Fino al 30 agosto, il Nouveau Musée National de Monaco presenta una ricca selezione di opere di Eugène Frey, artista belga dimenticato e instancabile sperimentatore alle soglie del cinema. Con una installazione del portoghese João Maria Gusmão.

Una sequenza inquadra e si sofferma sul volto di un bambino, attraverso le quinte di un piccolo teatro illuminato da candele. Alexander, questo il suo nome, è solo nella stanza dei giochi, immerso in un mondo fantastico dove osserva e muove i personaggi, costruendo un altrove che lo separi dal mondo circostante.

UNA SUGGESTIONE DA INGMAR BERGMAN

Forse lo avrete riconosciuto, si tratta dell’incipit di Fanny e Alexander, film autobiografico di Ingmar Bergman, che nel libro Lanterna magica scrive: “Abito sempre nel mio sogno e di tanto in tanto faccio una visita nella realtà”.
Queste immagini sono tornate spesso a trovarmi durante l’isolamento dettato dall’emergenza sanitaria. Mi hanno offerto la possibilità di un tessuto magico per nutrire un piano di evasione mentale, in cui le quattro mura divengano teatro di mondi possibili.

EUGÈNE FREY COME PROTO-REGISTA

Inizio da questa apparente deviazione per raccontare la sensazione provata visitando Variations. I Décors lumineux di Eugène Frey presentati da João Maria Gusmão, riaperta a fine giugno dopo il lockdown. La mostra, curata da Célia Bernasconi al Nouveau Musée National de Monaco, mi ha dato l’occasione di immergermi in un mondo di pura meraviglia, popolato da ombre e figure in movimento.
Il mondo del belga Eugène Frey (Bruxelles 1864 – Courbevoie 1942), artista visionario e dimenticato, creatore dei décors lumineux à transformations, un sistema composito di proiezioni che associano tecniche pittoriche, fotografiche e cinematografiche per conferire alle scene teatrali variazioni cromatiche, luminose e formali. Sperimentazioni proto-cinematografiche, composte da un meccanismo artigianale di immagini in movimento che Frey sviluppa a l’Opéra de Monte-Carlo tra il 1904 e il 1938.

J. Demontrond, Eugène Frey et la machinerie des Décors lumineux, s.d.. Collection NMNM. Photo Andrea Rossetti, 2020
J. Demontrond, Eugène Frey et la machinerie des Décors lumineux, s.d.. Collection NMNM. Photo Andrea Rossetti, 2020

UNA MOSTRA ADATTA AL POST-LOCKDOWN

Ebbene questa esposizione – dopo aver inaugurato all’inizio di febbraio – riapre in uno scenario globale profondamente cambiato, in un momento in cui l’improvvisa comparsa di un virus capace di fermare tutto e tutti ci ricorda l’importanza di rivalutare il tempo, le pause, i silenzi. Ci ricorda che è quanto mai necessario tornare a un’arte capace di attenzione, ricerca, costruzione di nuovi e inediti scenari. Un’arte profonda e complessa, coraggiosa e sperimentale, lontana dal consumo veloce e superficiale.
Ecco, la mostra di un personaggio come Frey non potrebbe essere più sensata in questo momento, laddove le sue sperimentazioni – ben trecento opere su carta e oltre opere opere su vetro tra disegni, bozzetti, fotografie, diorami e maquette, tratte dalla collezione del Nmnm – entrano in connessione e dialogo con altri autori del XX secolo.
Penso ad Henri Rivière e Carand’Ache, a Emmanuel Cottier e Hans-Peter Feldmann, così come a Georges Méliès, Alexandre Alexeieff e Claire Parker, solo per citarne alcuni.

João Maria Gusmão, RGB, 2020. Photo Andrea Rossetti, 2020
João Maria Gusmão, RGB, 2020. Photo Andrea Rossetti, 2020

JOÃO MARIA GUSMÃO REINTERPRETA FREY

O con artisti del presente, come il portoghese João Maria Gusmão (Lisbona, 1979), chiamato dalla curatrice a realizzare una “conversazione” immaginaria e inedita con le opere di Frey, attraverso l’installazione Traveling without motion, un “micro-cinema a luce continua”, costituito da nove proiezioni meccanizzate che segue tutto il percorso espositivo. Una opportunità unica e preziosa, in questo periodo di complessità e sospensione, per viaggiare con la mente e il corpo negli spazi di Villa Palomba, sede del museo, trasformati fino al 30 agosto in luogo della rêverie, tra luci e ombre, realtà e immaginazione.
Chiudo tornando alla scena finale del film di Bergman, dove si recita un brano tratto dal prologo di Il Sogno – Una fantasmagoria (1927) di August Strindberg: “Tutto può avvenire, tutto è possibile e verosimile. Tempo e spazio non esistono, sopra un insignificante fondo realistico l’immaginazione trama e tesse nuovi modelli: un miscuglio di ricordi, di vicende, di libere invenzioni, di stravaganze e d’improvvisazioni”.

– Emilia Giorgi

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AutoreJoão Maria Gusmão
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Emilia Giorgi
Emilia Giorgi (Roma, 1977) è critica e curatrice di arti visive e architettura contemporanee. Dal 2002 al 2009 collabora con il MiBACT, tra le altre attività alla definizione del programma culturale del museo MAXXI di Roma, dove poi lavora dal 2010 al 2012. Come curatrice indipendente ha collaborato tra gli altri con La Triennale di Milano, la Fondazione Feltrinelli, il Centro Pecci di Prato, l’Istituto Centrale per la Grafica, la Fondazione VOLUME!, la Fondazione Pastificio Cerere (Roma). Nel 2015 cura la sezione Cut and Paste del Padiglione Italiano (diretto da Cino Zucchi) della Biennale di Architettura di Venezia. Autrice di numerosi saggi e pubblicazioni, scrive per le principali testate italiane, come Il Manifesto, Artribune, Flash Art, Domus, Abitare, Icon Design. Il suo libro più recente è "Giorni come stanze. Riappropriarsi della città" (Libria, 2020). Fa parte del direttivo dell’IN/ARCH Lazio.