L’edizione 2021 della Biennale Musica di Venezia, conclusasi il 26 settembre, è stata la prima con la direzione di Lucia Ronchetti e i cambiamenti si sono fatti sentire, sia logisticamente che a livello estetico-musicale.

L’edizione 2021 della Biennale Musica di Venezia è stata la prima con la direzione di Lucia Ronchetti, dopo il lungo periodo in cui a dirigerla è stato Ivan Fedele; e, come c’era da aspettarsi, i cambiamenti rispetto alle ultime edizioni si sono fatti sentire. L’impressione è stata quella di una Biennale più sfaccettata, più aperta all’esterno, sia fisicamente (più numerosi i concerti che si sono tenuti al di fuori delle mura dell’Arsenale, in spazi meravigliosi come il Teatro La Fenice o la Basilica di San Marco, oppure al Teatro del Parco della Bissuola), sia a livello estetico e musicale, con una grafica rinnovata e più accattivante e, soprattutto, con una serie di presenze poco ‘ingessate’ che hanno portato nuova linfa alla manifestazione (di cui abbiamo seguito la seconda parte, dal 21 al 26 settembre). Alla varietà delle proposte si è però accompagnata una forte unitarietà di fondo, assicurata dal criterio tematico che ha caratterizzato questa edizione (criterio che darà forma anche alle altre tappe della tetralogia di Ronchetti, a differenza di quello topografico che ha modellato molte delle edizioni degli ultimi anni). La scelta alla base di Choruses – questo il titolo, rivelatore, della rassegna – è stata quella di concentrare l’attenzione sulla voce, sul suo ruolo e sui molteplici trattamenti cui è sottoposta nell’universo della musica di scrittura contemporanea. Per cui di orchestre e più in generale di strumenti se ne sono visti pochi, mentre molte sono state le esibizioni a cappella, o quelle in cui a interagire con le voci erano i live electronic. Ne è risultata una panoramica esaustiva e seducente (sia per gli autori proposti, che per il livello delle performance) della produzione vocale nella scena musicale odierna. In linea con questa impostazione di base di Choruses, anche i premi assegnati quest’anno: il Leone d’Oro è andato alla compositrice finlandese Kaija Saariaho, che nei suoi lavori ha riservato grande importanza alle voci e ha posto una particolare cura nella scrittura vocale, mentre il Leone d’Argento è stato assegnato ai Neue Vocalsolisten, “il più importante e rappresentativo ensemble vocale dedito alla musica contemporanea” (Lucia Ronchetti).

Biennale Musica 2021. Il concerto di Jennifer Walshe al Teatro alle Tese. Courtesy La Biennale di Venezia © Andrea Avezzù
Biennale Musica 2021. Il concerto di Jennifer Walshe al Teatro alle Tese. Courtesy La Biennale di Venezia © Andrea Avezzù

I GRUPPI VOCALI

Choruses è stata quindi l’occasione per ascoltare ottimi gruppi vocali. La Cappella Marciana è stata impegnata in due concerti in bilico tra modernità e tradizione: sotto le volte dorate della basilica di San Marco, la gloriosa compagine ha proposto, in un’occasione, una splendida selezione di brani di grandi maestri del passato, come Adrian Willaert, Giovanni Gabrieli, Claudio Monteverdi, alternata alla rielaborazione di brani della scuola veneziana del Cinquecento operata da Christina Kubisch ne Il viaggio della voce / Travelling Voices, lavoro per voci registrate commissionato alla compositrice tedesca dalla Biennale. Nell’altro concerto della Cappella Marciana sono risuonati nella basilica, in maniera assai suggestiva, i Liturgical Chants di Valentin Silvestrov (2005), canti religiosi ispirati alla tradizione liturgica russo-ortodossa, che hanno messo in risalto le doti vocali di diversi membri della Cappella, impegnati in interventi solistici.

