The dog days are over. Intervista a Jan Martens

Con “Olandiamo”, dal 2 al 6 novembre, Romaeuropa Festival porta nella Capitale i più significativi rappresentati della nuova danza olandese. Apre questo focus Jan Martens, al teatro Vascello di Roma, cui seguiranno Nicole Beutler e Ann Van De Broek.

Romaeuropa Festival 2016 - Jan Martens, The dog days are over - photo © Piet Goethals
Romaeuropa Festival 2016 - Jan Martens, The dog days are over - photo © Piet Goethals

Già a Romaeuropa la scorsa edizione con Ode to attempt (solo for meself), Jan Martens (Belgio, 1984) presenta quest’anno The dog days are over. Prima creazione del giovane coreografo, lo spettacolo coniuga la complessità della ricerca coreografica con la forza concettuale, passionale e politica della performance art. Un modo per interrogarsi sulla natura stessa dello spettacolo dal vivo.

Perché hai scelto il salto come costante di movimento?
Lo spettacolo s’ispira al lavoro di Philippe Halsman, fotografo che divenne famoso negli Anni Cinquanta in America per una serie di fotografie di persone che saltano. Il più famoso di questi ritratti è quello di Marilyn Monroe. Amo queste foto, ma ancor di più mi piace ciò che Halsman disse a riguardo: “Se chiedi a qualcuno di saltare, la maschera cade, poiché l’attenzione della persona è tesa verso l‘azione del salto”. Far emergere il dato umano grazie allo sforzo provocato dal salto mi sembrava una bella idea. Mi sono chiesto come quest’idea potesse essere applicata a un danzatore, che è per professione abituato a lavorare senza mostrare lo sforzo.

Romaeuropa Festival 2016 - Jan Martens, The dog days are over - photo © Alwin Poiana
Romaeuropa Festival 2016 – Jan Martens, The dog days are over – photo © Alwin Poiana

Quali sono gli altri spunti alla base di The dog days are over? Le tue scelte, in questo spettacolo, sono partite da un intento politico?
Un altro spunto importante per lo spettacolo è stata la riflessione riguardo i sempre maggiori tagli alla cultura. In un sistema in cui le sovvenzioni dipendono dal numero di biglietti venduti, la pratica artistica è sempre più sospinta verso l’intrattenimento e un prodotto commerciale.
Ma cos’è l’intrattenimento? I reality tv come L’isola dei famosi o altri programmi televisivi in cui lo spettatore è portato a divertirsi contemplando la sofferenza dei protagonisti come di fronte ai gladiatori nell’epoca romana? Mi sono chiesto se oggi non dovremmo cercare dei modi per conciliare ricerca e intrattenimento. Queste domande mi hanno portato, ancora una volta, a lavorare sulla ripetizione e sul salto. Se c’è un intento politico? Sì certo, dal momento che ho lavorato sull’idea di un gruppo compatto, volto, in modo unanime, verso il raggiungimento di un intento, quello di portare a termine l’azione coreografica, nonostante la fatica. Il lavoro mette inoltre in discussione il modo stesso in cui guardiamo e percepiamo ciò che ci circonda.

Lo spettacolo gioca con gli spettatori e con il nostro desiderio d’intrattenimento. Qual è il ruolo del teatro, oggi?
Nel periodo in cui ho dato vita a questo spettacolo mi sono interrogato a lungo sulla natura della mia pratica artistica. Molti programmatori trovavano il mio lavoro drammatico, sebbene vi sia molta ironia e spesso parli d’amore. Ancora una volta, mi sono chiesto se arte e entertainment potessero dialogare in qualche modo. Volevo creare uno spettacolo che lasciasse il tempo, allo spettatore, di riflettere sulle ragioni che lo inducono a guardare lo spettacolo stesso, per poi, in un secondo momento, decidere se lo spettacolo gli piacesse o meno. Il mio lavoro coreografico, prima di questo spettacolo, si basava molto sulla lentezza dei movimenti. The dogs days are over è invece molto dinamico. Dinamismo è sinonimo di intrattenimento? Queste le tante domande che sono alla base dello spettacolo.

