“La Capitale non è solo un museo a cielo aperto!” Parla l’ideatrice del progetto Romadiffusa
Riconfigurare la narrazione della Città Eterna oltre i soliti cliché. Maddalena Salerno ci racconta la manifestazione che, lungi dall’essere un semplice festival, si propone come incubatore culturale attivo tutto l’anno per creare connessioni, valore e comunità
È ormai dal 2022 che due volte all’anno Roma viene animata da insolite vibrazioni. Concerti in orari e luoghi inaspettati, workshop nelle strade, botteghe artigiane aperte al pubblico. Si tratta di Romadiffusa, manifestazione multidisciplinare ideata per riconfigurare la narrazione della Città Eterna oltre la ben conosciuta etichetta di “museo a cielo aperto”, attraverso la promozione della cultura in forme inedite e trasversali.
Un festival che per 5 giorni, in autunno e in estate, anima alternativamente il centro storico e un altro quartiere della città con eventi creativi di varia natura. Di giorno: workshop con artigiani, artisti, talk, visite guidate, e attività rivolte ai più piccoli; di sera: concerti, dj set e performance artistiche in location storiche, tra cui alcune anche solitamente chiuse al pubblico. Dato il successo delle scorse edizioni, quest’anno Romadiffusa si arricchisce di un nuovo vivace spin off, una due giorni tutta diurna a San Lorenzo, così, per approfondire i retroscena di questa manifestazione sui generis, che si comunica per lo più attraverso i social e il passaparola, ne abbiamo parlato direttamente con Maddalena Salerno, ideatrice e co-founder di Romadiffusa, nonché founder di Bla studio.

Intervista a Maddalena Salerno co-founder di Romadiffusa
Cominciamo dal principio, come e quando è nata Romadiffusa?
Romadiffusa nasce da un immenso amore per la città e, quindi, dal desiderio di contribuire a cambiare il modo in cui viene percepita, vissuta e raccontata. È partito dopo il covid, quando era fortissimo il bisogno di ritornare negli spazi pubblici, per riscoprire strade, cortili e piazze. Più che a un semplice festival volevamo dare vita a un processo di city branding – come amiamo definirlo – che non si esaurisce nei giorni della kermesse ma dura tutto l’anno – per contribuire a riconfigurare la narrazione della città, dimostrando che, oltre ad essere ammirata, si presta a essere vissuta e attraversata.
Come si è sviluppato il progetto?
Conoscenza e mappatura capillare del territorio urbano sono alla base di Romadiffusa. In ogni edizione andiamo letteralmente a bussare alle porte di artigiani, artisti, laboratori, insomma delle realtà che vogliamo coinvolgere per poi creare una vetrina in cui le stesse si possano raccontare. E per approfondire al massimo abbiamo deciso di svilupparlo per quartieri. Del resto, Roma è talmente ampia che sarebbe riduttivo raccontarla nell’insieme.

Come scegliete i quartieri in cui ambientare le varie edizioni della manifestazione?
In base a quello che hanno da raccontare e da mostrare. Siamo partite da Trastevere, lato Ripa, l’area meno turistica e nota del quartiere, tutt’ora sede di laboratori artigiani e realtà incontaminate. Dopodiché, come seconda tappa, il centro storico era doveroso. Dato che è saturo di turisti, ci sembrava importante restituirlo ai cittadini in maniera speciale. Scelta tanto efficace che la grande edizione in centro è diventata il simbolo della manifestazione e si ripete ogni anno a ottobre, portando la cultura, nelle sue diverse sfaccettature, in piazze, strade, cortili generalmente chiusi…

Interessante, ci puoi dire di più sulla natura multidisciplinare del progetto? Come scegliete i contenuti?
La varietà dei contenuti è strettamente legata alla vocazione inclusiva della manifestazione. Romadiffusa si rivolge principalmente ai cittadini, senza escludere visitatori internazionali interessati a scoprire – senza fretta – i luoghi meno scontati della città. In linea con la nostra mission, vogliamo promuovere la cultura a trecentosessanta gradi andando a coinvolgere target diversi; per questo il programma – sempre molto vasto – si compone di momenti diurni, serali e notturni, con workshop; tour del quartiere; contenuti musicali e performativi.
Come riuscite a dare spazio e visibilità a tante realtà così eterogenie?
Sostanzialmente percorriamo due strade parallele; da una parte lanciamo un’open call in cui chiediamo ai creativi di proporsi, presentandoci la candidatura; dall’altra, cerchiamo i luoghi compatibili con i diversi interlocutori. Il lavoro di curatela sta proprio nel creare match efficaci, coerenti e funzionali, tra location e i contenuti.
Come selezionate gli artisti?
I criteri sono molteplici, cerchiamo di privilegiare artisti emergenti, di ricerca, ancora poco noti; anche perché un’altra caratteristica di Romadiffusa è la gratuità della maggior parte degli eventi e dato che vogliamo mantenerla, chiaramente preferiamo fare attività di talent scouting (nazionale e internazionale), piuttosto che attingere a nomi dal mainstream.
Com’è la risposta del pubblico?
Ha superato qualsiasi aspettativa, ha sorpreso persino noi. C’è stato un grandissimo seguito, dimostrando che è un festival molto sentito dai romani. All’ultima edizione di ottobre in centro abbiamo registrato oltre 80.000 presenze in cinque giorni. E su Instagram Romadiffusa è uno dei festival con maggior engagement. Insomma, si è formata una community affiatata.
Ci anticipi qualcosa sulla prossima edizione?
Certo! Si tratta di uno spin-off diurno a San Lorenzo, sabato e domenica 21-22 marzo; e, dato che si svolge in un quartiere cardine per l’arte contemporanea, sia in termini storici per la presenza del Pastificio Cerere; sia per la crescita dell’ultimo periodo, con l’apertura di gallerie; spazi indipendenti e realtà internazionali come la Soho House e il Social Hub, prevede un programma focalizzato sull’arte, con open studio, laboratori, mostre e visite in collaborazione con gli artisti.
E poi, avete qualcos’altro in cantiere?
In realtà stiamo già lavorando alla prossima grande edizione di giugno che sarà all’Esquilino, con un programma molto fitto che comprenderà concerti, performance, talk; eventi serali oltre che diurni.
Qual è stata finora la sfida più grande che avete affrontato?
Senza dubbio la questione burocratica, considerando che Romadiffusa nasce non dico per sovvertire ma quantomeno per ampliare gli schemi di fruizione esistenti, non è stato semplicissimo convincere le istituzioni ad aprirsi alle nostre istanze contemporanee. E siamo davvero soddisfatti di aver portato la musica sperimentale nella Biblioteca Vallicelliana, a Sant’Ivo alla Sapienza; il rock a Palazzo Altemps e una maratona di pianoforte a Palazzo Braschi. Oggi possiamo dire che anche le istituzioni hanno iniziato ad appoggiarci, avendo compreso il valore del progetto come vetrina e rete di scambio per sfaccettate realtà.
Un’ultima domanda, che forse esula un po’ dal seminato, in questi giorni state animando anche Arsenale Cenci, giusto?
Esatto, quella è un’attività che portiamo avanti come Bla Studio, società di comunicazione eventi specializzata in format culturali sul territorio e di cui Romadiffusa è praticamente una costola. Arsenale Cenci rientra nel programma Out of Bla con cui proponiamo contenuti culturali di ricerca in location insolite. La particolarità è che il programma è per lo più segreto, sveliamo i dettagli delle serate solo all’ultimo su Instagram, per cui il pubblico viene perché è curioso e ha fiducia in quello che facciamo.
Ludovica Palmieri
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