La città dei vivi. Il film su Luca Varani che però sceglie di non mostrare la violenza
Edoardo Gabbriellini porta alla Mostra del Cinema di Venezia il film liberamente ispirato al libro di Nicola Lagioia e al delitto che sconvolse Roma nel 2016. Ma invece di ricostruirlo, sceglie di guardare altrove: alla vita che lo precede e a quella che continua dopo
Un ragazzo come tanti. Lavora con il padre, frequenta la scuola serale, poi la abbandona pensando di trovare un impiego stabile e promettendo di prendere il diploma più avanti. Ha una fidanzata, progetta di andare a vivere con lei. Non ha molti soldi e si imbarazza quando, uscendo insieme, è lei a pagare. “Manco i poveri sapemo fa”, dice non troppo scherzando. Luca ha ventitré anni ed è soprattutto un ragazzo disorientato, che attraversa Roma e la propria giovinezza senza sapere esattamente cosa fare del futuro, né dove cercarlo. È questo Luca che Edoardo Gabbriellini sceglie di mettere al centro de La città dei vivi, presentato in Concorso nella sezione Orizzonti alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Liberamente ispirato all’omonimo libro di Nicola Lagioia (edito da Einaudi), il film ripercorre la vicenda di Luca Varani, ucciso a Roma nella notte tra il 4 e il 5 marzo 2016, ma compie una scelta precisa: sottrarre il suo racconto alla morbosità della cronaca nera.
La vicenda di Luca Varani, ma senza la morte
La morte, infatti, non viene mostrata. Vediamo ciò che accade prima e ciò che rimane dopo. Gabbriellini segue Luca – interpretato da Emanuele Maria Di Stefano – nella sua quotidianità, tra la periferia e il centro, gli amici, la famiglia adottiva, la relazione con la fidanzata. Poi gli incontri casuali e il sesso in cambio di denaro. “Ricordati che dove ci stanno i soldi, c’è sempre qualcosa in cambio”, lo avverte un amico. La trappola si avvicina senza che il film senta mai il bisogno di sottolinearla.

C’è chi è morto e chi, inevitabilmente, continua a vivere
È proprio in questa sottrazione che La città dei vivi trova la sua forza. Chi arriva al film attratto dall’efferatezza di un caso che ha occupato per mesi giornali, televisioni e tribunali non troverà il sangue, né il momento fatidico, né una nuova indagine sui colpevoli. Troverà invece qualcosa di molto più semplice e, forse per questo, doloroso: una vita. Dopo la morte restano i genitori, incapaci di sedersi a tavola in casa e costretti a uscire ogni giorno per pranzo e cena. Resta una città che continua a muoversi. Restano gli altri. C’è chi è morto e chi, inevitabilmente, continua a vivere. Gabbriellini definisce il film “un racconto di formazione interrotto” e rivendica un linguaggio asciutto, naturalistico e insieme lirico. “Suggerire è diventato più forte che mostrare”, spiega. Una distanza pudica che evita di trasformare Luca ancora una volta nell’oggetto di uno sguardo, scegliendo invece la tenerezza.
Un film per riflettere sulla realtà
Con Valerio Mastandrea, Gaia Merlonghi, Simona Senzacqua e Roberta Mattei, La città dei vivi non cerca spiegazioni definitive e non costruisce teorie sul male o sulla società contemporanea. Ha, piuttosto, la “pretesa di riflettere sulla realtà”. E riesce a farlo senza essere invadente, spregiudicato o morboso. È un film su Luca, certo, ma soprattutto sui vivi: su quello che resta quando il caso giudiziario, la stampa e il clamore si allontanano e rimane la cosa più difficile da raccontare. La vita che continua.
Margherita Bordino
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