La libertà non è un trofeo. Intervista all’artista che rappresenta Cuba alla Biennale di Venezia
La diaspora africana, i conflitti storici, la questione coloniale: parlano di questo e altro gli “uomini liberi” che l’artista Roberto Diago ha portato a Venezia per il Padiglione Cubano alla Biennale. L’intervista
Affollano lo spazio espositivo (Il Giardino Bianco – Art Space) di via Garibaldi 1814 a Venezia, le opere di Roberto Diago (L’Havana, 1971), artista scelto a rappresentare il Padiglione della Repubblica di Cuba con commissario Daneisy García Roque, per questa 61° edizione della Biennale di Venezia.
Hombres Libres/Free Men è la mostra curata da Nelson Ramirez de Arellano Conde (fino al 22 de novembre, 2026): si tratta di presenze totemiche che funzionano per sineddoche: solo le teste senza i corpi simboleggiano la costruzione di una libertà, quella degli antenati che si sono emancipati dallo schiavismo, raggiunta faticosamente.
La mostra del Padiglione Cuba alla Biennale: l’artista Roberto Diago a Venezia
Le opere sono risultato di assemblaggi di pezzi di scarto di vario genere, soprattutto industriale e portano evidenti cicatrici simboleggiate da segni di saldatura volutamente evidenti, come se la memoria e l’anima ancestrale che la accompagna, non potesse liberarsi dal ricordo del dolore. Sentimenti che risiedono tra testa e petto, le porzioni fisiche di cui le figure totemiche di Roberto Diago sono composte. Ne abbiamo parlato con l’artista in questa intervista
Intervista a Roberto Diago
La tua opera affronta il conflitto storico della diaspora africana, rispecchiando uno spirito di resistenza e la lotta quotidiana per la sopravvivenza e la libertà. Quali sono gli elementi che caratterizzano formalmente questi concetti?
Cerco di esprimere questi concetti attraverso il linguaggio dei materiali che utilizzo: ferro ossidato, ottone, filo metallico, legni consumati, tessuti. Sono materiali che hanno già vissuto una vita precedente e portano con sé una memoria propria. La ruggine, le cicatrici e le texture non sono semplici espedienti estetici: racchiudono un forte valore simbolico e parlano del tempo, della fatica e della resistenza. Ricorro anche alla monumentalità, perché desidero che queste storie, troppo spesso rese invisibili, occupino uno spazio impossibile da ignorare.
Rispetto alle ferite del passato, queste grandi teste sono presenze sovradimensionate in numero e dimensioni rispetto alla sala espositiva. È una scelta precisa?
Sì, assolutamente. Cerco sempre di instaurare un dialogo con lo spazio che ospita l’opera, per avvicinarmi il più possibile all’idea concepita in studio. La scala trasforma l’esperienza dello spettatore: lo costringe a rompere con la consueta prospettiva dell’opera appesa a una parete, a cui è abituato. Volevo che quelle teste smettessero di essere individui isolati per diventare una presenza collettiva. L’intenzione è che il pubblico non sia un osservatore distante, ma che attraversi l’opera, si senta parte di essa e non si fermi soltanto al suo aspetto visivo. Questa sproporzione risponde anche alla dimensione di quella memoria storica, che trabocca sempre da qualsiasi spazio in cui cerchiamo di contenerla.
Come si pone il tuo lavoro rispetto a temi come sostenibilità, inclusività ed attivismo?
Il punto di partenza è sempre l’esperienza umana. L’uso di materiali riciclati risponde soprattutto al loro valore simbolico: ciò che è stato scartato può acquisire un nuovo significato. Parto da ciò che spesso ci è stato negato: il riconoscimento, la rappresentazione, la possibilità di occupare determinati spazi senza dover giustificare la nostra presenza.
Siamo stati esclusi dalle grandi narrazioni dai centri di potere, e anche questa assenza produce memoria. Lavoro a partire da questa realtà, dalla necessità di rendere visibili altre narrazioni che non sono mai state raccontate. Esistono molte realtà, ciascuna narrata attraverso l’identità, la cultura e l’esperienza di ogni persona e di ogni comunità. Il mio lavoro cerca di aprire uno spazio a queste voci che, per troppo tempo, si è cercato di mettere a tacere. È proprio lì che nascono forme potentissime di pensiero e di resistenza culturale. Ci sono la musica, le espressioni popolari, le pratiche comunitarie e, oggi, anche la tecnologia, che è diventata uno strumento fondamentale per amplificare queste voci e creare nuovi spazi di rappresentazione.

Come?
Per me, questo è il significato dell’inclusione: esistere senza dover dare giustificazioni o chiedere scusa a qualcuno per il posto che occupo nel mondo. Nessuno deve tollerarmi: io non sto chiedendo il permesso di esistere; semplicemente esisto. E, come essere umano, ne ho il diritto. Anche il mio lavoro nasce da questa consapevolezza.
Nel momento in cui mette in discussione queste strutture di esclusione, i rapporti di potere e invita a riflettere sul razzismo e sulle disuguaglianze, il mio lavoro assume inevitabilmente una dimensione politica. Il mio impegno è rivolto alla verità dell’esperienza umana e a una memoria che continua a mettere a disagio questi centri di potere, perché li costringe a interrogarsi su chi abbia il diritto di raccontare la storia e da quale prospettiva essa venga narrata.
Nel tuo lavoro si percepisce che la libertà va esibita con fierezza, come un trofeo. Cos’è la libertà per te?
Non credo che la libertà sia un trofeo. È un diritto di ogni essere umano, non un premio che qualcuno concede. Per me la libertà è la possibilità di esistere pienamente, senza dover rinunciare alla mia identità e senza che siano gli altri a definire il valore della mia storia. In Hombres Libres, la libertà si manifesta come un’affermazione della dignità e della memoria.
