Il nuovo Museo Giansone a Sant’Ambrogio di Torino riporta d’attualità lo scultore che ispirò il libro La donna della domenica

Dedicato allo scultore Mario Giansone il nuovo museo racconta la storia dell’artista che ispirò il libro de La donna della domenica di Fruttero e Lucentini

A cinquant’anni dall’uscita del film di Luigi Comencini, La donna della domenica è riapparsa in pubblico in una duplice veste. Nel dicembre scorso era stata Jacqueline Bisset, che nel 1975 aveva interpretato il ruolo di Anna Carla Dosio, a ritornare a Torino dopo mezzo secolo, in occasione del Film Festival, per raccontare aneddoti del set condiviso con Marcello Mastroianni e Jean-Louis Trintignant.

Ma la vera donna della domenica, quella che fu la “musa” ispiratrice di Fruttero e Lucentini, autori del best seller letterario da cui è stato tratto il film, non aveva in origine le fattezze eleganti e sfuggenti dell’attrice inglese. Si tratta, più semplicemente, di una statua in marmo rosa e onice che adesso si può ammirare nel nuovo Museo Mario Giansone a Sant’Ambrogio di Torino.

Dalla scultura al libro e al film

Mario Giansone, uno dei grandi dimenticati dell’arte italiana del secondo Novecento, la realizzò nel 1956/57. Il collegamento con il romanzo e poi con il film di Comencini sta nella profonda amicizia fra i due scrittori e Mario Giansone. Carlo Fruttero e Franco Lucentini avevano l’abitudine di frequentare l’atelier dello scultore in via Messina – zona di marmisti attorno al Cimitero Monumentale – ed è qui che probabilmente videro quella figura di donna stilizzata da cui trassero ispirazione per il titolo del fortunato romanzo. Dalle pagine alla pellicola il passaggio fu quasi inevitabile, perché La donna della domenica e altre opere di Giansone si possono osservare in una delle scene iniziali del film, quella ambientata nella casa di Anna Carla Dosio, la protagonista del romanzo: una moglie annoiata dell’alta borghesia torinese in cerca di qualche brivido in grado di ravvivare le giornate alla vigilia delle vacanze estive.

La presenza, non casuale, delle opere di Giansone nel film di Comencini dice molto sulla fortuna di cui lo scultore torinese godeva in quel periodo. Siamo agli inizi degli anni Settanta, e già più di un decennio prima Giansone aveva esposto alle Quadriennali di Torino e Roma. Successivamente aveva avuto commissioni per l’Auditorium RAI e la Galleria d’arte moderna aveva acquistato sue opere che figuravano anche in alcune prestigiose collezioni, come quelle delle famiglie Agnelli e Pininfarina. Alla pubblicazione della monografia sull’artista, con testo di Giuseppe Marchiori segue, nel 1965, la grande personale alla Galleria La Bussola di Torino. Personaggio talentuoso ma dal carattere non facile, nel 1966 Mario Giansone rifiuta la partecipazione alla Biennale di Venezia e poi nega un’opera a Peggy Guggenheim dicendo “io non regalo niente a nessuno”. Atteggiamenti indipendenti che probabilmente lo condannarono poco a poco all’oblio, fino alla morte sopraggiunta nel 1997 (era nato nel 1915).

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A quasi trent’anni dalla morte nasce il museo a lui dedicato

Da allora, la sua figura è stata ricordata sporadicamente: nel 2016 con una mostra a Palazzo Saluzzo di Paesana e l’anno successivo con un’esposizione dedicata ai suoi gioielli in oro a Palazzo Madama, ma l’artista torinese è stato sostanzialmente dimenticato per quasi trent’anni. Solo una targa posta dal Comune nel 2016 in via Montebello 15 (angolo via Gaudenzio Ferrari, sotto la Mole Antonelliana) ricorda la casa dove lo scultore visse a lungo. Non lontano dall’Istituto statale d’arte di via della Rocca (poi Liceo Artistico Aldo Passoni) luogo di insegnamento per un trentennio.

