Il Covid ha affossato il cinema (Oppure stava già succedendo?)

In vista delle progressive riaperture, è importante avviare qualche riflessione strutturale sul destino delle sale cinematografiche. Ecco l’opinione di Stefano Monti.

Ex Cinema Palazzo, Roma
Ex Cinema Palazzo, Roma

Come altri settori dello spettacolo, anche quello cinematografico si trova oggi a dover fronteggiare una duplice condizione di allerta: da un lato le criticità delle chiusure dovute alla pandemia, dall’altro un processo di necessario ripensamento del proprio esercizio, che oggi compete con modalità distributive sempre più evolute (si pensi alle piattaforme di streaming e on demand), le quali, complici le misure sanitarie restrittive, hanno conosciuto un periodo di forte espansione.

SPETTACOLO, PANDEMIA E PIATTAFORME ON DEMAND

Assumendo una prospettiva decennale, i dati del cinema, riferiti soprattutto alla spesa del pubblico, hanno mostrato un calo significativo. Il confronto è aritmetico: l’osservatorio dello spettacolo SIAE indica che, se nel 2010 la spesa del pubblico ammontava a circa 850 milioni di euro a fronte di poco più di 2.5 milioni di spettacoli (con una spesa media per spettacolo pari a oltre 330 euro), le condizioni del 2019 (che pur ha registrato dati molto più positivi rispetto ai due anni precedenti) indicano invece una spesa totale di circa 790 milioni, a fronte di più di 3.2 milioni di spettacoli, con una spesa media per spettacolo di circa 240 euro.

“I dati del cinema, riferiti soprattutto alla spesa del pubblico, hanno mostrato un calo significativo.”

Nel contempo, a luglio 2020 si registrava in Italia, secondo una ricerca EY riportata da Il Sole 24 Ore, un incremento di circa 11 milioni di utenti delle piattaforme online di streaming rispetto al 2017, per un numero totale di utenti di circa 16 milioni.

IL CONFRONTO TRA CINEMA E TEATRO

Ferme restando le condizioni di particolare sfavore che ha conosciuto il settore (anche più di altri) a partire dall’emergenza Covid, sarebbe dunque poco onesto non sottolineare che il problema, in realtà, non è costituito solo dalle restrizioni.
Partendo da questo assunto, può essere utile approfondire maggiormente il discorso, aggiungendo un altro elemento di riflessione. A differenza di altri settori del comparto delle Industrie Culturali e Creative, nel caso del cinema ci troviamo di fronte a un settore in cui il “prodotto” è disponibile su una pluralità di canali distributivi, cosa che, ad esempio, non accade con il teatro, settore nel quale – malgrado i timidi tentativi che sono stati fatti e che sono in corso – chi vuole assistere a uno spettacolo si reca in sala.
Nel caso del cinema, invece, a registrare un calo non è il prodotto audiovisivo, piuttosto la tradizionale catena di produzione del valore. Eppure il cinema è, fra tutte le Industrie Culturali e Creative, il settore che più di tutti ha mostrato imprenditorialità: sono i cinema e non i teatri a essere presenti nei centri commerciali; di nuovo i cinema (e non i teatri) ad aver assunto la logica del multi-schermo, organizzandosi in alcuni casi come “centri per il tempo libero”, con annesse aperture di bar, ristoranti-pizzerie, sale giochi ecc., creando una forte segmentazione del pubblico, che così può scegliere se indirizzarsi verso la “serata cinema”, in una sorta di “all-in”, o piuttosto rivolgersi a una delle tantissime sale cinematografiche “indipendenti”, che spesso si rivolgono a un pubblico più selezionato.

IMPARARE DALLE SALE CINEMATOGRAFICHE INDIPENDENTI

Proprio da quest’ultime forse, può arrivare una spinta “innovativa” nel settore: le sale cinematografiche indipendenti, infatti, hanno reagito all’ingresso nel settore dei cinema multisala sviluppando una sempre più forte relazione con il proprio pubblico. Condizione che, sinora, è stata ancora poco approfondita all’interno delle grandi infrastrutture. Condizione naturale, del resto, se si tiene conto delle posizioni spesso defilate rispetto al centro urbano e della costruzione di sedi fondate soprattutto sulla logica dei grandi flussi.

“E, per inciso, i social non bastano.”

A meno che non si inizi a ragionare sul fatto che le nuove tecnologie consentono modalità di coinvolgimento che non necessariamente devono ricalcare quanto fatto dalle sale indipendenti. I nuovi strumenti di profilazione resi possibili dall’avanzamento tecnologico, l’immaginifico mondo dell’Internet of Things, la grande estensione delle piattaforme di realtà aumentata sono tutti strumenti attraverso i quali i gestori delle sale cinematografiche, anche di quelle a più alta frequentazione, possono arricchire l’esperienza cinematografica in tutte le sue fasi (dalla scelta del film a quella del post-spettacolo).
E, per inciso, i social non bastano.

– Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisoring, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.