Il corpo nero è raccontato come una mappa geografica di traumi e resistenza. Che relazione ha il tuo lavoro con i tuoi antenati?
Credo che questa formulazione parta da un presupposto problematico. La pelle nera non è una mappa di traumi. Il trauma non è nella pelle: è la conseguenza di un sistema storico di violenza e di razzismo strutturale. È importante fare questa distinzione, perché altrimenti si finisce per naturalizzare la sofferenza, come se fosse una condizione intrinseca delle persone nere.
Il mio rapporto con i miei antenati non si costruisce soltanto a partire dal dolore. È fatto anche di dignità, spiritualità, conoscenza e resistenza. Io sono il risultato di questa continuità.
Cerco di dialogare con questa memoria nella sua interezza, non soltanto con le sue ferite.
Mi interessa ricordare che, nonostante la disumanizzazione e la violenza storica, ci sono state persone capaci di preservare una cultura, una spiritualità e un modo di esistere che ancora oggi ci sostiene.
Sono ciò che sono perché vengo da loro. Abbiamo ereditato delle ferite, ma anche la resistenza, la dignità e la capacità di continuare a esistere. Dal mondo che abito oggi cerco di rendere visibile questa memoria, che troppo spesso è stata messa a tacere.
Utilizzando materiali di recupero, la tua arte esplora un tema ricorrente: l’essenza della schiavitù dell’uomo nero contemporaneo e la comunità diasporica. Come viene influenzato il tuo lavoro dal presente contesto in cui vivi a Cuba?
Neanche io parlerei di una “essenza della schiavitù dell’uomo nero contemporaneo”, perché la schiavitù non è un’essenza né un’identità. È un fatto storico le cui conseguenze continuano ancora oggi ad attraversare le nostre società.
Cuba fa parte della mia identità e, di conseguenza, anche del mio lavoro. È una società postcoloniale nella quale persistono ancora strutture ereditate da quel passato. Esistono quartieri storicamente abitati in prevalenza dalla popolazione nera e disuguaglianze che non scompaiono semplicemente perché esistono politiche di uguaglianza. La Rivoluzione ha promosso importanti politiche sociali e creato nuove opportunità, ma le condizioni strutturali ed economiche non hanno sempre permesso di raggiungere pienamente quegli obiettivi.
La mia opera non intende illustrare questa realtà in modo letterale. Mi interessa mostrare come la storia continui a manifestarsi nei corpi e nella vita quotidiana, e come questa memoria continui a plasmare la nostra identità.

E a livello internazionale, rispetto alla comunità diasporica?
Ogni volta trovo più punti di contatto tra le diverse comunità della diaspora africana. Esistono profonde differenze culturali, ma anche una memoria condivisa di sradicamento, esclusione e resistenza. Mi interessa che il mio lavoro possa dialogare con persone provenienti da luoghi diversi del mondo, senza perdere le proprie radici cubane. È proprio qui che risiede una delle grandi forze dell’arte: nella sua capacità di costruire ponti là dove sono stati innalzati confini.
Ti sei laureato presso l’Accademia Nazionale di Belle Arti San Alejandro ed insegni come professore presso l’Università delle Arti (ISA), oltre ad essere membro dell’Unione Nazionale degli Scrittori e Artisti di Cuba (UNEAC). Che importanza ha per un artista ricoprire ruoli istituzionali?
Penso che le istituzioni possano svolgere un ruolo importante quando riescono a creare un legame autentico con la società e con le comunità. La pratica artistica non si esaurisce nello studio. Insegnare e partecipare alla vita delle istituzioni significa assumersi una responsabilità nei confronti delle nuove generazioni e contribuire alla costruzione di un pensiero critico. Più che trasmettere delle tecniche, cerco di accompagnare i giovani affinché trovino la propria voce.
Quale insegnamento pensi sia fondamentale lasciare ai giovani e come ti relazioni con i tuoi studenti?
Dico sempre ai miei studenti di non cercare di assomigliare a nessuno. L’autenticità richiede tempo, pazienza e molto lavoro. Insisto anche sull’importanza di studiare, leggere e comprendere il contesto in cui vivono. L’arte nasce dalla capacità di porsi delle domande.
In generale, ogni volta che realizzo un progetto o un evento, cerco di lavorare con i bambini della comunità. La loro immaginazione è sconfinata e il loro modo di pensare e di agire è autentico. Per questo il rapporto che ho con loro è uno scambio continuo: anch’io imparo dalle loro curiosità e dal loro modo di osservare il mondo.
Cosa ne pensi di arte e politica in relazione a quanto abbiamo visto in questa edizione della Biennale?
L’arte e la politica hanno sempre intrattenuto un rapporto inevitabile, perché entrambe parlano della società. Non credo che ogni opera debba trasformarsi in un manifesto politico, ma non esiste neppure un’arte completamente neutrale. Ogni creazione implica una presa di posizione etica nei confronti del mondo. In questa Biennale abbiamo visto artisti che affrontano temi come la memoria, la migrazione, l’identità, le disuguaglianze, le questioni ambientali e altri conflitti che continuano a segnare il nostro tempo. Questo conferma che l’arte continua a essere uno spazio capace di interrogare, mettere in discussione e aprire conversazioni necessarie, non di offrire risposte rassicuranti.
Federica Forti
Venezia//fino al 22 novembre 2026
Roberto Diago – Hombres Libres/ Free Men
Padiglione della Repubblica di Cuba – 61 Biennale di Venezia
Il Giardino Bianco – Art Space
via Garibaldi 1814
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