Un’intervista per celebrare la rassegna Milano Scultura che festeggia i suoi primi 10 anni

Giunta alla sua 10° edizione, Milano Scultura aprirà le porte dal 2 al 4 ottobre 2026 negli spazi di Concessionaria 23. Abbiamo parlato con l’ideatrice e direttrice della fiera per saperne di più sui suoi desideri e sulla scultura di oggi. E per capire come mai è così difficile venderla

Quello di quest’anno è un traguardo importante per Milano Scultura, che dal 2 al 4 ottobre accoglierà i visitatori alla sua decima edizione. Nata nel 2015 da un’idea di Ilaria Centola, che continua a essere la direttrice della fiera (anche se lei preferisce chiamarla hub culturale), quest’anno si svolgerà negli spazi di Concessionaria 23 con l’ormai rodata firma curatoriale di Valerio Dehò, anche lui dentro al progetto fin dagli inizi. Per saperne di più su questa edizione, tra certezze e desideri, ma anche per capire meglio lo stato della scultura contemporanea e del suo mercato, abbiamo parlato con Ilaria Centola.

Ritratto di Ilaria Centola. Ph: Marco Mirko Colombo
Ritratto di Ilaria Centola. Ph: Marco Mirko Colombo

Intervista alla fondatrice di Milano Scultura Ilaria Centola

Quest’anno Milano Scultura celebra un traguardo importante, con la sua decima edizione. In 10 anni di una fiera così specifica, cosa ha capito, che all’inizio non immaginava, di questo linguaggio e del suo pubblico?
Il mondo della scultura è in continua evoluzione. Cambiano i materiali, le tecnologie, i linguaggi e i processi produttivi; cambia il rapporto con lo spazio e con il pubblico; cambiano persino i confini di ciò che siamo disposti a chiamare scultura.Dalla scultura tradizionale siamo passati a tridimensionalità fatte da stampanti e proiezioni per arrivare alla robotica. Questi cambiamenti così radicali sono la corrispondenza di un pubblico altrettanto variegato che si identifica in quel pubblico diffuso che usufruisce di installazioni urbane, parchi dedicati alla scultura – in Italia decisamente troppo pochi –, biennali, fiere, stazioni ferroviarie. Questo pubblico, a volte del tutto inconsapevole, utilizza la scultura per creare video su TikTok o per fare una foto da postare su Instagram, ma in questo modo la diffusione diventa virale e l’attenzione aumenta. È come se l’essere inconsapevoli, in realtà, avesse aiutato la fruizione: nessun libro, nessuna cultura di base, è lo “sbatterci contro” che funziona e, infatti, negli ultimi 10 anni i visitatori dei musei sono aumentati.

E Milano Scultura come si relaziona a questa tendenza?
In questa direzione è sempre andata, fin dalla prima edizione, la scelta dell’ingresso libero. Per me questa non è mai stata semplicemente una formula organizzativa o promozionale, ma una dichiarazione d’intenti che avvicina le persone all’arte, che accoglie e incentiva il pubblico diffuso a lasciarsi andare, a entrare sentendosi accolto perché, come mi piace ricordare sempre, in ognuno di noi c’è un potenziale collezionista che aspetta solo di essere svegliato. Un altro aspetto di questo pubblico diffuso che ho rilevato in dieci anni di presenza sul campo è la metamorfosi da spettatore a protagonista. Il protagonismo dilagante tipico di questa nostra contemporaneità si ritrova anche nella fruizione dell’arte, per cui il pubblico non chiede più di guardare soltanto l’opera, ma di attraversarla, di farne parte, di poterla fruire non solo visivamente, ma a livello tattile. Nasce da qui l’intuizione di inserire sempre nei miei format i progetti Speciali e le Performance che aumentano la percezione della materia e regalano quel momento di “engagement” che il pubblico adora.

E lei, invece, cosa trova nella scultura che continua a muoverla verso questa forma espressiva?
Se dovessi trovare un filo che lega questi dieci anni forse sceglierei il rapporto con la mia parte più intima e profonda, la mia esigenza di sentire sotto le mani la vita, sentire la trasformazione mentre accade, lo svolgere del tempo mentre qualcosa prende forma. La bellezza della scultura è che non si rivolge soltanto allo sguardo: ha una dimensione fisica, tattile, sensuale. Viene spontaneo avvicinarsi, seguirne con la mano la superficie, sentirne la temperatura, la ruvidità, il peso. È qualcosa che appartiene anche all’amore. Ci sono momenti in cui chiudiamo gli occhi perché vedere non basta più: sono le mani a conoscere, a riconoscere una forma, a percepirne la presenza. La scultura possiede qualcosa di questa intimità e, così, la materia diventa un’esperienza del corpo.

Quest’anno Milano Scultura torna nel cuore della città, in un luogo dalla forte storia industriale come Concessionaria 23. Quanto il luogo può trasformare, o addirittura determinare, la lettura delle opere, anche in un contesto fieristico?
Milano Scultura è nata con l’intento di occupare spazi che avessero già un’anima, che fossero in grado di raccontare una storia ancora prima di essere scoperti da me. Nella scelta delle location mi sono sempre lasciata guidare da una casualità romantica. Qualche anno fa scrissi un pensiero che rimane ancora il mio punto di partenza rispetto al luogo nel quale mi esprimo e lascio che si esprimano galleristi e artisti: “Esistono luoghi silenziosi che ci chiamano da molto lontano. Ancora prima di averli visti, sappiamo che seguendo il loro richiamo ritroveremo un pezzo della nostra storia”. Se mi volto indietro e riguardo le location che ho scelto in questi dieci anni – dalla Fabbrica Del Vapore, alla Villa Bagatti Valsecchi, approdando ora alla Concessionaria 23 – in ognuno di questi luoghi ho espresso una parte di me, una sfaccettatura di quello che sono, un desiderio di esplorare in continua evoluzione.

