Danza. Angelin Preljocaj e la legge di gravità sul palcoscenico

Il coreografo franco-albanese Angelin Preljocaj dedica “Gravity” a uno degli elementi fondanti del linguaggio coreutico, il peso, tema contemporaneamente astratto e concreto.

Angelin Preljocaj, Gravity. Photo Jean Claude Carbonne
Angelin Preljocaj, Gravity. Photo Jean Claude Carbonne

Niente di più affascinante per un coreografo e per i danzatori che egli modella, del creare sul tema della gravità, soggetto che offre infiniti stimoli, proprio perché strettamente legato all’attrazione dei corpi materiali colti nella caduta verticale al suolo. Ispirato dalle leggi di Newton e Einstein, il franco-albanese Angelin Preljocaj (Sucy-en-Brie, 1957) nello spettacolo Gravity costruisce un’architettura di movimenti che giocano sull’equilibrio energetico fra azione e reazione del peso, elevazione e abbassamento, spinta e freno. E sono le nozioni di peso, spazio, velocità e massa ad affascinare ultimamente la creatività di questo autore ‒ direttore del Centre Chorégraphique National d’Aix-en-Provence e alla guida della compagnia Ballett Preljocaj ‒, che ha saputo attraversare ispirazioni filosofiche, politico-sociali, letterarie, teatrali, con sapienza tecnica e rigore di sperimentatore dal vocabolario astratto corroborato dalla purezza della tecnica accademica.

GRAVITY

Gravity (presentato, in prima nazionale, al Teatro Luciano Pavarotti di Modena) è danza pura, già nel lento risveglio iniziale dei corpi intrecciati e dislocati a terra simili a molecole di una massa organica, o a pianeti in orbita. Nel cercare di sollevarsi dal suolo, come attratti da una forza invisibile, questi stessi corpi fluttuano leggeri, si compongono in blocchi con gesti al ralenti, fino a compattarsi in cerchio alzando braccia ondeggianti dentro e fuori, e ruotando con lievi piegamenti delle gambe. Si formano raffigurazioni che rimandano a un mondo floreale e vegetale. Da questo nucleo informe, poi coeso, quindi scomposto e disperso, vedremo emergere una donna dentro un quadrato di luce. Si muove linearmente sul sottofondo di un suono siderale mischiato a una voce che sembra provenire da un astronauta nello spazio. All’assolo seguirà, sulla musica di un clavicembalo, l’entrata in scena del gruppo con abiti a strisce orizzontali bianche e nere, e il loro espandersi spaziale in danze dal richiamo barocco dei balli di corte. Le invisibili forze gravitazionali mutano le dinamiche dei danzatori, il loro relazionarsi e posizionarsi nello spazio; alterano lo stato emotivo dei corpi, il prendere forma in duetti, terzetti e in gruppi. Al trascinarsi degli uomini ai piedi delle donne seguono balzi e abbracci alle partner; rotolamenti e salti in spalla; un corpo è portato in braccio come in una Deposizione, e lasciato cadere; due cupe figure con dei caschi neri che nascondono il viso duettano con i rispettivi partner prima che sia disvelato il loro volto femminile. Al suono di una musica techno, tutti in body neri, si alternano coppie che entrano ed escono bilanciando velocità e lentezza, attrazione e respingimento; contrastando movimenti orizzontali e verticali, rigidi e sinuosi. Le maglie gestuali si intrecciano e si liberano suggestionate da un diverso tessuto sonoro che spazia da Xenakis a Bach, da Shostakovic a Daft Punk, da Glass a 79D, per culminare con Ravel e l’arcinoto Bolero.

Angelin Preljocaj, Gravity. Photo Jean Claude Carbonne
Angelin Preljocaj, Gravity. Photo Jean Claude Carbonne

L’OMAGGIO A BÉJART

Questo è un vero e proprio balletto a sé all’interno della coreografia di Gravity. Quasi un omaggio a Béjart. Della celebre coreografia bejartiana Preljocaj riprende la circolarità dei movimenti, il continuo ondeggiare flessuoso, il convergere e divergere verso un centro – sequenza che riprende la scena iniziale. Dentro un anello di luce i danzatori assumeranno la densità di una tribù molleggiando teste e gambe, busti e braccia in movimenti centrifughi e centripeti, aprendosi e chiudendosi come una pianta floreale, tenendosi per mano, legando ed estendendo gli arti in un perenne fluire di forme che si propagano anche a terra per ritornare in alto. Lo spettacolo sembrerebbe finire dopo l’esplosione musicale del finale di Bolero. E invece, all’improvviso nel silenzio, subentra un nuovo suono siderale, e il formarsi di nuovi gruppi e coppie che inseguono la leggerezza di corpi trasportati in alto e subito adagiati al suolo, fino a che, deposti tutti, l’unica reduce, danzando da ferma, si stende anche lei a terra.

Giuseppe Distefano

http://www.preljocaj.org/

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Giuseppe Distefano
Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere il lettore/spettatore. L'esperienza di scrittura critica è maturata sul campo, cominciando negli Anni Novanta, scrivendo per il quindicinale "Città Nuova", e successivamente collaborando col mensile di spettacolo "Primafila" con recensioni e interviste a personaggi della danza, del teatro e del cinema; quindi col settimanale culturale "Il nostro tempo" e il settimanale di attualità "Carta". Collabora con "Ilsole24ore.com", col magazine "Danza&Danza", con "Artribune.com", con "Sipario.it" e con "cittanuova.it". Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).