I NEUE VOCALSOLISTEN LEONE D’ARGENTO

Ben più sperimentali i programmi di altri concerti. Il 26 settembre i Neue Vocalsolisten hanno affrontato un programma impegnativo (sia per gli esecutori, sia per gli ascoltatori) che prevedeva composizioni di due giovani autori (Manuel Hidalgo Navas e Maria Vincenza Cabizza) selezionati per Biennale College, seguite da Herzstück di Luca Francesconi (2012). Selezionati per Biennale College (dove hanno avuto come tutor Andreas Fischer dei Neue Vocalsolisten) anche le tre ragazze e i tre ragazzi dell’EVO Ensemble, che nel loro concerto (in programma brani di Jennifer Walshe, Peter Ablinger, Claude Vivier) hanno sfoggiato un notevole affiatamento e già mature doti interpretative, indispensabili per affrontare un repertorio non semplice, in cui si succedono parti cantate, borbottii e gorgoglii di vario genere, sibili, grida, imitazioni di suoni naturali e metropolitani. L’EVO Ensemble ha anche aperto e chiuso il concerto di Jennifer Walshe, nel quale la vulcanica compositrice e performer irlandese ha conquistato il pubblico con l’esecuzione di Is it cool to try hard now?, pezzo del 2017 in cui si mescolano riferimenti alti e cultura pop (si citano personaggi come James Brown, Britney Spears, Gwyneth Paltrow) e si alternano momenti estatici e frenetici (nei quali ultimi Walshe colpisce per virtuosismo ed energia). Nel testo, e nei video che fanno da sfondo alla performance, si affrontano aspetti diversi del mondo contemporaneo, visto attraverso la lente di Internet e dei social network.

Biennale Musica, Ensemble Accentus in concerto. Courtesy La Biennale di Venezia © Andrea Avezzù
Biennale Musica, Ensemble Accentus in concerto. Courtesy La Biennale di Venezia © Andrea Avezzù

KAIJA SAARIAHO LEONE D’ORO

Splendido, per tornare a un’esibizione corale, il concerto dell’ensemble accentus, diretto da un maestro di notevole esperienza e versatilità, quale è Marcus Creed. Di grande suggestione i brani in programma, tra i quali spiccava, in prima assoluta, Reconnaissance di Kaija Saariaho, per coro, percussioni e contrabbasso, sorta di apologo cosmico su libretto di Aleksi Barrière. Accentus ha eseguito magistralmente questa e le altre opere in scaletta, esibendo un suono caldo e perfettamente bilanciato e ottimi assoli da parte di alcuni dei suoi membri. Il concerto si è chiuso con un breve brano di Sylvano Bussotti del 1967, previsto sin dall’inizio, ma che si è purtroppo tramutato in un omaggio postumo al multiforme artista, scomparso recentemente alle soglie dei 90 anni. Il brano è, a sua volta, un omaggio All’Italia, come attesta il titolo: un contro-omaggio, in realtà, dal momento che gli esecutori, al termine di un climax di calcolata confusione, sbottano all’unisono nel pasoliniano invito “Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo”.

Biennale Musica 2021. Moving still - processional crossing di Marta Gentilucci. Courtesy La Biennale di Venezia © Andrea Avezzù
Biennale Musica 2021. Moving still – processional crossing di Marta Gentilucci. Courtesy La Biennale di Venezia © Andrea Avezzù

VOCI IN PROCESSIONE

Un discorso a parte merita il complesso lavoro di Marta Gentilucci, Moving Still – Processional Crossings, “percorso processionale” commissionato dalla Biennale, in prima esecuzione assoluta. La processione si è svolta in parte all’aperto e in parte all’interno del Teatro alle Tese: quattro poetesse (Elisa Biagini, Evie Shockley, Irène Gayraud, Shara McCallum) hanno declamato i loro testi (ora più intimisti, come quello di Biagini, ora dedicati, come quelli di Shockley e Gayraud, a temi politici e sociali, quali la violenza sulle donne e le migrazioni), alternando e sovrapponendo la loro voce agli interventi del coro (l’ensemble Sequenza 9.3, integrata con allievi del Conservatorio Benedetto Marcello). Un’esplorazione dell’universo femminile e della condizione della donna nel mondo attuale che ha riservato momenti di grande suggestione: all’esterno, le voci si combinavano con i suoni naturali (lo stormire delle fronde, le campane), mentre la luce del tardo pomeriggio indorava i volti e le mura dell’Arsenale; gli esecutori, coperti delle cappe e degli abiti con cappuccio disegnati da Maria Grazia Chiuri, avanzavano lentamente in corteo funebre, trasformandosi, gli uomini, in pleurants di un monumento gotico e in vedove dell’epoca barocca le donne. Nella prima parte, all’aperto, non c’era musica, o meglio, erano le declamazioni delle soliste e del coro a divenire musica, come ha testimoniato la presenza di Catherine Simonpietri, che dirigeva con i consueti gesti ‘musicali’ l’evolversi della processione. La musica ha fatto la sua comparsa all’interno del teatro, sempre abbinata alla recitazione delle quattro autrici, in un serrato e drammatico dialogo tra soliste e coro che poteva ricordare quello tra l’Evangelista e la turba nelle Passioni bachiane.

