta e Cinquanta, e quindi anche i poeti e gli scrittori della Beat Generation. Sottsass, all’epoca sposato con lei, la seguiva negli USA e documentò con tante fotografie quei momenti di convivialità con poeti, scrittori, jazzisti. E sono proprio questi scatti a vivacizzare la mostra che avrebbe avuto altrimenti solo carattere accademico, e a fissarla nell’immaginario del pubblico con quegli scorci di vita sopra le righe.
E ancora, la partecipazione a Spoleto nel 1965, per un reading con Ezra Pound, nel 1979 a Castel Porziano, e infine, nell’86 la pubblicazione in America di una selezione di poesie di Pasolini, tradotte dallo stesso Ferlinghetti.

Lawrence Ferlinghetti, Deux, 1950. Collezione dell’artista, San Francisco
Lawrence Ferlinghetti, Deux, 1950. Collezione dell’artista, San Francisco

LA PITTURA

C’è una verve espressionista che talvolta lascia il posto all’astrattismo nelle pitture di Ferlinghetti. E non poteva essere altrimenti, se si considera come i Beat abbiano rivoluzionato il linguaggio poetico cercando nuove potenzialità espressive delle parole, creando con esse immagini pungenti e dolorose. Lo stesso accadde, in arte, con gli espressionisti sul finire dell’Ottocento. C’è quindi ideale, simbolica convergenza fra le poesie di Ferlinghetti e questa corrente pittorica; e le sue tele, mai esposte in Italia prima d’ora, con il loro universo di individui appena abbozzati, città inquietanti, angeli, dee e barche alla deriva, rappresentano il lato opposto di questo parallelismo. Prima ancora di scrivere, Ferlinghetti dipinge; dipinge ciò che poi metterà nero su bianco, ovvero la resistenza civile, la libertà di pensiero, la solidarietà fra individui di etnie e culture diverse, il rifiuto delle diseguaglianze. E, dagli Anni Cinquanta, non ha mai smesso di crederci.

Niccolò Lucarelli

Evento correlato
Nome eventoA Life: Lawrence Ferlinghetti. Beat Generation ribellione poesia
Vernissage07/10/2017 su invito
Duratadal 07/10/2017 al 14/01/2018
CuratoriMelania Gazzotti, Luigi Di Corato, Giada Diano
Generidocumentaria, arte contemporanea, poesia
Spazio espositivoMUSEO DI SANTA GIULIA
IndirizzoVia Musei 81/b - Brescia - Lombardia
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Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.

1 COMMENT

  1. Direi soprattutto che solo dalla consapevolezza di scrivere e dipingere liberamente può esserci libertà di pensiero e quindi di resistenza civile, tutto il resto va da se ed è già implicito. Una grande stagione quella della beat generation con i suoi interpreti da Ginsberg a Kerouac, Corso, e Ferlinghetti appunto, un momento in cui il poeta, l’artista prende coscienza come non mai prima del dilagare dal dopoguerra del sistema omologante dei consumi scendendo in campo e optando, come detto bene sopra, per un linguaggio tagliente, rude e aggressivo ma allo stesso tempo poetico e libero da vincoli di ogni sorta, un linguaggio in sintesi che è un inno alla resistenza e alla libertà di pensiero come mai forse ci sarà in seguito nella società americana.

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