Arancia Meccanica di Stanley Kubrick compie 50 anni. Il commento di Marco Giusti

L’ultraviolenza, la cura Ludovico, il Latte+, Leone geloso di Morricone, Mick Jagger nei panni di Alex. Questi e altri aneddoti per celebrare il famoso film di Stanley Kubrick

Malcolm McDowell in Arancia Meccanica di Stanley Kubrick (1970 71) © Warner Bros. Entertainment Inc.
Malcolm McDowell in Arancia Meccanica di Stanley Kubrick (1970 71) © Warner Bros. Entertainment Inc.

L’Alex di Malcolm McDowell (“non lo avrei mai fatto se lui non fosse stato disponibile” disse da subito Stanley Kubrick), la cura Ludovico, il bicchiere di latte al Moloko, la Donna dei Gatti, il pisellone gigante bianco di Herman Makkink, lo scrittore di Patrick Magee così fresco di Sade nel “Marat/Sade” di Peter Brook, ovviamente “Singin’ in the Rain” di Gene Kelly cantata durante la violenza, cosa che rese furibondo il vecchio Mr Kelly al punto di non salutare il giovane Mr. McDowell quando lo incontrò a Hollywood, quel trailer meraviglioso dove vediamo quasi tutto il film in pochi secondi e chissà quanto ci ha influenzato negli anni che verranno, lo slippino di Virginia Wetherell, la topa rossa “naturale” di Adrienne Corri, Walter Carlos che diventa Wendy neanche un anno dopo, il primo Dolby, il Moog, David Prowse che esibisce i suoi muscoli prima di finire rinchiuso dal corpo di Darth Vader, i drughi, 4 nomination agli Oscar ma neanche uno vinto, il music system della cameretta di Alex che tutti avremmo voluto perché, anche se era il 1971, pensavamo già di essere nel 1984. E, ancora, l’ultraviolenza, un first cut di 4 ore che non avemmo mai visto (Kubrick distrusse tutto quello che non era stato inserito nella versione finale, fece anche un rimontaggio del film prima dell’uscita per renderlo meno forte), 7 nomination ai Bafta e nessun premio vinto, un titolo impossibile, che nasconde magari una vera violenza, una frase cockney, un gioco di parole, orang in malese vuol dire uomo… Uffa. I 50 anni di “Arancia meccanica/A Clockwork Orange” di Stanley Kubrick, tratto dal romanzo di Anthony Burgess mi trovano impreparato.

UN FILM DI CULTO

In Inghilterra hanno appena ristampato un doppio blue ray con megaintervista a Malcolm McDowell, l’unico o quasi rimasto a ricordare quel che veramente accadde tra il settembre del 1970 e l’aprile del 1971 quando il film venne girato in Inghilterra. Lì lo adorano, anche perché Kubrick ne vietò le riedizioni e le riproduzioni dal 1973 al 2000, dovevano farsi dare i dvd dalla Francia e diventò un film di super-superculto. E noi cosa ci ricordiamo di quel tempo? Tra il 1968 e il 1970 uscivano film meravigliosi uno dopo l’altro. “2001 odissea nello spazio” di Kubrick, il “Satyricon” e “Toby Dammit” di Federico Fellini,“Barbarella” di Roger Vadim, “Teorema” di Pier Paolo Pasolini, “Il mucchio selvaggio” di Sam Peckinpah, “C’era una volta il West” di Sergio Leone, “Il conformista” di Bernardo Bertolucci, “Easy Rider” di Peter Fonda e Dennis Hopper. A poco più o poco meno di 18 anni il mondo ci apparteneva. Ogni cosa era possibile. Cosa volevamo di più? Kubrick, subito dopo un capolavoro come “2001: odissea nello spazio”, avrebbe voluto girare il suo più grande progetto, il kolossal “Napoleone Bonaparte”. Leggo oggi che ci doveva lavorare un giovane attore inglese non ancora esploso, come Ian Holm, molto amico di Malcolm McDowell. Il disastro del “Waterloo”, diretto da Sergej Bondarciuk per Dino De Laurentiis, bloccò il progetto di Kubrick, che finì per puntare su qualcosa di più piccolo, ma forse non più semplice, “Arancia meccanica”. In realtà l’idea di fare un film dal romanzo di Anthony Burgess parte una decina d’anni prima. Da una parte Burgess vende per la modesta cifra di 500 dollari i diritti del film a Mick Jagger, che pensava di fare un film assieme ai Rolling Stones al suo fianco come drughi. Un’operazione perfetta, che non si fece. Il film viene quindi rivenduto e passato alla regia di Ken Russell, che pensa di farlo con Oliver Reed come Alex, si pensa anche a Tinto Brass, come ricordava lui stesso, appena uscito da operazione molto pop, come “Nerosubianco” e “Dropout”.

