Al via la Biennale delle Immagini in Movimento. Parola ad Andrea Bellini

Dal 9 al 13 novembre Ginevra ospita la 15esima edizione della kermesse dedicata all’immagine in movimento. Ne abbiamo parlato con il suo direttore artistico.

Boris Mitic, still from Once Upon a Nothing, 2016 - courtesy Dribbling Pictures
Boris Mitic, still from Once Upon a Nothing, 2016 - courtesy Dribbling Pictures

Torna la Biennale ginevrina con protagonista il linguaggio cinematografico, confermando il carattere sperimentale e sempre più improntato alla ricerca che la caratterizza fin dagli esordi. Presente e futuro della rassegna nelle parole di Andrea Bellini.

La Biennale de l’Image en Mouvement giunge quest’anno alla sua 15esima edizione. Ha un format unico in grado di ibridare il mondo dell’arte e quello del cinema per creare uno spazio di ricerca e sperimentazione che nel 2016 ha prodotto 27 nuove opere. É stata una scelta o una necessità?
È stata una mia scelta dettata da una necessità. La Biennale delle Immagini in Movimento è nata a Ginevra nel 1984, in un periodo nel quale era piuttosto difficile avere accesso alla video arte: i musei e le gallerie private se ne occupavano poco, mancava l’interesse da parte del mercato. La Biennale, una delle prime di questo genere in Europa, ha avuto il merito storico di rendere accessibile la video arte ad un pubblico ampio. Quando sono arrivato a Ginevra nel 2012 e mi è stato chiesto di rilanciare la Biennale, mi sono chiesto in primis se avesse ancora senso una Biennale dedicata a un unico medium. In qualche modo mi sembrava un anacronismo, come una Biennale dedicata solo alla pittura per esempio. Soprattutto mi sono chiesto che senso potesse avere chiedere al pubblico di venire a Ginevra per vedere video già disponibili su ogni computer e mostrati altrove in altre occasioni. Oggi tutti hanno a disposizione la tecnologia necessaria per guardare le immagini in movimento, ovunque e in ogni momento. Ho pensato fosse più interessante commissionare e produrre opere nuove, lavorare a una Biennale costituita interamente di opere inedite, per trasformarla poi in un evento pluridisciplinare dedicato anche al cinema sperimentale, al documentario e alla performance.

Un’istituzione pubblica come la Biennale de l’Image en Mouvement diventa un protagonista importante nella produzione di film. A livello istituzionale hai avuto difficoltà a proporre questo approccio?
Non troppe difficoltà a dire il vero. Dopo la nostra prima edizione, quella del 2014, quando i giornali hanno parlato di Ginevra come la nuova Cannes della video arte si è creato subito un certo consenso attorno al progetto, e questo ci aiuta ovviamente anche nel rapporto con la politica.

Quando ti sei inventato questo format hai guardato al lavoro di case di produzione come Anna Sanders Films (fondata a Parigi dagli artisti Pierre Huyghe e Philippe Parreno, che produce e presenta film nel circuito dell’arte contemporanea e in quello dei festival cinematografici) o Amour Fou di Vienna?
Esistono diverse case di produzione pionieristiche e di grande qualità, Anna Sanders Films è una delle più interessanti. Tuttavia queste non hanno rappresentato per noi un modello, noi non siamo una casa di produzione, rappresentiamo piuttosto un evento ibrido che mette insieme una mostra d’arte (con installazioni video che si sviluppano su oltre 2.000 metri quadri di superficie), un film festival (con anteprime di film e documentari al Cinema Spoutnik, tutte le sere della settimana del vernissage), una casa di produzione, appunto (abbiamo prodotto o co-prodotto 27 nuove opere), e un festival di performance.
Rispetto alle “case di produzione” rappresentiamo un caso molto speciale, nel senso che noi non rivendichiamo diritti sulla vendita delle opere o sulla loro proiezione in sala. Chiediamo invece agli artisti di lasciare una copia fuori commercio dell’opera alla collezione d’arte contemporanea della città (FMAC), per poter conservare traccia di tutte le edizioni della Biennale.

