#presentense (V). In fuga dall’epoca d’oro

Parola d’ordine: cambiamento. Per fuggire alle consapevolezze, spesso inventate, degli Anni Sessanta e Settanta. Un’epoca d’oro massiccio sulle spalle delle generazioni successive.

Alessandro Bulgini, Taranto Opera Viva. Secondo tentativo di spostare l'Isola, 2017
Alessandro Bulgini, Taranto Opera Viva. Secondo tentativo di spostare l'Isola, 2017

Il sole stava calando e il mondo sembrava molto grande.
Quanti anni sono passati da allora?
Solo i vivi contano gli anni. Ed è mutato qualcosa?”
Maria Corti, L’ora di tutti (1962)

17 maggio 2017, in treno per Verona. Un posto in cui la sbirraglia è elevata a sistema – e a forma di vita. Un posto in cui vale sempre un doppio regime di regole: quelle ufficiali, istituzionali, scritte (le regole-regole: ancora le “grida” di Manzoni…), e quelle informali, non-scritte, esistenziali per così dire, tra il detto e il non detto, fondate sull’arbitrio e sulla discrezionalità, e però molto ma molto più rigide e seguite di quelle altre buone di fatto solo per i gonzi, per i “fessi” (: seguite proprio perché strutturano in maniera spontanea e irregolare la dimensione quotidiana, reale). Un posto in cui la vita funziona basandosi e costruendosi regolarmente su questa irregolarità, su questa casualità. Un posto in cui il Potere sta sempre “altrove”, si trova sempre da un’altra parte, temuta e invidiata, sognata e odiata – ma quando poi si cala nel livello locale assume immediatamente fattezze e modi familiari, di tutti i giorni, riconoscibilissimi: è sempre stato lì; è un Cugino, uno Zio, un Amico, un Amico-di-Amici, Uno-Che-Conta, Uno-Che-Si-Fa-Valere: Uno-Che-Può. Il Potere è un peso, che si considera e che si esercita. Similitudine profonda con i Paesi Mediorientali: non è che magari – assieme alla Controriforma – negli ultimi cinque secoli Italia e Sud Italia hanno introiettato anche certi modi di pensare e di vivere degli Ottomani, del “Feroce Saladino”, dei temibili “Turchi”?

***

Piero della Francesca, Pala di Brera, 1472 ca.
Piero della Francesca, Pala di Brera, 1472 ca.

Il fastidio di sentirsi costantemente legati al ricordo e al racconto di un’epoca d’oro (che, come tutte le età mitiche, non è mai esistita) – gli Anni Sessanta e Settanta, la “consapevolezza raggiunta da un’intera generazione” (come non mancano mai di asserire saggi e documentari) – e noi invece, che da quando siamo piccoli, adolescenti e postadolescenti, dobbiamo sentirci costantemente oppressi da questo peso storico (in gran parte, peraltro, inventato), raccoglitori di macerie, divoratori di sogni altrui – beh adesso è l’ora di scegliere da soli le macerie e le rovine e le scorie e gli SCARTI che vogliamo assemblare, che stiamo già assemblando – di sfuggire a questo ricordo oneroso, a questa cospicua obsolescenza, a questa specie di obbligo esistenziale (trasmessoci automaticamente: ma che non è mai esistito davvero) – di sganciarci da queste narrazioni pericolanti. Vale a dire: di vivere appieno il nostro momento, il nostro periodo (: questo), senza nostalgie importate o rimpianti imposti, di scegliere la nostra vita – e di cambiarla.

***

Verona, nella casa di Giulietta (più tardi). Il muro di graffiti all’entrata, sotto i lampioni che probabilmente sono l’unica cosa d’epoca in questo luogo – strati su strati di nomi e date e relazioni, cerotti con le scritte a pennarello, nomi scritti a penna persino sulle chewing-gum attaccate alla parete – e alla fine l’immagine turistica di una città e della sua identità è un po’ una stratigrafia di questo tipo, un’accumulazione in parte casuale, in parte programmata – questo per esempio è un sogno rinascimentale, una proiezione shakespeariana immaginata e inventata sotto il Fascismo – il balcone è un sarcofago antico riadattato – e così via. (La gente – i turisti orientali con le guide, le donne arabe ricche con il velo, le signore americane di colore con bimbi al seguito che si rotolano immancabilmente nel lerciume del pavimento – che si fotografa affacciata o con una mano sulla tetta della statua di Giulietta, realizzata nel 1972. Fuori, in strada, un negozio di souvenir: SHAKESPEARE, pieno di magliette e cuoricini, tutto rosso e oro.)

Scrivere è percepire; percepire è scrivere.

***

18 maggio 2017, in treno da Verona a Torino. Definire questa sensazione che è il presente-presentense: scavallamento; superamento della stanchezza; esausto, bollito, leggero; fluttuante; euforia immobile, paralizzata; immersione; profondità trasparente; connessione; assemblaggio di elementi e frammenti incongrui; irritabilità; suscettibilità; visione paranoica del mondo; relazioni labili; una nuova forma di solidità; vernacolare fantascientifico; dimenticanza; benvenuto oblio; spreco; distanza; generosità; dono; freddezza; colori fluo; terra.
Taranto Vecchia.

Christian Caliandro

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).