Film da rivedere in quarantena. Her di Spike Jonze e il nuovo valore della tecnologia

0
4237

A farci compagnia, in questi giorni di ansia e di attesa, non sono mancati film capaci di correlare tematiche complesse a storie di tutt’altra natura: leggere, ironiche, divertenti; film capaci di restituirci un’immagine più nitida, una riflessione più accurata, un pensiero più critico.

La trama di Her (2013) di Spike Jonze è tutt’altro che scontata: in un futuro non troppo lontano, Theodore (Joaquin Phoenix) è uno scrittore che si guadagna da vivere elaborando lettere d’amore per conto di altri. La sua vita, oltre al lavoro, si divide tra videogiochi e chat telefoniche, unici due diversivi che riescono a distrarlo dal suo pensiero fisso: la fine del matrimonio con Catherine (Rooney Mara). Dopo aver provato a rapportarsi con altre donne, Theodore decide di acquistare un sistema operativo, “OS 1”, nonché una voce non umana di nome Samantha, e se ne innamora. A fare da sfondo, una Los Angeles nostalgica, una città senza auto ma perennemente frenetica e iperattiva.

COMUNICAZIONE TRA UOMO E MACCHINA

Dopo aver visto il film, ricordo ancora la sensazione di sospensione che mi attraversò; ero entusiasta, sorpreso da quel fluire continuo di colori, di energia, di ricordi, di suoni spenti. Ma quell’entusiasmo iniziale lasciò subito spazio a un’analisi necessaria, un’analisi che mette in risalto il rapporto tra l’uomo e la macchina, le difficoltà della comunicazione, l’alienazione delle idee e delle emozioni. Il pregio maggiore del film è di non voler raccontare un’impossibile storia d’amore, ma di mettere in scena le mutazioni del tempo e la vita comune di un “disperato”, consapevole delle proprie fragilità. Il personaggio che propone Spike Jonze è un vero archetipo dell’uomo moderno, una sorta di portavoce di una moralità collettiva, orientata all’innovazione e all’individualismo. Her altro non è che un ritratto della nostra contemporaneità; Theodore cammina per le strade di una Los Angeles distratta, osserva la gente che cammina con il proprio smartphone di ultima generazione, ripercorre i suoi ricordi, e infine cede a quella sfrenata giostra quotidiana, e si mimetizza con essa.

SE FOSSIMO COME I PERSONAGGI DI HER?

Eppure è incredibile come, a distanza di tempo, una pellicola possa racchiudere una duplicità di significati. Infatti, se in un primo bilancio si è demonizzato l’uso eccessivo della tecnologia, ponendoci spesso domande del tipo: “È questo che siamo diventati?” o “È questo che diventeremo andando avanti così?”, rapportando Her ai giorni nostri, e soprattutto al particolare momento che ci vede costretti a stare in casa, l’uso dei servizi informatici assume quasi una funzione terapeutica. La gente sui social ha voglia di approfondire, di capire le dinamiche che ha intorno; per un attimo immagini tratte da film, copertine di libri, citazioni cinematografiche e letterarie, tour virtuali nei musei, dirette Instagram di scrittori, cantanti, attori, registi, giornalisti hanno sostituito l’esibizionismo, la superficialità, la futilità di argomenti sterili e inconcludenti. Certo, bisogna anche dire che, nonostante il momento critico, non mancano fake news, tesi cospirazioniste, incertezze sul futuro, ma la sensazione è che ci sia un uso più consapevole della Rete. Almeno per il momento.

L’ATTUALITÀ DEL FILM

A ben sette anni di distanza, magari, riesce a essere più chiaro persino il bisogno di Theodore. Lui andava in cerca di emozioni, non di corpi, ma di certo appare alquanto improbabile poterle condividere con una voce di interfaccia. Forse, chissà, durante questa quarantena, starà avvertendo anche lui il desiderio di toccare con mano la carne intrisa di così tanta sacralità; forse avrà scoperto che dietro quella sua fragilità si celava qualcosa di più intimo, di più prezioso. Mantenendo un certo distacco da ciò che esula da un utilizzo irresponsabile dei social e approfondendo con particolare attenzione la realtà che ci circonda, possiamo scoprirci migliori di quello che noi stessi credevamo. Perché è questo il punto di partenza reale: il problema non è la tecnologia, ma l’uso che se ne fa.

Luigi Affabile

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Luigi Affabile
Luigi Affabile nasce in provincia di Napoli nel 1988. Dopo un'infanzia, divisa tra cartoni animati, videogiochi e film in bianco e nero in compagnia della nonna, si iscrive all'ITIS Enrico Medi di San Giorgio a Cremano (città nota per aver dato i natali a Massimo Troisi) dove consegue il diploma di perito elettrotecnico. Dopo svariati lavoretti, si appassiona alla lettura che, insieme al cinema, rappresenta il rifugio per difendersi dal mondo. Attualmente è impegnato nella ricerca della propria realizzazione personale, ma allo stesso tempo scrive per un magazine di arte e cultura e sogna una carriera da scrittore.