Wu Tsang, production still, Duilian, 2016 - courtesy of the artist and Galerie Isabella Bortolozzi, Berlino
Wu Tsang, production still, Duilian, 2016 – courtesy of the artist and Galerie Isabella Bortolozzi, Berlino

Sempre più artisti lavorano con il video e le immagini in movimento, sia in ambito documentario sia con il cinema sperimentale. Un’attrazione e un dialogo che iniziano già con le Avanguardie artistiche, con Duchamp e Dalí, negli Anni Sessanta con Andy Warhol e Stan Brackage, e negli ultimi anni con Matthew Barney, Douglas Gordon, Tacita Dean, per ricordarne solo alcuni. Se prima si poteva parlare di un fenomeno di nicchia ora la situazione sta cambiando, pensi che in futuro il cinema d’artista possa avere una maggiore distribuzione?
Il problema della distribuzione è legato alla questione della domanda e quindi al tipo di prodotto. Per esempio Steve McQueen è un video artista che negli ultimi anni ha realizzato una serie di film come Hunger, Shame o 12 years a Slave pensati per la sala cinematografica. In effetti McQueen è l’unica persona che ha vinto nella sua carriera sia il Turner Prize, un premio delle arti visive, sia un Oscar per 12 years a Slave. I suoi film hanno avuto una distribuzione planetaria e un notevole successo presso un pubblico a digiuno di arte contemporanea. Lo stesso accade con Apichatpong Weerasethakul, i suoi film sono stati mostrati in festival come Cannes (dove nel 2010 il suo Oncle Boonmee, celui qui se souvient de ses vies antérieures ha vinto la Palma d’oro) e sono generalmente distribuiti in sala. Poi ci sono artisti più giovani come Gabriel Abrantes, Benjamin Crotty, Salomé Lamas, Alexander Carver, Daniel Schimdt o Evangelia Kranioti – solo per fare qualche nome – che realizzano dei film narrativi, ma non ancora adatti per la grande distribuzione. Le loro opere vengono mostrate in gallerie, musei, e soprattutto in alcuni film festival particolarmente attenti al cortometraggio e al cinema sperimentale. Penso al Festival international de cinéma a Marsiglia, al festival di cortometraggi Côté court a Pantin, a CPX DOX a Copenaghen, al Forum expanded della Berlinale, e agli storici festival del corto metraggio di Oberhausen in Germania e al festival di Rotterdam.

Qual è il vostro rapporto con gli artisti?
Credo che i lungometraggi per il cinema realizzati dagli artisti aumenteranno in modo graduale e quindi i confini del loro pubblico si amplieranno. Noi cerchiamo di aiutare gli artisti nella fase iniziale della loro carriera, per i lungometraggi l’economia che entra in gioco è un’altra. Spira Mirabilis di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, da noi sostenuto, è stato invitato in concorso al Festival del Cinema di Venezia, in Italia è già uscito in sala, in Svizzera uscirà a marzo, e nella seconda parte dell’anno uscirà nei paesi del nord Europa. Ci sono diversi distributori che scommettono e investono in opere sperimentali, e anche grazie a loro il pubblico dei film d’artista si sta progressivamente allargando.

Puoi parlarci delle opere che avete prodotto o co-prodotto? Avete cercato un equilibrio tra lavori che hanno temi di carattere sociale (penso a Exquisite Corpse di Kerry Tribe sul fiume di Los Angeles, o a The Challenge di Yuri Ancarani riguardante il Qatar, o a Usine à divertissement di Bertille Bak sull’industria del turismo in diversi paesi) con altri maggiormente legati alla prassi artistica performativa, come accade nel lavoro di Emily Wardill?
In realtà non cerchiamo equilibri particolari e non pensiamo mai in quale “casella tematica” è opportuno inserire le opere che produciamo. Partiamo sempre da una selezione degli artisti che ci sembrano più interessanti, poi studiamo i progetti, li finanziamo e seguiamo la produzione dell’opera fino alla sua presentazione. Per questa edizione ho chiesto alle mie tre co-curatrici di prestare attenzione al panorama artistico femminile, sempre più ampio e sempre più interessante. Oltre il 70% degli artisti di questa biennale sono delle donne. Mi piace l’idea di avere uno sguardo femminile sul mondo contemporaneo.

