Creed: il risveglio di Rocky Balboa

“Eh no, l’ennesimo episodio della saga di Rocky Balboa proprio non voglio vederlo”. In molti se le sono ripetuto, e hanno disertato le sale cinematografiche che davano “Creed”. Ma è stato un errore di valutazione. Ecco perché, secondo il nostro Christian Caliandro.

Ryan Coogler, Creed (2016)
Ryan Coogler, Creed (2016)

UN FILM MALINCONICO
Hanno perfettamente ragione tutti coloro che hanno sottolineato quanto Creed – Nato per combattere sia in realtà, contrariamente alle apparenze spaccone, un film delicato. Nell’opera seconda di Ryan Coogler – dopo la rivelazione di Fruitvale Station (2013), apologo sulla violenza della polizia contro i neri in America, ispirato a un fatto realmente accaduto – Sylvester Stallone dismette finalmente il ruolo dell’eterno “ritornante”, del campione che non vuole arrendersi allo scorrere del tempo e della vita.
E si abbandona pienamente a quella nostalgia, a quel rimpianto, a quella malinconia che ce lo avevano fatto amare in alcune scene degli ultimi episodi – le parti, sempre troppo compresse, dedicate ai ricordi e alle rievocazioni, magari in compagnia di un brillo Paulie. E qui Rocky ci appare finalmente per quello che è, e che forse è sempre stato fin dal fulminante (e inarrivabile) esordio del 1976, fotografato tra muri diroccati e squallide periferie, immerso nell’odore di sudore e povertà, con il cappello calato e l’andatura dinoccolata di uno sconfitto dell’esistenza – baciato per un attimo, uno solo, dalla fortuna.


IMBOLSITO E QUINDI UMANO
Qui il cappello è leggermente cambiato, ma la sconfitta è sempre quella. Più amara, perché la fine si avvicina. La fine è la malattia, il dolore, l’ospedale; il corpo – che è stato vanto, simbolo incontrastato degli Anni Ottanta e strumento – in disfacimento. Si disfa come il suo volto mentre finalmente si lascia andare al sentimento rabbioso della perdita, l’ingiustizia assoluta che continua sempre a tormentarci nonostante ci diciamo che il tempo guarirà le ferite (e non è vero, mai): “Tutto quello che avevo… non c’è più. Resto solo io”. A dirlo è l’eroe visto e rivisto da bambini, alle elementari, su VHS consumati a furia di mandarli indietro e avanti nelle sequenze più epiche; l’eroe stampato su bandiere, diari, quaderni; l’eroe che ci diceva nella veglia e nel sogno di non mollare mai, di combattere sempre e di rimanere sempre in piedi – e anche se noi non sapevamo esattamente che cosa volesse dire, presentivamo che fosse qualcosa di importante, da conservare gelosamente.
Bene, adesso lo sappiamo. E adesso il vecchio Rocky si ricongiunge magicamente – grazie all’intervento del figlio, o meglio sarebbe dire della reincarnazione, del suo amico morto – al giovane degli inizi, già arreso, picchiatore per conto di un mafiosetto dei sobborghi. Il vicolo cieco sembra il medesimo, ma la strada aperta qui è la comprensione della vita e del fallimento che essa sembra incarnare. Proprio quell’imbolsimento che Stallone aveva cercato di camuffare negli episodi precedenti, salendo in prima persona sul ring per dimostrare sempre e comunque di non essere finito, è qui vissuto invece con disincanto e serenità. Ed è questa, in fondo, la forza del film. Cercare nello spin-off di una mitologia inversa – quella di Creed, l’avversario-amico per definizione – lo scandaglio della parte più segreta dell’anima di Rocky: il personaggio vive con pienezza la fine, non ne è più amareggiato o sopraffatto.

Ryan Coogler, Creed (2016)
Ryan Coogler, Creed (2016)

UNA CARICA VITALE INESAUSTA
Adonis è la sua famiglia, in una circolarità che ci piace senza per questo rassicurarci: Adonis che conferisce nuova vita a queste strade così sporche e vere – la scena in cui corre con il corteo di motocross che impennano, e la processione si ferma sotto la casa del campione per un festoso omaggio, vale quasi da sola il film. Perché queste scene, che faranno sicuramente storcere il naso a più di uno spettatore colto e raffinato, recuperano e racchiudono in versione aggiornata il segreto che ci faceva stare svegli di notte: la carica vitale che Rocky possiede e che è in grado di donare a tutti i suoi ammiratori.
Così, anche noi insieme al figlio di Apollo sogneremo sempre di mimare i colpi del leggendario incontro, sovrapponendo il nostro braccio e il nostro corpo a quello del mito che continua e continuerà sempre a guidare – con tutta la sua naïveté, generosità, umanità, comprensione – il nostro gusto, le scelte, la disposizione d’animo nei confronti del mondo.

Christian Caliandro

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #30

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).