Un bambino consegnato come un pacco: il nuovo film di Amelio mette alla prova la nostra indifferenza

Con “Nessun dolore”, presentato Fuori Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e al cinema dal 24 settembre, il regista torna a interrogarsi sullo straniero, l’accoglienza e la responsabilità individuale, a oltre trent’anni da “Lamerica”

Questa è una storia che ancora deve accadere. Il regista Gianni Amelio (Magisano, 1945) lo dichiara nei titoli di testa di Nessun dolore, consegnando subito il film a un tempo sospeso, quello della possibilità. Non siamo esattamente nel presente, né in un futuro dichiarato. Siamo piuttosto dentro un’ipotesi: cosa accadrebbe se l’emergenza che osserviamo ogni giorno da lontano entrasse improvvisamente nella nostra vita? E noi, cosa faremmo? Bastano pochi minuti perché accada. Davide (interpretato da Alessandro Borghi), trentenne che vende libri usati in una piazza di Roma, si vede letteralmente consegnare per strada un bambino nordafricano. Quasi fosse un pacco. Il piccolo non parla, lo segue. Poi un incidente, la corsa in ospedale, il bambino tra la vita e la morte. E avviene il “fattaccio” che spezza la normalità e trasforma quello che poteva essere un racconto sociale in una questione personale.

Nel film “Nessun dolore” Gianni Amelio torna a interrogarsi sullo straniero, e non solo

Amelio non è interessato soltanto a mostrare il dramma dello straniero. Fa qualcosa di più scomodo: modifica continuamente la distanza tra chi guarda e chi viene guardato. Davide diventa così il tramite attraverso cui l’alterità smette di essere astratta. Nel pronto soccorso incontra Aminah, un’adolescente algerina incinta, appena arrivata in Italia su un barcone. Le offre ospitalità. Da quel momento la sua casa comincia a popolarsi, notte dopo notte, di sconosciuti: uomini e donne, persone che normalmente rimangono ai margini del nostro campo visivo.

La casa privata come spazio politico

La casa di Davide, spazio privato per eccellenza, diventa allora il vero luogo politico del film. Le sue pareti cedono simbolicamente sotto la pressione del mondo esterno. Davide prova a opporsi, ma finisce per accogliere. Per generosità? Per debolezza? Per senso di colpa? Nessun dolore evita di dare una risposta univoca. E quando la denuncia dei condomini conduce il protagonista in carcere per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, anche la solidarietà perde ogni rassicurante semplicità.

L’eco de “Lamerica”

È impossibile non pensare al film Lamerica, presentato nel 1994 alla 51esima Mostra del Cinema. Sono trascorsi più di trent’anni da quella nave carica di migranti sospesa nell’Adriatico, ma per Gianni Amelio la domanda è rimasta aperta. Chi è oggi “l’immigrato”? Un estraneo, una minaccia, qualcuno da proteggere? O semplicemente una persona alla quale abbiamo imparato ad assegnare una categoria prima ancora di riconoscere un volto?

I temi ricorrenti di Gianni Amelio

Nel nuovo film riaffiorano così alcuni nuclei ricorrenti del cinema del regista: lo straniero, la solitudine, la responsabilità verso l’altro e, soprattutto, la paternità. Davide diventa infatti una sorta di padre involontario. Non per legame biologico, ma perché qualcuno gli viene affidato – anche se per pochissimi istanti. La paternità qui coincide con l’assunzione di una responsabilità non richiesta. E anche il titolo lavora per sottrazione. Nessun dolore sembra negare proprio ciò di cui il film è attraversato. Forse perché il dolore più facile da sopportare è quello degli altri: invisibile finché resta abbastanza distante, tollerabile finché appartiene a corpi senza nome, che attraversano uno schermo o occupano per qualche secondo una notizia. Amelio accorcia quella distanza fino a farla coincidere con la soglia di casa. Ed è lì che Nessun dolore pone la sua domanda più interessante: cosa resta della nostra indifferenza quando l’altro non è più un’immagine, un numero o una categoria, ma qualcuno che bussa alla nostra porta?

Margherita Bordino

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Margherita Bordino

Margherita Bordino

Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in…

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