Donald Trump presidente. Cosa ne pensa il mondo dell’arte

Nel giorno in cui Donald Trump è stato eletto 45esimo Presidente degli Stati Uniti d’America, abbiamo chiesto ad alcuni operatori dell’arte italiani di stanza oltreoceano un commento a caldo su una vittoria che ha colto di sorpresa il mondo intero.

Tabby - Donald Trump, Love Yourself - 2016
Tabby - Donald Trump, Love Yourself - 2016

GIAN MARIA TOSATTI
Il risultato di queste elezioni costituisce la risposta perfetta alla domanda ricorrente che mi viene posta sul perché non abbia mai voluto prendere un visto d’immigrazione negli Stati Uniti, pur essendomici trasferito da anni. La ragione è che gli U.S.A. sono il Paese che ha votato Trump, che ha eletto G.W. Bush due volte, che ha manifestato in massa contro l’Obamacare.
Io non ne faccio parte e non ne farò mai parte. Se New York fosse una città-stato il visto lo avrei chiesto già dal 2008. Ma non lo è. E così preferisco considerarmi sempre e soltanto un ospite. Cercando, al massimo, di fare la mia parte realizzando progetti che facciano interrogare i cittadini sulle contraddizioni della democrazia americana, come sto facendo dal 2011.

FEDERICO SOLMI
L’America della Cultura è sicuramente sotto shock, nessun operatore del settore culturale nelle grandi capitali dell’arte americana, come New York e Los Angeles, credeva possibile l’elezione di Donald Trump alla presidenza. Anzi, tutti, incluso me, hanno sottovalutato le potenzialità del candidato repubblicano, dato per spacciato anche in tutti i polls che hanno preceduto le elezioni. Gli Stati Uniti sono un Paese incredibilmente diviso, spaccato, e di certo Trump non aiuterà a ricucire le ferite. Credo che il Partito Democratico debba fare un esame di coscienza. Quello che è mancato è stato il voto degli afroamericani e del popolo latino. Una cosa è certa: Donald Trump non ha mai dimostrato un grande interesse per l’arte e la cultura e mi sorprenderebbe vedere che in futuro si impegni a fare investimenti in questo settore. È molto difficile in questo momento cercare di essere ottimisti. Vorrei chiudere questo mia breve commento con una frase di George Grosz, nella quale descriveva le masse come un gregge alla deriva che non sa fare altro che scegliere il proprio carnefice.

Vincenzo de Bellis (foto Marco De Scalzi)
Vincenzo de Bellis (foto Marco De Scalzi)

VINCENZO DE BELLIS
La notte appena passata qui è stata davvero surreale. Sono andato via dal museo che erano tutti eccitati per una notte che avrebbe cambiato loro la vita (la prima donna eletta Presidente) e oggi sono rientrato con una notte che gli/ci ha cambiato la vita, ma in modo molto differente da come ci aspettavamo.
Minneapolis e il Minnesota sono rispettivamente una città e uno Stato molto liberali (qui alle primarie ha vinto Sanders, che era il più liberal e di sinistra di tutti. Giusto per darvi un idea di dove viviamo). Nessuno, e dico nessuno, intorno a me, sospettava sarebbe potuto accedere
Io ero il più sospettoso e preoccupato perché, avendo il visto di soli due anni, pensavo agli scenari successivi, date le premesse dei discorsi iper-protezionisti di Trump.
Oggi 4 su 7 colleghi del dipartimento non sono nemmeno venuti a lavoro. C’è un’atmosfera funerea, nonostante fuori ci siamo un sole meraviglioso e 16 gradi che per Minneapolis il 9 novembre è un miracolo. Penso a quello che è successo stanotte, e mi rendo conto che questo è il quarto voto in un anno e mezzo a livello mondiale dello stesso tipo, certamente il più rumoroso, ma ne segue altri in cui, evidentemente, chi vota dimostra la sua volontà di cambiamento rispetto all’establishment.
Sta succedendo anche da noi, molto più in piccolo… Salvo poi dimostrare che chi dovrebbe rappresentare il cambiamento si comporta nello stesso identico modo di chi è accusato di essere in continuità con il passato.
Dal mio punto di vista personale e lavorativo, certo che fa paura. Se tutto quello che Trump ha detto e fatto in campagna elettorale sarà ripetuto nelle sue politiche (cosa di cui dubito), allora questo Paese, che io amo e rispetto e che 8 anni fa mi ha cambiato la vita e ora mi dà questa grande opportunità, non sarà più quel Paese e non sarà più il posto dove vorrò vivere, lavorare e crescere mio figlio. Io sono un esempio del perché questo Paese è diverso dagli altri. Questo è un Paese di libertà e di opportunità, dove tutti hanno la possibilità di avere una voce e provare a farcela.
Se questo cambiasse per delle politiche conservatrici e protezionistiche, allora davvero sarà il momento di andare via, ma non solo. Se quello che lui ha detto e fatto in campagna elettorale si realizzerà, questo sarà un Paese che non permetterà a tutti gli stranieri che lo hanno reso “grande” di lavorare e di esprimersi.
Questo vale anche per artisti, curatori ecc., e non solo di quei Paesi a lui invisi, ma di tutti i Paesi stranieri. Se questo dovesse succedere, ma dobbiamo aspettare per vedere chi sarà a occuparsi di queste politiche e cosa farà, allora davvero sarà un momento nero per tutto il mondo dell’arte perché questo Paese è il centro del mondo, anche quello dell’arte. Oggi sembra così e, se dovessi decidere oggi, direi alla mia famiglia di andare via. Ma prendiamoci un po’ di tempo, godiamoci questo residuo di “indian summer”, lavoriamo e vediamo che succederà.