LA GELOSIA DI LEONE

Ma all’operazione “Arancia meccanica” non è indifferente uno sceneggiatore e intellettuale controcorrente come l’americano Terry Southern, che sembra che avesse passato il romanzo a Kubrick già durante la lavorazione del “Dottor Stranamore”. Lo stesso Southern scrive una sceneggiatura del film, che dovrebbe girare Richard Lester con David Hemmings. Quando il progetto arriva nelle mani di Kubrick, non si parla più di Terry Southern e della sua sceneggiatura. Kubrick se lo riscriverà da solo. La volontà di provare nuovi linguaggi, di lavorare con attori più giovani e con una crew tecnica decisamente innovativa, come già aveva fatto in “2001”, è un po’ la chiave che Kubrick si porta dietro anche in “Arancia meccanica”. Questo è ben presente nella ricerca musicale, l’uso del Dolby e del sintetizzatore di Walter/Wendy Carlos, anche se in un primo tempo cerca disperatamente Ennio Morricone per affidargli la colonna sonora. Ma ha la malsana idea di rivolgersi proprio al regista che non glielo avrebbe mai concesso, cioè Sergio Leone. Gelosissimo del suo principale collaboratore, Leone non passa nemmeno la chiamata di Kubrick a Morricone. E Morricone raccontava tutto questo un po’ amaramente. Sempre inseguendo l’idea dell’innovazione e della crew giovane e ristretta, chiama Malcolm McDowell che tutti noi al tempo avevamo amato in “If”/”Se” di Lindsay Anderson, film ribelle che allora fece davvero colpo, ma che oggi appare non datato, ma difficile da capire. Malcolm McDowell, da parte sua, lo scambia per un altro americano, Stanley Kramer, come ha detto più volte.

L’EQUIVOCO KRAMER

Sarà il suo maestro Lindsay Anderson a spiegargli chi è Kubrick e a fargli vedere “2001: odissea nello spazio”. Malcolm McDowell non solo porterà all’Alex de Large di “Arancia meccanica” tutta la forza, la violenza, ma anche la creatività di quegli anni, cose che anni dopo porterà anche al “Caligola” di Tinto Brass, ma sarà molto di più di un semplice attore sul set. Sarà lui a risolvere con l’idea di canticchiare “Singin’ in the Rain” la scena più violenta del film, ma a ben pensare non c’è scena dove la sua presenza non si renda fondamentale con un’occhiata beffarda, una battuta detta in modo inconsueto. Pur con pochi film all’attivo, “Caccia sadica” di Joseph Losey, “Luna arrabbiata” di Bryan Forbes oltre a “If”, Malcolm McDowell è giù una superstar e si muove sul set di Kubrick come un cantante rock o il leader di una band. Il pubblico finisce per adorare la superviolenza di Alex con la stessa ambiguità con cui celebra la violenza dei musicisti rock del periodo o di quello che seguirà. È questo che disgusterà critici peraltro attenti, come Roger Ebert, ma che finisce per conquistare i ragazzi del tempo, che, cresciuti a Leone e Peckinpah, sanno ben dividere la violenza reale da quella del cinema. Perfino il vecchio Luis Bunuel lo capisce. “Ero prevenuto riguardo al film. Dopo averlo visto, mi sono reso conto che è solo un film su quel che realmente il mondo moderno significa”. Quando lo vedemmo, ricordo bene che impazzimmo per la prima parte del film, che vedemmo a occhi spalancati, mentre nella seconda, quella repressiva, quella della cura Ludovico, non ritrovammo lo stesso scatenamento. Ma già così eravamo già in viaggio verso un mondo che non conoscevamo e che Kubrick e Alex raccontavano per noi. Niente sarebbe più stato uguale a come era prima.

– Marco Giusti

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