Romaeuropa Festival 2016 - Jan Martens, The dog days are over - photo © Piet Goethals
Romaeuropa Festival 2016 – Jan Martens, The dog days are over – photo © Piet Goethals

Dietro alla ritmicità dettata dal salto vi è una struttura geometrica e armonica. Come hai lavorato alla composizione coreografica?
Non è stato facile, poiché oltre a essere uno spettacolo molto impegnativo dal punto di vista fisico, richiede anche un grande coinvolgimento mentale da parte dei danzatori. La coreografia è complessa, vi sono numerosi cambi di velocità, e alla base vi è una struttura matematica precisa, costruita dentro e fuori la scena, dopo aver studiato le infinite possibilità compositive con 8 danzatori in uno spazio. Per fare un esempio, ho dovuto calcolare quanti salti fossero necessari per passare da una costellazione di movimento a un’altra. La partitura definitiva è stata fissata, naturalmente, anche in dialogo con i danzatori. Con loro ho capito cosa fosse molto difficile, ma possibile e cosa invece fosse impossibile da realizzare, individuando i limiti corporei di resistenza.

Il tuo linguaggio coreografico si situa tra danza e performance: quali sono i tuoi riferimenti culturali e coreografici?
Sono abbastanza giovane, sono quindi cresciuto in un’epoca di mix culturale e riferimenti diversi. Per questo non sono alla ricerca di un personale linguaggio di movimento, uno stile. Mi piace piuttosto utilizzare ciò che esiste, mixarlo, per esprimere qualcosa di nuovo. Per questo spettacolo ho lavorato a partire dal linguaggio di Lucinda Childs, la matematicità nel rapporto tra gesto e spazio, la ripetizione, ma mi sono lasciato ispirare anche dal pensiero coreografico di Anne Teresa De Keersmaeker e allo stesso tempo ho inserito nella coreografia degli elementi provenienti dallo spettacolo d’intrattenimento, dal cabaret in particolare. Mi piace ibridare la cultura alta con quella popolare e commerciale per creare qualcosa di nuovo.

Romaeuropa Festival 2016 - Jan Martens, The dog days are over - photo © Piet Goethals
Romaeuropa Festival 2016 – Jan Martens, The dog days are over – photo © Piet Goethals

Dogs days are over è il titolo di una bellissima canzone di Florence + The Machine. Perché hai scelto questo titolo per lo spettacolo?
Mi piace questo titolo, non solo perché è il titolo di una bellissima canzone di Florence + The Machine, ma anche perché è un interessante modo di dire: “the dogs days” (i giorni da cane) sono le giornate più calde dell’anno. A seconda del Paese in cui è utilizzata, quest’espressione assume un significato diverso. In Belgio ad esempio amiamo i “giorni da cani”, i giorni più caldi, ma nei paesi esotici questi sono i giorni in cui il caldo può addirittura causare la morte. È l’ambiguità e la relatività del concetto che esprime che m’interessava. Ritornando ai tagli alla cultura, che ci inducono a cercare una strada d’avvicinamento ai prodotti culturali d’intrattenimento, mi sono chiesto se questa necessità di incontrare le esigenze del pubblico fosse una cosa negativa o potesse invece avere anche un risvolto positivo, come i “dogs days” in Belgio.

Chiara Pirri

http://romaeuropa.net/festival-2016/the-dog-days-are-over/

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Chiara Pirri
Esperta di arti performative e arti visive, particolarmente interessata al dialogo tra i diversi linguaggi artistici. Svolge attività di ricerca, è curatrice indipendente e si occupa di comunicazione. Sperimentatrice di formati ibridi tra performance, cultura pop e produzione editoriale, ha realizzato numerosi e diversi progetti di scrittura sperimentale attorno alla produzione artistica contemporanea. Ha collaborato con festival quali Romaeuropa e Drodesera - Centrale Fies, ideando e dirigendo progetti di mediazione, comunicazione e approfondimento critico. Dal 2016 è responsabile dell'area "Arti Performative" per Artribune.