Musica, antichità e 3D. I Kraftwerk agli scavi di Ostia

La celebre band di Düsseldorf si è esibita per due sere a giugno in un luogo antichissimo, nell’ambito di Rock in [email protected] antica Festival – Il Mito e il Sogno.

Kraftwerk 3D, Ostia Antica, Teatro Romano. Photo credit Danilo D'Auria
Kraftwerk 3D, Ostia Antica, Teatro Romano. Photo credit Danilo D'Auria

Il disco volante dei Kraftwerk è atterrato nel teatro di Ostia Antica. La band che da quasi cinquant’anni è l’araldo del futuro si è esibita per due sere (il 27 e 28 giugno) in un luogo antichissimo, tra pini e rovine, e tuttavia contemporaneo (sopra le teste non si arresta la processione di aerei prossimi all’atterraggio a Fiumicino). Dove duemila anni fa risuonavano le commedie di Plauto e di Terenzio e le tragedie di Seneca, si è dispiegato l’avvolgente spettacolo del quartetto di Düsseldorf, nella collaudata versione con i visual in 3D: i primi a essere emozionati per questo passaggio di consegne devono essere stati proprio i quattro musicisti, che però hanno saputo mascherare bene l’emozione, concentrati e quasi immobili nell’iconica disposizione in linea, con ciascun artista in piedi di fronte alla propria consolle. L’antico incontra dunque il futuro: ed è un incontro che fa bene anche all’antico, non morta rovina, ma spazio che recupera la sua originaria funzione di luogo di spettacolo. E questo senza preclusioni verso forme d’arte come la musica elettronica, che potrebbero sembrare in contrasto con la presunta ‘sacralità’ del luogo. L’antico ha così modo di rendersi noto a un pubblico più vasto: forse tra i tanti spettatori qualcuno non era mai entrato agli scavi di Ostia, e forse qualcuno, incuriosito dall’assaggio avuto in occasione del concerto, tornerà per visitare con calma l’ampio sito.

Kraftwerk 3D, Ostia Antica, Teatro Romano. Photo credit Danilo D'Auria
Kraftwerk 3D, Ostia Antica, Teatro Romano. Photo credit Danilo D’Auria

IL CONCERTO

Sul palco i Kraftwerk hanno riproposto le pietre miliari della loro visione futuristica, tesa a celebrare tutto ciò che accorcia le distanze e riduce i tempi, dall’autostrada al computer. Un futurismo che tuttavia ha poco a che vedere con quello, fanatico e aggressivo, di Marinetti e soci: i Kraftwerk non vogliono distruggere né la storia né la natura. Al contrario: il loro è un ‘futurismo buono’, che si batte per la salvaguardia del pianeta (Radioactivity) e dietro al quale si percepisce sempre la presenza dell’essere umano (e a volte la si sente, come al principio di Tour de France, dove riecheggia l’affannoso respiro dell’eroico corridore). Si può dunque parlare di un umanesimo dei Kraftwerk, o meglio di un ‘umanoidesimo’, vista la continua interazione tra uomo e tecnologia; un approccio che trova le sue radici nell’ormai centenario Bauhaus, in cui centrale è l’incrocio tra gli spazi dell’uomo e quelli dell’industria.
Oltre che buoni, i Kraftwerk sono anche generosi: due ore di musica, in cui si sono succeduti pezzi celebri come Autobahn, The model, The robots. Nel corso dello spettacolo gran parte del pubblico (intergenerazionale come in pochi altri casi) ha lasciato le gradinate per attestarsi nell’orchestra: il concerto ha, così, ceduto gradualmente il passo a un festone, gioioso ma venato di Sehnsucht per un futuro che è oramai passato.

Fabrizio Federici

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Fabrizio Federici
Fabrizio Federici (1978) ha compiuto studi di storia dell’arte all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore, dove ha conseguito il diploma di perfezionamento discutendo una tesi sul collezionista seicentesco Francesco Gualdi e il suo inedito trattato Delle memorie sepolcrali. I suoi interessi comprendono temi di storia sociale dell’arte (mecenatismo, collezionismo), l’arte a Roma e in Toscana nel XVII secolo, la storia dell’erudizione e dell’antiquaria, la fortuna del Medioevo, l’antico e i luoghi dell’archeologia nella società contemporanea. È autore, con J. Garms, del volume "Tombs of illustrious italians at Rome". L’album di disegni RCIN 970334 della Royal Library di Windsor (“Bollettino d’Arte”, volume speciale), Firenze, Olschki 2010. Dal 2008 al 2012 è stato coordinatore del progetto “Osservatorio Mostre e Musei” della Scuola Normale.