Biennale Musica 2021. Il concerto di Elina Duni. Courtesy La Biennale di Venezia © Andrea Avezzù
Biennale Musica 2021. Il concerto di Elina Duni. Courtesy La Biennale di Venezia © Andrea Avezzù

LE SOLO PERFORMANCE

Un’altra novità della Biennale di quest’anno è stata rappresentata da tre solo performance che hanno portato sul palco del Teatro della Bissuola e di Ca’ Giustinian tre personalità per certi versi lontane dall’immagine consolidata della kermesse lagunare, provenienti da ambiti disparati, quali il mondo della musica elettronica e del clubbing e il cantautorato. Il dj egiziano Zuli, protagonista della (non facile) scena elettronica del Cairo, ha proposto un live set dai toni scuri e introspettivi, in cui talora entrava in gioco il canto dal vivo, variamente effettato e trasformato. Di grande intensità il concerto della cantautrice albanese Elina Duni che, forte di straordinarie capacità tecniche e di una grande sensibilità, si è prodotta nella reinterpretazione di canti e canzoni di varia origine e lingua (provenienti soprattutto dal bacino del Mediterraneo), che avevano in comune il tema della partenza. Una struggente rassegna, che ha visto anche l’ottima rilettura di due capolavori della canzone italiana, Amara terra mia di Domenico Modugno e Amore che vieni, amore che vai di Fabrizio De André. Divertente, coloratissima la performance di Joy Frempong, che pure, nei testi dei suoi brani, affrontava anche temi molto seri, come l’integrazione tra culture diverse e la dialettica tra Change and Chance, come recitava il titolo dello spettacolo. Nel caleidoscopio di Joy si sono mescolati musica dance e pop e tratti più sperimentali, rimandi alla musica africana e alla classica, un accattivante trattamento della voce, sottoposta a continui travestimenti tecnologici. Il risultato è stato di grande piacevolezza: forse sarebbe stato meglio qualcosa di meno legato alla forma canzone e di meno frammentario, un organismo sonoro più ambizioso capace di una maggiore articolazione e complessità, senza perdere la sua freschezza. Vedremo se, nel prosieguo del suo percorso artistico, la performer ghanese di stanza a Berlino vorrà andare in questa direzione.

Fabrizio Federici

www.labiennale.org

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AutoriKaija Saariaho, Sylvano Bussotti
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Fabrizio Federici
Fabrizio Federici (1978) ha compiuto studi di storia dell’arte all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore, dove ha conseguito il diploma di perfezionamento discutendo una tesi sul collezionista seicentesco Francesco Gualdi e il suo inedito trattato Delle memorie sepolcrali. I suoi interessi comprendono temi di storia sociale dell’arte (mecenatismo, collezionismo), l’arte a Roma e in Toscana nel XVII secolo, la storia dell’erudizione e dell’antiquaria, la fortuna del Medioevo, l’antico e i luoghi dell’archeologia nella società contemporanea. È autore, con J. Garms, del volume "Tombs of illustrious italians at Rome". L’album di disegni RCIN 970334 della Royal Library di Windsor (“Bollettino d’Arte”, volume speciale), Firenze, Olschki 2010. Dal 2008 al 2012 è stato coordinatore del progetto “Osservatorio Mostre e Musei” della Scuola Normale.