Danza. Lo Schubert terreno di Angelin Preljocaj

Angelin Preljocaj ha coreografato il ciclo di Lieder “Winterreise” di Franz Schubert per tredici elementi del Corpo di Ballo scaligero. Un lavoro riuscito perché molto didascalico e ai limiti del didattico, che evita ogni apologia dell’assoluto e ogni sterile romanticismo.

Franz Schubert, Winterreise. Coreografia di Angelin Preljocaj. Teatro alla Scala, Milano 2019. Photo Marco Brescia & Rudy Amisano
Franz Schubert, Winterreise. Coreografia di Angelin Preljocaj. Teatro alla Scala, Milano 2019. Photo Marco Brescia & Rudy Amisano

Più che di un viaggio per l’assoluto o di un viaggio di morte, si tratta di un vero e proprio viaggio terreno, quello di Angelin Preljocaj che a Milano ha coreografato, in prima assoluta, la Winterreise (Viaggio d’inverno) di Franz Schubert per tredici straordinari protagonisti del Corpo di Ballo scaligero. Un lavoro didascalico, quasi solo illustrativo dei testi (modesti assai) di Wilhelm Müller e della musica del ciclo Liederistico, voluti dal compositore spesso anche a contrasto. Una coreografia ai limiti del didattico, forse anche ben al di là delle intenzioni dello stesso coreografo, ma che però ottiene il risultato di non costruire alcuna metafora, ed evitando così ogni apologia dell’assoluto. Ma, soprattutto, attraverso la danza Preljocaj riesce a sottrarre la musica di Schubert a quella macchina sterile del romanticismo drammatico e patetico nei cui stereotipi è stata troppo spesso ingabbiata e neutralizzata.
Così, testi alla mano, si potrà riconoscere, in scena, la carta postale in Die Post (D. 911-13), sventolata per tutto il tempo del Lied dal piccolo ensemble; il segnale stradale in Der Wegweiser (D. 911-20): due neon corti e rossi (inguardabili, per la verità), tenuti in mano da una figura ugualmente in rosso che li sposta lentamente come una segnaletica aerea della morte (o già forse del contagio); i tre soli/pianeti di diverso colore che piovono dall’alto in Die Nebensonnen (D. 911-23: “Drei Sonnen sah ich am Himmel stehn”; “Tre astri ho visto in cielo”), e così via. Lo stile coreografico di Preljocaj, anche in questa occasione, è intenso ed esigente ma mai veramente astratto: l’illustrazione alla fine sempre prevale, potenziando la centralità della musica, le cui repentine variazioni di tonalità e le evidenti distrazioni ritmiche dal dettato testuale risultano svincolate da qualsiasi presa fisica. Preljocaj non entra mai nello spartito, lo esegue soltanto con cura.

RISCOPRIRE SCHUBERT

È nota la rimozione nella critica musicologica dell’omosessualità di Franz Schubert, della sua morte per malattia venerea infettiva, giustamente connessa dal coreografo francese di origini albanesi, secondo le sue stesse parole pronunciate con chiarezza in conferenza stampa, all’esperienza dell’AIDS di oggi. È allora un compianto per il dolore e la violenza che ogni stigma porta con sé. Occorre farla finita con le metafore, perché le parole possono uccidere chi ne è destinatario (è l’insegnamento prezioso anche di Susan Sontag, come è bene ricordare). Questo viaggio di forze umane fra le tenebre del presente, per Preljocaj, rivendica più che una nostalgia tutta chiusa e soggettiva, una volontà invece di riscatto proprio attraverso la musica e la poesia. È l’arte e il saper fare che redimono, non la penitenza e la preghiera.
E così, anche l’immagine del compositore ne esce modificata. Ma che peccato non ritrovare nessuna di queste questioni sulla difficile ricezione di Schubert nel voluminoso libretto di sala (i più curiosi potranno integrare con Sergio Sablich, L’altro Schubert, EDT 2002). Anche la lista dei nomi degli interpreti scaligeri in corrispondenza del brano danzato avrebbe aiutato a restituire giustizia a tanta bravura. Dalla lettura ricaviamo invece tutto il difficile rapporto di Schubert col suo corpo un po’ robusto (ma la sifilide che se l’è portato via non l’avrà certo presa a tavola…).

