C’è un modo per raggiungere la vera gioia con le opere di Beethoven e Dante
La Nona Sinfonia di Beethoven e la Divina Commedia di Dante sono strade verso la gioia, che è condivisa e collettiva. Ecco come le due opere dialogano e ci ricordano qual è il valore dell’arte
Tra le vette del patrimonio musicale occidentale, la Nona Sinfonia di Ludwig van Beethoven continua a esercitare un’attrazione quasi magnetica sul pubblico. Il segreto di questo coinvolgimento non risiede soltanto nella maestosità strutturale, ma nell’esperienza catartica offerta all’ascoltatore: il superamento vittorioso del limite della forma espressiva. Beethoven conduce chi ascolta al confine del linguaggio strumentale per poi infrangerlo, approdando alla potenza della vocalità corale e alla dimensione della piena felicità.

L’idea di gioia secondo Dante
Nel primo canto della Commedia, Dante si rappresenta nella selva oscura, dove sperimenta il buio come perdita di riferimenti e deprivazione di senso. La salita lo induce ad alzare lo sguardo, intravedendo qualche raggio di luce sulla cima del colle. Quella luce apre due orizzonti: speranza salvifica e rigenerazione etica, estetica e intellettuale. Platonicamente intesa come idea del bene, indica la direzione della felicità. Non è il bene socratico, eticamente inteso, ma “il Ben dell’intelletto” che deriva dal bisogno di conoscenza. Con la voce di Ulisse, Dante ricorda che gli uomini sono stati creati per “seguir virtute e canoscenza”. La gioia deriva dunque dal faticoso percorso attraverso conoscenza e sapere, che produce perfezione, completezza e pienezza.
Il complicato cammino di Dante verso la gioia
L’accesso alla piena gioia non è semplice. Il cammino è ostacolato dalle tre fiere: la lonza, figura della lussuria; il leone, immagine della superbia; la lupa, simbolo dell’avarizia e della cupidigia. Non sono soltanto vizi morali, ma forze di arretramento che impediscono alla luce intravista di diventare destino compiuto. Dante è respinto indietro. La sua intuizione è giusta ma la volontà non basta. È qui che il primo canto diventa filosoficamente decisivo. Dante non è l’eroe moderno che conquista da solo la cima, il dominus assoluto della propria salvezza. Quando sta per cedere viene raggiunto da Virgilio: il Maestro, colui da cui ha tratto “lo bello stilo”. La memoria della forma, della cultura, della tradizione e della ragione poetica sorregge l’energia individuale che scema.
La condivisione della strada tra Dante e Virgilio
Virgilio non sostituisce Dante, non sale al posto suo. Lo interroga e lo riconduce alla prima intuizione: “Ma tu perché ritorni a tanta noia? / perché non sali il dilettoso monte / ch’è principio e cagion di tutta gioia?”. Qui è contenuto un nodo essenziale: il monte non è semplicemente una meta; la sua conquista sarà “principio e cagion di tutta gioia”. Gioia non come emozione effimera, ma effetto di un ordine ritrovato: nasce quando l’esistenza riceve direzione e senso, l’intelletto riconosce il bene e la volontà trova, anche attraverso l’altrui aiuto, la forza di perseguirlo. Nessuno, neppure un ingegno altissimo come quello dell’Alighieri, può governare da solo la propria vita. La Commedia nasce da questa umiltà radicale: l’uomo vede la luce, ma ha bisogno di una voce autorevole che gli insegni a non rinnegarla. Ha bisogno di un Maestro, di una forma, di una tradizione. La salvezza non è isolamento eroico ma relazione sincronica e diacronica.