C’è, quindi, qualcosa di molto suo in tutta la fiera…
Milano Scultura non è mai stata una fiera nell’accezione classica del termine: mi piace definirla come un hub culturale che, una volta all’anno, riunisce i protagonisti del contemporaneo per interrogarsi sul presente e sul futuro della scultura. Non soltanto una fiera dove esporre e vendere opere, ma una dimensione in cui creare relazioni, far circolare idee e generare collaborazioni. Essere lontani dallo schema classico della fiera, però, non significa negarne la dimensione commerciale. Il mercato resta una componente fondamentale e necessaria, soprattutto per una disciplina complessa come la scultura. Significa però provare ad affiancare al mercato qualcosa di più: conoscenza, confronto, relazioni e opportunità.

Lei parla apertamente di uno “stallo” del mercato della scultura contemporanea e della necessità di investire sui talenti di domani. Quali sono oggi, secondo lei, gli ostacoli che impediscono alla scultura di trovare nel mercato lo spazio che merita?
Lo stallo della scultura contemporanea non credo dipenda da una mancanza di qualità o di ricerca; al contrario, penso che oggi ci siano artisti interessanti e capaci di tradurre in opere i paradossi della nostra contemporaneità. Il problema è che la scultura parte da una condizione più complessa rispetto ad altri linguaggi, come la pittura e la fotografia, perché ha costi di produzione e trasporto decisamente più elevati e, soprattutto, cerca e richiede lo spazio fisico che non tutti i collezionisti posseggono. A questo si aggiunge un mercato che negli ultimi anni è diventato più prudente e selettivo. Viviamo in un periodo di grande incertezza, grazie a uomini che governano il mondo senza alcuno scrupolo giocando a fare la guerra come si faceva a Risiko e questo ovviamente ha portato a una maggiore concentrazione della domanda su artisti già consolidati, opere con una provenienza riconoscibile e percorsi sostenuti da istituzioni e gallerie importanti. È questo il nodo che rende sempre più difficile, forse al limite dell’impossibile, l’affermazione delle nuove generazioni, proprio nel momento in cui sarebbe necessario assumersi il rischio di accompagnarle nella crescita artistica.

In questo scenario, quale ruolo dovrebbero avere istituzioni e collezionismo?
Penso fermamente che istituzioni e collezionismo abbiano una responsabilità importante e complementare. Le istituzioni dovrebbero creare occasioni di visibilità, produzione e confronto: commissioni, residenze, premi, acquisizioni, mostre e soprattutto spazi nei quali gli artisti possano sperimentare anche opere che difficilmente potrebbero realizzare contando esclusivamente sul mercato. Il collezionismo, invece, può svolgere un ruolo fondamentale quando torna a essere non soltanto acquisto, ma sostegno a un percorso. Collezionare un giovane scultore significa anche avere la capacità di guardare oltre il valore già certificato e accompagnare una ricerca prima che sia definitivamente riconosciuta.Credo, quindi, che il punto non sia semplicemente “vendere più scultura”, ma ricostruire un ecosistema nel quale artisti, gallerie, istituzioni e collezionisti condividano una prospettiva di medio-lungo periodo. Se vogliamo individuare i talenti di domani, dobbiamo accettare che il loro valore non sia ancora completamente evidente oggi.

Dieci anni sono anche un buon momento per chiedersi dove andare poi. Quali pensa siano le prossime sfide, o almeno i desideri, per Milano Scultura?
Questa è una domanda molto difficile per me, forse la più difficile che mi ha posto finora. Potrei darle la classica risposta che punta alla crescita, all’espansione, a un fatturato migliore, alla scoperta di nuovi artisti, ma sarebbe tutto molto banale, scontato e non rispecchierebbe assolutamente il mio sentire. Io come una madre ho messo al mondo questo figlio. Nel tempo, con rispetto, con amore e con dedizione sto cercando di farlo crescere nel migliore dei modi, insegnandogli cosa potrebbe essere giusto e sbagliato, ma lasciandolo cadere ed essendo sempre pronta a stare al suo fianco e a dargli una mano per permettergli di rialzarsi. Come un figlio è del mondo, così Milano Scultura non è solo mia: è dei galleristi e degli artisti che in questi anni sono cresciuti con me, mi hanno dato fiducia e hanno creduto in questo format combattente, energico e vitale, come sono io. Dal futuro mi aspetto di continuare a crederci, di continuare a occupare uno spazio sano e rispettoso delle specificità altrui e di continuare a condividere tempo e visioni con chi come me ama e crede nell’Arte. Un giorno un mio amico artista nel regalarmi una sua opera mi scrisse questa dedica che rispecchia veramente quella che sono e cosa mi sento di fare: “A Ilaria che Ama e fa Amare l’Arte”. Ringrazio Carlo per aver racchiuso in poche parole tutto il mio mondo.

Vittoria Caprotti

Milano // dal 2 al 4 ottobre 2026
Milano Scultura
CONCESSIONARIA 23 – Via Maiocchi, 23
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Vittoria Caprotti

Vittoria Caprotti

Vittoria Caprotti (Voghera, 1998) è laureata in Storia dell'Arte Medievale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dopo aver frequentato il triennio di Valorizzazione dei Beni Culturali presso l'Accademia di Belle Arti di Brera. Fa parte della redazione di…

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