Dopo la sua morte, la conservazione e valorizzazione delle opere si deve a Giuseppe Floridia, amico e collezionista, oltre che presidente della Fondazione Mario Giansone, venuto a mancare all’inizio di maggio, pochi giorni dopo l’inaugurazione del nuovo museo di Sant’Ambrogio a cui aveva dedicato tutte le sue energie.

Nei suggestivi ambienti dell’ex Maglificio Bosio, un opificio ottocentesco ai piedi della Sacra di San Michele, hanno trovato posto più di 250 opere tra sculture, quadri, xilografie, disegni, incisioni, litografie, stencil e arazzi che testimoniano l’ampia ricerca di uno dei protagonisti più originali dell’arte italiana del Novecento. Nelle sette sale, su una superficie complessiva di 750 metri quadrati, si ha modo di approfondire i temi che appassionarono Giansone nel corso della sua attività: il jazz come espressione di dinamismo, i disastri della guerra, la fascinazione per le innovazioni della tecnologia, i gatti e naturalmente le figure femminili. Un capitolo a parte meritano le bellissime Sculture da indossare, una serie di microsculture in oro fuso a cera persa che Giansone realizzò fra 1972 e il 1980, prevedendo anche degli altrettanto preziosi contenitori scolpiti in legni rari (ebano, mogano, paduk).

Il nuovo Museo Giansone a Sant’Ambrogio di Torino riporta d’attualità lo scultore che ispirò il libro La donna della domenica
Sant’Ambrogio di Torino. Museo Giansone. La grande madre, 1982

ll testamento artistico e spirituale

Il nucleo centrale dell’arte di Giansone sono le sculture in pietra e in marmo, spesso nate dalla lavorazione dei materiali più duri e ostici da sbozzare. La sua idea di scultura è quella “per via di tòrre” di ascendenza michelangiolesca. Come per l’artista rinascimentale, Giansone è convinto che l’essenza della scultura stia nella sottrazione: l’opera d’arte – l’idea – è già all’interno della materia, lo scultore deve liberare la figura imprigionata nel marmo o nella pietra. Si contrappone alla scultura “per via di porre”, propria della modellazione in argilla, stucco o cera, dove la forma viene creata aggiungendo materiale strato dopo strato. Giansone utilizza un linguaggio basato sulla composizione dei volumi, dove il “vuoto” assume la stessa dignità e sostanza della materia, realizzando le sue sculture senza disegno o bozzetto in gesso.

Esemplare per comprendere la riflessione creativa dell’artista torinese, è Opera Omnia, l’ultimo grande gruppo scultoreo realizzato da Giansone negli anni Ottanta (con studi iniziati già nel 1977). L’opera è composta da 18 blocchi che circondano un blocco centrale, “Il decapitato”, che allude alla perdita di coscienza dell’umanità. Nell’insieme rappresenta il testamento artistico e filosofico e racconta il divenire dell’universo, dalla creazione all’apparizione dell’uomo fino al percorso inverso e al destino ultimo della sua implosione. Dopo aver attraversato l’intera storia dell’universo e dell’umanità, Giansone pone al centro non un trionfatore, non un dio, non un eroe ma un corpo mutilato, esposto, condannato.

Il nuovo CDA della Fondazione, nominato dopo la scomparsa di Giuseppe Floridia, vede ora alla presidenza Dario Fracchia, affiancato dal vicepresidente e curatore Marco Basso. Del comitato scientifico fanno parte nomi ben conosciuti della critica d’arte e del management culturale, come Angelo Mistrangelo e Luigi Ratclif. L’obiettivo è valorizzare e far conoscere il Museo Giansone, non solo come sede museale, ma anche come spazio di cultura, centro di ricerca, dialogo e programmazione culturale.

Dario Bragaglia

Museo Giansone
Via Sestriere, 1, Sant’Ambrogio di Torino
fondazionegiansone.com

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Dario Bragaglia

Dario Bragaglia

Dario Bragaglia si è laureato con Gianni Rondolino in Storia e critica del cinema con una tesi sul rapporto fra Dashiell Hammett e Raymond Chandler e gli studios hollywoodiani. Dal 2000 al 2020 è stato Responsabile delle acquisizioni documentarie e…

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