Dante e Beethoven vanno oltre
Friedrich conduce il suo Viandante al limite del percorso, dove si ferma a contemplare l’infinito. Il viandante rispetta il limite; Dante e Beethoven non si fermano. Dante raggiunge la contemplazione di Dio e intende divenire partecipe della gloria di colui che tutto muove. Beethoven, giunto al limite, con l’esplosione delle voci del coro permette al fruitore, ai musicisti e alla fratellanza umana di esperire la gioia della pienezza, della dispersione dei sé e del ritrovamento di tutti nel Tutto. La Nona Sinfonia è spesso letta come l’apoteosi dell’eroe romantico, il trionfo dell’uomo che, superato il conflitto, conquista la gioia. Tale lettura rischia di non cogliere la proposta profonda del compositore. Beethoven non esalta la vittoria dell’io ma il punto in cui l’io, giunto al limite delle proprie possibilità, riconosce che da solo non basta più e trascende nel noi collettivo.
La “Nona Sinfonia” di Beethoven abbatte i limiti
La sinfonia procede verso un’espansione musicale sempre più vasta. I temi si accumulano fino al massimo grado. A un certo punto sembra che tutto ciò che era musicalmente possibile sia stato udito: archi, legni, ottoni e percussioni hanno portato la forma sinfonica al proprio confine. Beethoven raggiunge il limite del musicalmente pensabile nella sinfonia strumentale. Ed è qui che compie il gesto decisivo: non accetta che il limite sia la fine, ma introduce la voce umana. Il coro esplicita ciò che gli strumenti non potevano più esprimere, non perché la parola sia superiore alla musica quanto perché la musica ha bisogno di farsi comunità, respiro, corpo collettivo. La voce umana non cancella l’orchestra: la oltrepassa includendola.
Le strade di Dante e Beethoven verso la totalità
Come Dante, anche Beethoven giunge al Monte, a un punto in cui la salita è necessaria e ardimentosa. La Nona è il cammino di una forma che cerca la propria luce ma scopre che essa non può essere posseduta da un solo individuo né da un solo linguaggio. Per questo l’Inno alla Gioia non è un semplice finale trionfale: è una soglia, il momento in cui la sinfonia si trasfigura e diviene altro. La gioia beethoveniana ha la stessa natura del raggiungimento della cima del “dilettoso monte” dantesco. Non è allegria, ebbrezza o ornamento emotivo. È “tutta gioia” perché nasce oltre l’angoscia, la selva, la lotta con le fiere interiori e il limite della forma. Diversamente da una certa retorica moderna del dominio, non coincide con l’essere padroni assoluti della propria vita: nasce quando l’uomo comprende che la propria grandezza non consiste nel bastare a se stesso ma nel sapersi orientare verso ciò che lo supera e lo conferisce alla fratellanza universale.
La condivisione come forma necessaria della gioia
Dante ha bisogno di Virgilio. La musica di Beethoven ha bisogno delle voci umane. In entrambi i casi l’ascesa non si compie nell’autosufficienza, ma nell’apertura. Il Maestro e la Voce Collettiva impediscono che l’intuizione della luce rimanga meta esclusiva dell’individuo. Virgilio dice a Dante che la sua via era giusta; il coro dice alla sinfonia che la sua tensione non è stata vana. Entrambi trasformano la solitudine in cammino condiviso e salvifico. Beethoven, a fronte del limite, non si arresta né retrocede: la forma musicale deve aprirsi, accogliere l’altro, farsi voce, diventare fraternità sonora. Per questo l’Inno alla Gioia continua a parlarci: nasce dopo la prova del limite. La gioia piena non ignora la selva oscura, la attraversa. Dante non elimina la fatica della salita, la trasfigura.
Dante e Beethoven ci insegnano qual è il valore dell’arte
Questi grandi artisti ed eroi del pensiero ci ricordano che l’arte grande non consola abbassando il dolore, ma innalzando lo sguardo. Dante, nel buio, vede la luce sulla cima del monte. Beethoven, al limite della sinfonia, fa sorgere la voce umana. Per entrambi la gioia non è all’inizio del cammino ma nel suo perdurante orientamento; non è possesso, è ascesa; non è fuga dalla notte ma radicale fedeltà alla luce intravista.
Giuseppe Simone Modeo
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