Franz Schubert, Winterreise. Coreografia di Angelin Preljocaj. Teatro alla Scala, Milano 2019. Photo Marco Brescia & Rudy Amisano
Franz Schubert, Winterreise. Coreografia di Angelin Preljocaj. Teatro alla Scala, Milano 2019. Photo Marco Brescia & Rudy Amisano

LA REGIA

L’esecuzione al piano di James Vaughan è sembrata impeccabile, così come il bravissimo basso/baritono Thomas Tatzl, al suo debutto scaligero, che ha contenuto la dimensione espressiva (per l’interpretazione vocale, il nemico numero uno è la teatralità) in un flusso continuo e simbiotico del canto con la musica senza sbilanciamenti né sopraffazioni.
Una misura capace anche di lasciar guardare la scena danzata. Quella che invece Preljocaj introduce nelle transizioni da un Lied all’altro, come le entrate e le uscite fuori musica, le preparazioni del set a vista e i cambiamenti delle luci, agiscono a freddo e in un movimento spesso inutile, teatralizzando fortemente ciò che invece non avrebbe proprio bisogno di tanta attenzione. Se la coreografia dei Lieder è spesso efficace, sempre perfettamente incollata alla musica, mai indipendente e (occorre riconoscere) non particolarmente originale, la regia dell’insieme, invece, è inefficace e fuori misura, perché crea una cornice teatrale distonica rispetto all’articolazione dinamica del ciclo Liederistico.
Il più vero Schubert, quello terreno e fisico, frequentatore dei sobborghi di Vienna in compagnia di altrettanto solitari emarginati e protetto dalla complicità di un circolo ristretto di amici, sta sui margini di quella società viennese di cui forse, invece, avrebbe potuto diventare il beniamino. Schivo e riservato, con ben altri interessi di quelli della mondanità, non era cosa sua. In termini coreografici questo si traduce in una riuscita soprattutto corale del gruppo scaligero, e infatti i pezzi in ensemble sono molti, un gruppo che dimostra duttilità e apertura ai linguaggi del contemporaneo, e forse anche infinita pazienza per le corse della messa in scena. Pochissime le soluzioni solistiche, tra cui Christian Fagetti, con il volto prima coperto, impeccabile nelle linee e nella qualità dell’energia, che consuona perfettamente con il linguaggio di Preljocaj, e Alessandra Vassallo, leggera, aerea, splendida.
L’invenzione più forte, probabilmente, è quella conclusiva del gesto finale: una manciata di terra con cui figure del sogno in camicione bianco seppelliscono altrettanti cadaveri distesi a terra. È di nuovo una variazione della fine senza assoluto, proprio mentre nel canto (Der Leiermann, D. 911-24) la voce ha appena supplicato l’uomo dell’organetto, epifania della morte: “E se venissi con te?”.

Stefano Tomassini

www.preljocaj.org

Dati correlati
Spazio espositivoTEATRO ALLA SCALA
IndirizzoVia Filodrammatici, 2, 20121 - Milano - Lombardia
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Stefano Tomassini
Stefano Tomassini è ricercatore presso l’Università Iuav di Venezia e insegna all’Università della Svizzera Italiana. È consulente per la danza di LuganoInScena al LAC. Nel 2008-2009 è stato Fulbright-Schuman Research Scholar; nel 2010 Scholar-in-Residence all’archivio del Jacob’s Pillow Dance Festival (Lee, Mass.) e, nel 2011, Assistant Research Scholar all’Italian Academy for Advanced Studies in America della Columbia University (NYC). Fa parte della giuria per le Giornate della Danza Svizzera 2019.