Silvia Filippini Fantoni
Silvia Filippini Fantoni

CHIARA BERNASCONI
Purtroppo non ho parole per spiegare, a New York siamo sotto shock. Chi lavora nel mondo dell’arte e della cultura vive in una bolla, me compresa, non avrei mai pensato che questo esito fosse possibile. Per il nuovo Presidente l’arte e la cultura non sono assolutamente una priorità. Parlando di educazione, ha detto che le scelte a riguardo devono essere lasciate in mano ai distretti locali e ai genitori: “The federal government needs to get out of the education business and let the states, local districts and parents determine what is taught in our schools”. In passato ha parlato che se fosse stato per lui avrebbe bloccato i fondi del NEA per un’opera di Chris Ofili, The Holy Mary Virgin, che contiene sterco di vacca, un’opera a suo parere “degenerata”, senza sapere che il National Endowment for the Arts non aveva finanziato la mostra in nessun modo. L’agenda di Trump non è legata a un piano politico o a un’ideologia, ma è governata da istinti e vantaggi di parte. Il risultato di queste elezioni è una prova che c’è molto lavoro da fare, sul piano umano prima di tutto, capire perché così tante persone sono tanto scontente negli USA da avere eletto questo Presidente. Poi bisognerà passare a rimboccarsi le maniche e a essere ancora più attivisti di prima. Dovremo dedicarci ora più di prima all’educazione, allo studio della storia e alle arti come espressione della nostra umanità, come ponte tra le differenze, sociali, razziali, di sesso, per costruire i nostri sogni e un mondo migliore. Oggi ancora più di prima chi lavora nelle arti deve essere attivista prima di tutto.

SILVIA FILIPPINI FANTONI
La maggioranza dei musei e istituzioni culturali americani non dipendono da finanziamenti statali, per cui, in un certo senso, sono meno esposti ai risultati elettorali. Sfortunatamente queste stesse istituzioni dipendono da dotazioni (endowment) che vengono investite nel mercato azionario e producono interessi annuali, che permettono loro di funzionare. Una prolungata crisi dei mercati in risposta al risultato elettorale e alle eventuali politiche del governo Trump può quindi avere delle conseguenze negative sulla salute finanziaria di molte istituzioni culturali. La mia speranza è che, nell’attuale clima di divisione e razzismo che sembra dominare il paese, le istituzioni culturali possano avere un ruolo sempre più importante nell’educazione del pubblico sull’importanza e sul valore delle differenze culturali e, nel contempo, offrire opportunità di dialogo su alcune delle questioni fondamentali relative alla nostra società. Perché questo avvenga è però necessario che tali istituzioni facciano ulteriori sforzi per aprirsi a un pubblico sempre più vasto, includendo anche le fasce demografiche meno abbienti e acculturate.

ALESSANDRO FACENTE
La scelta di Donald Trump è legata a quell’antipolitica che sta emergendo in gran parte dell’Occidente. Qui, tuttavia, la differenza la può giocare la forza di questo Paese che si fonda sul valore del singolo e il suo ruolo nel mantenere una visione critica sulla realtà che lo circonda. Lo scorso 29 luglio, nel suo endorsement alla Clinton, l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg ha dichiarato che ognuno è chiamato a essere un unificatore e costruire consenso, riconoscendo che chiunque deve contribuire con qualche cosa. Ecco che la vita e la cultura, dopo la vittoria di Trump, hanno comunque possibilità di svilupparsi, in quanto generate da un insieme di individui che sarà sempre chiamato a evolvere la società, arricchendola con ciò che ha da offrire.

in collaborazione con Neve Mazzoleni

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Artribune è una piattaforma di contenuti e servizi dedicata all’arte e alla cultura contemporanea, nata nel 2011 grazie all’esperienza decennale nel campo dell’editoria, del giornalismo e delle nuove tecnologie.

3 COMMENTS

  1. La vittoria di Donald Trump è abbastanza irrilevante e sul lungo periodo potrebbe portare tutte quelle cose che oggi chiedono i detrattori dello stesso Trump.

    Prima di tutto, per chiunque conosca minimamente il sistema politico americano, la politica reale del paese viene determinata soprattutto da organi come il parlamento e l’apparato istituzione e burocratico. Per non parlare delle dinamiche finanziarie internazionali che oggi influenzano gli stati moderni in modo trasversale a paesi e gruppi politici.

    Se in campagna elettorale Trump era un “cane sciolto e rabbioso” da oggi diventerà un “cane al guinzaglio”. Non verranno innalzati muri e probabilmente, nei prossimi mesi, come non mai, nasceranno negli Stati Uniti e nel mondo centinaia di associazione in favore delle donne e degli immigrati.

    Sul lungo periodo avremo “effetti progressisti” molto più forti di quelli che avrebbe potuto portare Hillary Clinton, che è un politico appannato e legato al conservatorismo delle politica americana degli ultimi anni. Ma non solo.

    La vincita di quello che è un vero outsider, spesso inviso al suo stesso partito, spingerà i partiti americani a un profondo esame di coscienza e rinnovamento. Un po’ come quando Renzi iniziava a copiare le frasi più belle del Movimento 5 Stelle.

    Il dato preoccupante è un altro: ci sono milioni di elettori, ossia di americani, che al posto di Trump sarebbero dei veri dittatori razzisti. Ossia persone che hanno votato Trump proprio perché incarnava e proponeva i peggiori valori dell’essere umano.

    Dovremo preoccuparci di costoro, che non vivono solo negli Stati Uniti ma che possono essere i nostri vicini di casa o i nostri vicini di scrivania. Per tanto siamo noi che nella nostra dimensione micro, locale e privata dobbiamo diventare “politici” e contrastare l’elettorato potenziale del prossimo Trump.

Comments are closed.