Jessica forever: il cinema sperimentale in prima visione alla Fondazione Prada di Milano

Il film sarà nuovamente proiettato presso la Fondazione Prada di Milano nelle giornate del 20 e del 27 luglio. Si tratta dell’opera prima dei registi Caroline Poggi e Jonathan Vinel

JESSICA FOREVER_Copyright Ecce films - ARTE France Cinéma
JESSICA FOREVER_Copyright Ecce films - ARTE France Cinéma

La Fondazione Prada di Milano, attraverso l’interessante programmazione del format “Indagine”, continua a dare spazio a prime visioni cinematografiche e a film non ancora distribuiti in Italia. Lo scorso 6 luglio è stata la volta di Jessica forever, un film fuori dagli schemi destinato a mettere in discussione le leggi convenzionali del cinema. A rendere ancora più stuzzicante la proiezione, presentata dal curatore Luigi Alberto Cippini, la presenza dei registi Caroline Poggi e Jonathan Vinel insieme all’attrice Aomi Muyok, nuova icona del cinema indipendente contemporaneo. Il film sarà nuovamente proiettato i prossimi 20 e 27 luglio.

JESSICA FOREVER_Copyright Ecce films - ARTE France Cinéma
JESSICA FOREVER_Copyright Ecce films – ARTE France Cinéma

CHI SONO I REGISTI DI JESSICA FOREVER

Uno degli aspetti più affascinanti della settima arte è sicuramente la sua indissolubile dipendenza dall’avanzamento tecnologico che ne garantisce non solo il rinnovamento, ma soprattutto la sua stessa sopravvivenza. Di questa peculiarità ne sono ben consapevoli i due giovani cineasti francesi Caroline Poggi (Ajaccio, 1990) e Jonathan Vinel (Tolosa, 1988) che, lo scorso anno, hanno diretto un film a dir poco anticonvenzionale. Jessica forever, questo il titolo della loro opera prima, è infatti un lungometraggio tanto atipico, per i canoni cinematografici tradizionali, quanto perfettamente aderente alle tendenze estetiche dei nostri giorni. L’immaginario dei due autori, rintracciabile già nei cortometraggi realizzati negli anni passati, attinge infatti da linguaggi extracinematografici come i videoclip, il mondo di Internet, i videogiochi, l’universo dei cosplayer o le riviste alternative di moda (Dust, King Kong o Dazed). La natura ibrida che compone il risultato visivo finale – fatto di font affilati, una fotografia estremamente curata e l’uso massiccio della grafica computerizzata – rappresenta qualcosa che non si vede spesso nelle opere cinematografiche, ma alla quale dobbiamo probabilmente cominciare ad abituarci. Le nuove generazioni del cinema, derivando appunto da terreni così contaminati, non possono che portare con sé non solo le cifre stilistiche tipiche dei media che hanno caratterizzato la propria crescita – sia creativa che culturale – ma anche e soprattutto una condizione psicologica non troppo rassicurante. L’intero film, tra una colonna sonora emotivamente coinvolgente che oscilla dalla musica lirica al genere doom metal, e la caratterizzazione generale dei personaggi, è difatti permeato da un forte sentimento depressivo che, volendo utilizzare un’espressione contemporanea molto cara alla dimensione di Internet, si potrebbe definire “edgy”, cioè lesionante, oscuro.

JESSICA FOREVER_Copyright Ecce films - ARTE France Cinéma
JESSICA FOREVER_Copyright Ecce films – ARTE France Cinéma

