L’India tra mito e realtà. A Lugano

LAC, Lugano ‒ fino al 21 gennaio 2018. Dal Romanticismo alle atmosfere pop, un percorso che rende conto di secoli di interesse per la cultura indiana da parte del mondo occidentale. Arti visive, letteratura, reportage, architettura, tra sguardi fedeli e derive di colonialismo culturale.

Edwin Lord Weeks, The Last Voyage. Souvenir of the Ganges, 1885. Art Gallery of Hamilton
Edwin Lord Weeks, The Last Voyage. Souvenir of the Ganges, 1885. Art Gallery of Hamilton

Fin dal sottotitolo, la mostra del LAC di Lugano denota la sua onestà intellettuale: a un suggestivo Le vie dell’illuminazione segue infatti, come una precisazione, Il mito dell’India nella cultura occidentale. Non siamo di fronte, dunque, a un’improbabile esplorazione onnicomprensiva dell’India e della sua cultura, ma a una rilettura dello sguardo che l’Occidente getta da secoli su un Paese, una cultura e le sue infinite diramazioni. Compresi i sottintesi meno gradevoli, come l’imperialismo e lo sfruttamento delle risorse. Il punto di partenza è fissato nel 1808, data del volume Sulla lingua e la sapienza degli indiani di Friedrich Schlegel. Si inizia quindi dal Romanticismo per poi toccare stagioni come l’Orientalismo e approdare alle esperienze libertarie della controcultura novecentesca e all’appropriazionismo della cultura pop. Il percorso è lungo e stimolante: un’impresa difficile, che genera un allestimento non del tutto scorrevole e un po’ appesantito dalle troppe fotografie. Ma l’interesse degli argomenti, l’approccio rigoroso e la qualità dei pezzi esposti restano notevoli.

UN’ESPLOSIONE DI RIFERIMENTI

Le prime sale forniscono un efficace colpo d’occhio con rappresentazioni più o meno fedeli della realtà indiana: le vedute di Thomas Daniell; i primi reportage fotografici tra oggettività e pittoresco; i dipinti di autori come Moreau e Redon – qui la carica immaginifica del Simbolismo trova una sponda naturale nella fascinazione per l’Oriente. Il Novecento, poi, vede una vera e propria esplosione (e dispersione) dei riferimenti. Le affiche pubblicitarie, la letteratura alta e popolare, gli incroci con la razionalità della psicoanalisi. E la grande arte di Kirchner, Kokoschka, Brancusi e altri, che screziano di Oriente il loro primitivismo.

Max Pechstein, Weib mit Inder auf Teppich, 1910 © Sammlung Hinterfeldt. Photo AUTENRIETH Werbefotografie
Max Pechstein, Weib mit Inder auf Teppich, 1910 © Sammlung Hinterfeldt. Photo AUTENRIETH Werbefotografie

METICCIATO, IRONIA, DECADENTISMO

L’architettura vede protagonisti progetti di meticciato culturale come quelli che trasportano in India il Modernismo di Le Corbusier; la sezione sulla controcultura e la cultura pop accumula i disegni lisergici di Matteo Guarnaccia, le esplorazioni libertarie della cultura indiana dei poeti Beat, l’“orientalismo” dei Beatles, i vasi ironicamente orientaleggianti di Sottsass… Un intero piano, poi, è dedicato agli incroci tra India e arte contemporanea. Con gli Stone circles di Richard Long, una sorprendente scultura di Frank Stella, il sensuale post-orientalismo decadente di Ontani, fino a Schnabel e Kiefer.
La mostra, ultima dell’ottima direzione di Marco Franciolli, è parte del Focus India, fitto programma di musica, danza e cinema.

Stefano Castelli

Articolo pubblicato su Grandi Mostre #7

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Evento correlato
Nome eventoFocus India
Vernissage22/09/2017 su invito
Duratadal 22/09/2017 al 21/01/2018
CuratoreElio Schenini
Generimusica, cinema, danza
Spazio espositivoMASI LUGANO LAC
IndirizzoPiazza Bernardino Luini, 6 CH - 6900 - Lugano
EditoreSKIRA
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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.