Spira mirabilis di D’Anolfi Parenti è uno dei film da voi prodotto, film che ha vinto il Green Drop Award, ex-aequo con Voyage of Time di Terrence Malick alla 73esima edizione del Festival del Cinema di Venezia. Avevate ricevuto molte proposte di film da produrre? È stato difficile giungere alla selezione finale?
Spira Mirabilis è un film in cinque movimenti sul tema dell’immortalità, un film che racconta le grandi ambizioni del genere umano, la sua capacità di sognare e di superare la morte grazie alla cultura, all’arte, al sogno. È un film straordinario, ed è stata una bellissima sorpresa per noi vederlo in concorso al Festival del Cinema di Venezia. Siamo noi che scegliamo gli artisti e le opere da produrre, quindi la procedura è meno complessa di quello che sembra.

Yuri Ancarani, still from The Challenge, 2016
Yuri Ancarani, still from The Challenge, 2016

Quali lavori presenterete al MAMCO?
Presenteremo i lavori di Bertille Bak, Phoebe Boswell, Pauline Boudry & Renate Lorenz, Alessio Di Zio, Brian Bress e Cally Spooner. Pauline Boudry & Renate Lorenz, cosi come Cally Spooner, oltre ai video presenteranno due performance.

Vi è anche una programmazione di performance, appunto. Saranno documentate per consentirne la visione anche a chi non potrà essere presente a Ginevra?
Sì, certo, filmeremo tutto grazie alla nostra partnership con la HEAD di Ginevra, l’accademia di arte, design e cinema della città. Wu Tsang e Boychild presenteranno la loro performance, dal titolo You sad legend, all’interno di un club, lo Zoo, in occasione del party ufficiale della Biennale.
Questo è un evento che consiglio di vedere dal vivo, come gli altri d’altronde. Se qualcuno dei vostri lettori è interessato a partecipare può prenotarsi scrivendo al Centro d’arte contemporanea, l’ingresso è gratuito ma i posti sono limitati. John Armleder e Stephan Eicher, per la prima volta realizzeranno un lavoro insieme. Sono piuttosto riservati sulla loro performance, noi sappiamo solo che rivisiteranno alcune storiche performance Fluxus di Armleder…

La Biennale de l’Image en Mouvement lascia agli artisti carta bianca per la creazione delle proprie opere, mettendo in discussione la figura del curatore, però i curatori ci sono (Caroline Bourgeois, Cecilia Alemani, Elvira Dyangani Ose, tu stesso). Puoi spiegare meglio questo approccio che sembra essere un po’ contraddittorio?
I curatori ci sono e hanno l’importante ruolo di selezionare gli artisti ai quali donare i fondi per produrre le opere. Diciamo che io chiamo questo nuovo format della nostra Biennale “pre-curatoriale o post-curatoriale”, come preferisci, perché non ho voluto che avesse il solito “tema” curatoriale. Mettiamo al centro dell’attenzione le opere e non chiediamo a queste l’impresa impossibile di illustrare temi curatoriali posticci, e, anche in questo caso, ci distinguiamo da tutte le altre biennali. Al centro della nostra biennale non c’è il curatore e il suo progetto, ma gli artisti e le loro opere.