 LA TRAMA DEL FILM

Una inclinazione decisamente attuale riscontrabile anche in altri campi, come ad esempio quello delle arti visive (emblema assoluto l’opera Faust che ha valso ad Anne Imhof il Leone d’Oro alla 57° Biennale di Venezia). Nonostante la tenebrosità di fondo Jessica forever parla in realtà dell’utopia di poter fondare una nuova umanità, della volontà disperata di far andare ogni cosa per il verso giusto. Attraverso quest’ottica è quindi possibile intravedere un sentiero ottimistico, come suggeriscono anche i tempi dilatati e contemplativi o i paesaggi ariosi e idilliaci propri di una regione come la Corsica (principale location della pellicola). Personaggio cardine del film è per l’appunto Jessica, interpretata dall’affascinante Aomi Muyok (già protagonista indimenticabile del discusso LOVE di Gaspar Noè): una figura tanto enigmatica quanto protettiva, un curioso incrocio tra una madre tremendamente umana e una magica creatura ultraterrena. All’interno di una società così silenziosa da risultare inquietante, dominata da diffidenza e una sorveglianza spietata, Jessica si muove alla ricerca di alcuni ragazzi problematici, denominati “orfani”, nel tentativo di salvarli dall’intervento repressivo di ipertecnologici dispositivi militari. Ogni “orfano”, metafora di tutto ciò che non viene ritenuto conforme alle buone norme accettate dalla collettività, nasconde un passato torbido e violento che sta a Jessica assopire attraverso l’insegnamento della disciplina, della difesa (armata), dell’autocontrollo e dell’affetto verso il prossimo.

LE CITAZIONI

In un costante fluttuare tra realtà e finzione, introspezione e brutalità, tutto il film si basa sia sul bisogno incontrollabile di appartenere a una qualche famiglia che, soprattutto, sul pericoloso disagio provocato dall’esclusione. Sotto questo punto di vista Jessica forever può essere collocato all’interno di un filone cinematografico che ha come fulcro principale l’elemento del branco – evidenziato da rispettive ritualità e segni distintivi – che affonda le radici nella storia del cinema stesso: dai capolavori Freaks (diretto da Tod Browning nel 1932) e Arancia Meccanica (esplicitamente omaggiato tramite una citazione musicale), arrivando fino a opere più recenti come ad esempio Spring Breakers, di Harmony Korine, o La paranza dei bambini, di Claudio Giovannesi. La ricerca di un amore, di una accettazione non corrisposta che trova come unico sbocco l’esasperazione della violenza. È così che la divisa, l’uniforme, diviene l’affermazione di una identità collettiva, il sigillo che sancisce l’agognata inclusione all’interno di una comunità riconosciuta. Seppure l’opera possa risultare a tratti acerba – complici la conclusione gratuita e frettolosa di alcuni sviluppi narrativi o la realizzazione lievemente grossolana di certi effetti speciali in CGI – Jessica forever rappresenta senza dubbio una ventata di freschezza nell’odierno panorama cinematografico, un prodotto così ambiguo e accattivante da poter addirittura suggerire una strada percorribile per il futuro del cinema.

Valerio Veneruso

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Valerio Veneruso
Esploratore visivo nato a Napoli nel 1984. Si occupa, sia come artista che come curatore indipendente, dell’impatto delle immagini nella società contemporanea e di tutto ciò che è legato alla sperimentazione audiovideo.
Tra le mostre recenti alle quali ha partecipato: Multipli e Unici (Edicola Radetzky, Milano, a cura di REPLICA, 2019), VI Biennale di Incisione e Grafica Contemporanea (Galleria Civica dei Musei di Bassano del Grappa, 2019), Settima edizione del Premio Francesco Fabbri per le Arti Contemporanee (Villa Brandolini, Pieve di Soligo, a cura di Carlo Sala, 2018). 
Tra le principali esperienze curatoriali: le mostre collettive Le conseguenze dell’errore (TRA Treviso Ricerca Arte, 2019) e L’occhio tagliato (Casa Capra, Schio, 2018), il workshop L’occhio tagliato – il potere della manipolazione dell’immagine nell’era contemporanea (Circolo cinematografico The Last Tycoon, Padova, 2016), il ciclo di incontri TorchioTalks – Dialoghi tra arte grafica e arte contemporanea e la relativa esposizione collettiva TorchioFolks, (atelier Palazzo Carminati della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, 2015/2016). È inoltre fondatore, insieme a Davide Spillari, del progetto editoriale BANANE FANZINE e co-curatore delle prime due edizioni del festival di arti interattive Toolkit Festival (Venezia, 2011 – 2012).
Collabora con Kabul Magazine e NOT. Attualmente vive tra Torino e il web.