È stata la mano di Dio, il film più personale di Sorrentino a Venezia 78

Intimo, personale, comico e drammatico. Il nuovo film di Paolo Sorrentino ha più di una sfumatura di narrazione. Non è una biografia ma un racconto sincero del giovane diventato un importante regista. Del giovane timido e goffo salvato, a suo modo, da Armando Maradona.

È stata la mano di Dio, il film più personale di Sorrentino
È stata la mano di Dio, il film più personale di Sorrentino

Paolo Sorrentino è una continua sorpresa. Che si ami o si odi, il suo cinema ha sempre un punto di vista e un racconto interessante e spiazzante, capace di variare tra toni, modi e necessità di stile. È stata la mano di Dio, in concorso alla 78esima Mostra del Cinema di Venezia (in sala il 24 novembre e su Netflix da Dicembre), è il suo film più personale. Non si tratta di una biografia ma di un racconto familiare costruito da momenti che gli sono stati raccontati o che fanno parte del cassetto dei ricordi della sua adolescenza. “È un racconto di formazione che mira, stilisticamente, a evitare le trappole dell’autobiografia convenzionale: iperbole, vittimismo, pietà, compassione e indulgenza al dolore, attraverso una messa in scena semplice, scarna ed essenziale e con musica e fotografia neutre e sobrie”, spiega il regista Premio Oscar. “La macchina da presa compie un passo indietro per far parlare la vita di quegli anni, come li ricordo io, come li ho vissuti, sentiti. In poche parole, questo è un film sulla sensibilità. E in bilico sopra ogni cosa, così vicino eppure così lontano, c’è Maradona, quell’idolo spettrale, alto un metro e sessantacinque, che sembrava sostenere la vita di tutti a Napoli, o almeno la mia”.

UN RAGAZZO SALVATO DA MARADONA

Quando Sorrentino ha iniziato a girare È stata la mano di Dio si pensava fosse un film dedicato interamente alla figura di Armando Maradona e invece non è così. È un film che riguarda la storia del regista, in cui da sottofondo ci sono l’amore smisurato per il calciatore argentino e il desiderio timido di diventare da grande regista. È stata la mano di Dio è la storia di un ragazzo di 17 anni che vive la Napoli degli anni 80. Jeans, maglietta e l’inseparabile walkman. Fabietto è un ragazzo goffo che lotta per trovare il suo posto nel mondo, e che prova una gioia infinita nel passare il tempo con la sua famiglia imperfetta. Due sono gli eventi che stravolgono la sua innocente crescita. Uno è l’arrivo a Napoli del suo idolo, Maradona, l’altro è un drammatico e improvviso incidente che gli farà toccare il fondo per poi scegliere il suo futuro. Da un lato il ragazzo vive il dolore della perdita e dall’altro l’inebriante sensazione di essere vivi. Con questo film, che si muove tra i binari della commedia e del dramma, Sorrentino accompagna il pubblico in un viaggio fatto di vita, amore e desiderio, di assurdità e bellezza, di menzogne e forti verità. Un racconto in cui è l’immaginazione a essere vera fonte di salvezza.

 È stata la mano di Dio, il film più personale di Sorrentino

È stata la mano di Dio, il film più personale di Sorrentino

UN PERSONALE RACCONTO CINEMATOGRAFICO

Mi sono reso conto che c’era stata una grande parte d’amore nella mia vita da ragazzo e anche una parte molto dolorosa e mi è sembrato che tutto questo potesse essere declinato in un racconto cinematografico, indipendentemente dalle mie esigenze e dai miei bisogni”, dichiara il regista in conferenza stampa. “Ho compiuto 50 anni l’anno scorso e mi è parso che ero abbastanza grande e maturo per affrontare un film personale. Poi avevo un caro amico e collega che mi diceva sempre che non faccio cose personali e l’ho presa come una provocazione da raccogliere“. È stata la mano di Dio è un film che Sorrentino non realizza per se stesso ma per farsi conoscere meglio, per spiegare chi è e perché fa quello che fa. Non è il suo film più riuscito ma è un racconto che è destinato a restare nella storia. Un regista che si mette allo specchio e racconta qualcosa di intimo senza troppi fronzoli è un regista che capisce l’universalità di alcune sensazioni ed emozioni private, ed è pronto a condividerle con gli altri. Quando viene chiesto al protagonista del film “cosa vuoi fare da grande?”, lui risponde dicendo “mi vergogno a dirlo. È un’idea pazza. Il regista di film, questo vorrei fare”. E da questa citazione si capisce molto… Davanti a questo film tanti spettatori si commuoveranno e i più curiosi saranno piacevolmente sorpresi dallo scoprire un artista che, seppur schivo, ha una timidezza smisurata che mette in tutte le sue storie per il grande schermo.

Margherita Bordino

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Margherita Bordino
Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in giro per il Belpaese tra festival e rassegne cinematografiche o letterarie. Laureata in Letteratura, musica e spettacolo, e Produzione culturale, giornalismo e multimedialità. È giornalista pubblicista e lavora come freelance. Collabora tra gli altri con Cinematographe.it, la Rivista 8 1/2, fa parte della redazione del programma tv Splendor e coordina Cinecittà Luce Video Magazine.