In quanto docente alla NABA di Milano penso sia estremamente importante la vostra attenzione all’aspetto formativo. Puoi parlarci di BIM Special Projects: Generations?
Generations è un progetto che lanciamo quest’anno per la prima volta. Mi interessava creare una sorta di concorso dedicato alle scuole internazionali di arte e di cinema. Ne abbiamo selezionate dodici in tutto il mondo (tra cui School of the Arts Institute Chicago, Whitney Independent Study Program, Le Fresnoy – Studio National des Arts Contemporains) e abbiamo chiesto ai direttori di mandarci cinque delle migliori opere prodotte dai loro studenti. Una prima commissione ha selezionato le dieci opere che saranno mostrate durante la Biennale, e il giorno dell’inaugurazione una seconda commissione sceglierà l’opera vincitrice. All’artista daremo 10.000 franchi svizzeri come contributo alla produzione di una nuova opera.

Per gli artisti il desiderio e la volontà di fare film e di ricondurli all’interno delle modalità espositive tipiche dell’ambito creativo è sempre più diffuso. Pensi che nel momento in cui il cinema “occupa” un luogo dell’arte possa assumere nuove forme e espandersi in modo nuovo?
L’idea che il cinema “occupi” qualcosa mi sembra un’espressione troppo militare e forse lontana dalla realtà. Credo che il mondo del cinema possa beneficiare del contatto con il mondo dell’arte. La mia impressione è che la distinzione tra questi territori sia sempre meno netta.

Boris Mitic, still from Once Upon a Nothing, 2016 - courtesy Dribbling Pictures
Boris Mitic, still from Once Upon a Nothing, 2016 – courtesy Dribbling Pictures

E se i musei sono sempre più interessati a ospitare mostre dedicate a registi, penso a Eye a Amsterdam per fare solo un esempio, anche il mercato dell’arte è interessato ai film d’artista. Da qualche anno le più importanti fiere d’arte internazionali come Art Basel e Frieze presentano rassegne di film d’artista nelle sezioni “eventi collaterali”. Voi avete contatti e/o relazioni con fiere e gallerie d’arte? Oltre a Ginevra, dove sono presentate le opere da voi commissionate e prodotte?
La nostra Biennale non ha relazioni con le fiere o le gallerie d’arte. Abbiamo relazioni con altre istituzioni museali e case di produzione. Per esempio in Italia lavoriamo molto con Palazzo Grassi, e uno dei co-produttori della nostra Biennale è In Between Art Film, di Beatrice Bulgari. Un altro co-produttore è la Fondazione Faena Art, con sede a Buenos Aires e Miami.
I rapporti con le istituzioni sono legati al carattere itinerante della Biennale. La Biennale del 2014 è stata presentata nel Teatrino di Palazzo Grassi e al Museum of the Old and New Art in Tasmania, mentre i singoli lavori prodotti da noi sono stati presentati in musei, biennali e film festival internazionali. Tra questi cito solo alcune : la Serpentine Gallery a Londra, lo Swiss Institute di New York, lo Stedelijk Museum di Amsterdam, il Serralves di Oporto, il Centre Pompidou, la Tate Modern, la Jumex foundation in Messico, il Kyiv Cinema festival in Ucraina, il festival del cinema europeo di Siviglia, il festival del cinema di avanguardia di Atene, il festival internazionale di La Roche-sur-Yo, la Berlinale, il Locarno Film Festival, lo Short Film Festival di San Paolo, il Rotterdam Film Festival, il festival di Oberhausen, la Biennale de Kochi in India, la Biennale de Gothenburg, ecc..

Quali tappe prevede l’edizione 2016?
La Biennale del 2016 sarà presentata in Italia a Palazzo Grassi e allo Schermo dell’arte Film Festival di Firenze, il prossimo novembre, poi a Miami a dicembre. Nel 2017 il tour della Biennale continua a febbraio negli spazi espositivi (UQAM) dell’Università del Québec, e a maggio presso la Faena Art Foundation e negli spazi di Investigaciones en Arte y Cultura (Untref) dell’Università di Buenos Aires. Vedremo in seguito in quali contesti saranno invitate le opere da noi prodotte una volta inaugurata la Biennale qui a Ginevra.

Lorenza Pignatti

www.centre.ch

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