L’intelligenza artificiale come macchina perturbante è in mostra in un rifugio antiaereo di Firenze 

Sognò di essere un'IA l’artista e filosofo Francesco D’Isa che da anni lavora con questo medium rivelando, nella mostra “Laternt Rooms” a Rifugio Digitale, i perturbanti esisti che possono scaturire della collaborazione tra essere umano e IA generative

Latent Rooms, la personale di Francesco D’Isa a Rifugio Digitale a Firenze, mette in mostra il perturbante esito della collaborazione tra essere umano e IA generative. 

Nel rifugio antiaereo che ospita la galleria Rifugio Digitale di Firenze, gli schermi ordinati lungo le due pareti si animano a turno, come quadri che improvvisamente prendano vita. Mostrano brevi opere di videoarte realizzate attraverso vari modelli di IA generativa, ritagliate e montate dall’artista e filosofo Francesco D’Isa (Firenze, 1980) e qui raccolte per la sua personale Latent Rooms. Immagini e voci sembrano infestare lo spazio espositivo. 

Lo spazio latente in Francesco D’Isa in mostra a Rifugio Digitale di Firenze 

“Lo spazio latente è lo spazio di tutte le rappresentazioni possibili con l’IA che stai usando” spiega D’Isa, che ormai da anni sperimenta con IA generative text-to-image come Midjourney, ottenendo immagini su cui poi ora lavora ulteriormente con le recenti IA text-to-video come Seedance 2.0“Queste rappresentazioni possibili sono moltissime, ma finite. Con i vari comandi diamo una direzione, identifichiamo e creiamo un punto in questa mappa. Un punto che nasce in quel momento: non è che l’immagine già esista dentro l’IA”. Le opere di D’Isa sono immediatamente riconoscibili. La luce si diffonde come sullo schermo di un televisore a tubo catodico, sfumando le figure attraverso interni domestici deprimenti, paesaggi rurali ed esplosioni di elementi floreali. Le donne sono bellissime, rinascimentali, infantili, disperate, misteriose. Gli scenari notturni, richiamo a dimensioni oniriche, sono costruiti su azzurri e ocra. “Semplicemente tendo verso un mio immaginario” ci dice D’Isa, che ora lavora affinando i modelli di IA sulle sue precedenti opere, sempre realizzate con IA generative. “Ormai sono un cannibale”

Francesco D'Isa, foto di Valeria Mottaran
Francesco D’Isa, foto di Valeria Mottaran

L’estetica dell’errore di Francesco D’Isa negli spazi di Firenze 

Sui social vengono quotidianamente pubblicati sconclusionati video che dovrebbero mostrare che “Hollywood è finita” perché oggi le IA generative sarebbero capaci di generare film a un livello comparabile a quello di aziende come Pixar di Disney. Ma questi video sarebbero impossibili senza le opere della Pixar che costituiscono il loro data set (l’archivio su cui le IA vengono addestrate) e sono ancora ben lontani da quello che ci si aspetta da simili produzioni commerciali. Le opere di D’Isa vanno in una direzione totalmente diversa, avvicinandosi alla glitch art: non cercano in alcun modo di nascondere il fatto di essere state realizzate con IA generative, anzi sarebbe difficile realizzarle con qualsiasi altra tecnologia. Non solo ne accettano elementi che altrove sarebbero visti come errori, ma li trattano come la loro firma, come l’elemento più caratterizzante. “La parola finale la ho io, ma cerco di essere il più aperto possibile all’imprevisto” racconta D’Isa. “I video li faccio quasi sempre con gli scarti. Se vuoi realizzare una scena precisa, impazzisci. Io non parto dicendo che voglio esattamente una certa cosa: provo a dare direzioni, a vedere cosa arriva. A volte ritornano errori, cose senza senso, ed è con pezzetti di questi errori che poi lavoro”. 

Dall’errore all’orrore, l’AI nella visione di Francesco D’Isa 

Questo approccio all’errore arriva a D’Isa attraverso tradizioni orientali come il buddismo Chán/Zen e il taoismo. Come gli arriva una certa idea di scarto tra la realtà e la nostra percezione. Ma in D’Isa questo scarto assume tratti orrorifici. L’IA generativa, più che una tecnologia da celebrare acriticamente, diventa nelle sue opere una perturbante macchina che divora e rigurgita immagini, a volte aprendo squarci su un inconscio figurativo collettivo. Ciò che inquieta è che il mondo da noi percepito pare funzionare nello stesso modo: è una iper-realtà (nel senso baudrillardiano del termine) fatta di rappresentazioni di rappresentazioni, in cui se è mai esistito un oggetto originale e originario è ormai andato perso. Come nel celebre Zhuangzi sognò di essere una farfalla, ci svegliamo dal sogno senza davvero sapere se il sogno sia finito o se stia invece iniziando solo ora, se siamo la macchina o l’essere umano. 
 
Matteo Lupetti 
 
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Matteo Lupetti

Matteo Lupetti

Diplomato in Fumetto alla Scuola Internazionale di Comics di Firenze nel 2010, gestisce il collettivo di fumettisti indipendenti Gravure e scrive di videogiochi per varie testate italiane ed estere. È diplomato in sommelerie all’interno dell’associazione FISAR ed è direttore artistico…

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